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Di critiche, errori e scelte

criticismbAvevo in mente già da un po’ di scrivere questo post, dato che il materiale sull’argomento continua ad accumularsi: sempre più spesso si trovano in giro critiche più o meno ragionate al lavoro e alla professionalità altrui.

Credo che ultimamente sia cominciato tutto dalla famosa diatriba sulla traduzione della scena di Game of Thrones in cui viene mostrata l’origine del nome di Hodor. Se ve la siete persa, trovate qui un’interessante intervista a Matteo Amandola, che si è trovato alle prese con il difficile compito di mantenere l’assonanza “hold the door-Hodor” in italiano. Ecco, da quando la puntata è stata sottotitolata e poi doppiata in italiano la rete si è scatenata con critiche, lamentele e pareri non troppo costruttivi.

Tutti si sono sentiti in dovere di criticare la scelta del traduttore/adattatore, ma pochissimi sono stati in grado di fornire proposte alternative davvero valide. Molti non hanno nemmeno colto il problema, suggerendo soluzioni impraticabili per una serie televisiva. Ecco, questa ansia di criticare il lavoro altri, imperversata per settimane, mi ha sconvolta non poco.

Perché le scelte di un traduttore sono personali e come tali soggette a critiche, è vero, ma penso che chi non si è mai cimentato in questo lavoro non possa rendersi conto delle sue effettive difficoltà. Per carità, anche uno spettatore o un lettore hanno il diritto di esprimere la propria opinione, ma spesso non hanno idea di quello che c’è dietro a una traduzione, delle ore di fatica e ricerche, dei tempi di consegna strettissimi, delle parole che si incrociano davanti agli occhi e di quei momenti in cui anche la soluzione più semplice non riesce proprio a venirci in mente.

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Criticare è sicuramente più facile che proporre soluzioni, così come distruggere è più facile che creare. Lo faccio anch’io, perché mi trovo spesso a leggere le traduzioni altrui non solo per svago, ma anche per lavoro, quindi con occhio più attento e avendo sotto mano il testo originale. In questo modo è piuttosto facile notare calchi, soluzioni goffe e imprecisioni, ma cerco sempre di non fermarmi alla singola frase o al paragrafo che ho di fronte: quando si traduce un intero libro, è inevitabile che prima o poi l’attenzione cali. Certo, sarebbe meglio se non accadesse, e l’occhio esterno del revisore è imprescindibile per correggere la maggior parte di questi scivoloni, ma siamo pur sempre esseri umani.

È forse il caso delle critiche rivolte a Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, autrice recentemente passata da Fazi a Einaudi e dalla voce di Silvia Castoldi a quella di Susanna Basso. Entrambe traduttrici di altissimo livello, quindi, eppure quest’ultimo libro ha suscitato non poche perplessità per alcuni punti in cui forse l’editing è stato poco attento, lasciando regionalismi e frasi un po’ discutibili come le seguenti:

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Testo originale: “she told her husband that she had to realize herself more fully”

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Questa devo ammettere che al mio orecchio non risulta strana, perché sono piemontese come Susanna Basso (e come l’Einaudi): per noi è normalissimo dire per esempio “faccio terza liceo”, ma è un regionalismo, in italiano corretto ci vuole l’articolo (faccio la terza)

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Qui a stonare è la virgola tra il soggetto e il verbo, oltre a quel “giusto” che sembra proprio un calco un po’ pigro del “just” inglese

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Il passato remoto in mezzo alla frase al trapassato mi ha lasciata un po’ perplessa

Ma ci sono anche passi di innegabile bellezza, che rivelano la penna elegante di Susanna Basso, ad esempio:

“Questa non è la storia del mio matrimonio. Quella non la saprei raccontare: non sono in grado di afferrare, né di esporre ad altri gli innumerevoli pantani e i prati verdi e le ventate di aria fresca e le cappe di aria chiusa che ci sono passati addosso.”

Diverso è invece il caso di quando il traduttore ha fatto una scelta ragionata e proprio per questa viene attaccato, come è successo a Claudia Zonghetti per la sua recente ritraduzione del classico Anna Karenina. Paolo Nori, sul suo blog, ha analizzato le prime tredici righe dell’opera e ha “simpaticamente” massacrato le decisioni della collega.

Ecco, questo è uno dei casi in cui, anche se chi muove le critiche è un traduttore e quindi probabilmente possiede le competenze necessarie, l’attacco risulta davvero troppo personale e offensivo per essere ritenuto legittimo. Inoltre le critiche di Nori non sono particolarmente convincenti, come ha spiegato benissimo Leonardo Marcello Pignataro in un suo post su Facebook che mi permetto di citare come esempio di analisi ragionata e fondata.

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Perché tutta questa ansia di criticare, insomma? Ovviamente non capita solo ai traduttori di trovarsi nel mirino della furia altrui, ma tutti questi esempi mi hanno insegnato a mettermi nei panni di chi viene criticato, prima di accanirmi sugli errori degli altri. Perché magari quell’articolo mancante, quella virgola di troppo, quel giro di frase un po’ traballante sono il risultato di mesi di privazione del sonno e di altri passi di meravigliosa fluidità (oppure riproducono un’asperità del testo originale), e quella scelta che a me sembra poco consona potrebbe essere il frutto di incastri, ricerche e compensazioni ragionate.

Avere un’opinione è legittimo, usarla per svilire la fatica altrui no. Sicuramente abbiamo tutti il diritto di esprimere le nostre perplessità su un prodotto commerciale come un libro, che abbiamo acquistato e quindi pagato, ma forse dovremmo fermarci un attimo a riflettere su quello che c’è dietro, prima di partire in quarta con le accuse (a meno che il prodotto non sia scadente in modo scandaloso, ovvio.Un esempio lo trovate qui). Se proprio non riuscite a trattenervi, scrivete in privato alla casa editrice o al traduttore: se le vostre critiche sono fondate, quasi certamente saranno felici di accoglierle e di correggere gli errori nell’edizione successiva.

Pensare sempre di poter fare meglio di qualcun altro è dannoso e inutile: pensiamo invece a dare il meglio quando è il nostro turno, perché la prossima volta al posto di quel traduttore massacrato potremmo esserci noi.

 

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Tradurre Kent Haruf: incontro con Fabio Cremonesi

IMG_20160509_105409Su questo blog non ho mai parlato di Kent Haruf, i cui romanzi ho invece recensito su Solo libri belli. Lo faccio ora perché oggi esce Crepuscolo, il terzo volume della sua Trilogia della Pianura, e qualche giorno fa mi è capitata una cosa pazzesca. Sono stata invitata alla presentazione in anteprima, insieme a blogger e giornalisti – a proposito, non mi considero una “blogger” e se mi chiamate così probabilmente mi offenderò – nella sede della casa editrice che pubblica Haruf, la NN.

Il motivo per cui ne sto parlando qui è che all’incontro – essendo Haruf ahimé defunto – è intervenuto il traduttore Fabio Cremonesi, e di conseguenza si è parlato (anche) di traduzione. Non mi metterò quindi a descrivervi esattamente com’è andato l’incontro, i motivi per cui Haruf piace a tutti, le riflessioni che sono nate riguardo alle tematiche dei suoi romanzi, perché c’è già chi l’ha fatto meglio di come potrei fare io: se siete curiosi di conoscere i dettagli vi rimando al post di Elisa, La Lettrice Rampante. Qui vorrei invece soffermarmi sugli aspetti traduttivi.

Innanzitutto, secondo Cremonesi (e io sono perfettamente d’accordo) i due momenti di maggiore felicità per un traduttore sono quello della consegna – nonostante non significhi liberarsi per sempre del libro, ovviamente, dato che bisogna ancora affrontare la revisione e le bozze – e, prima ancora, quello in cui si riesce a trovare la voce del testo, a entrarci davvero.

Quando gli è successo con Benedizione, il primo volume di Haruf da lui tradotto, pensava di essere a cavallo anche per i libri successivi dello stesso autore. E invece Canto della pianura l’ha spiazzato, perché laddove Benedizione ha uno stile asciutto, minimalista, con un lessico di 5-600 parole, Canto della pianura è più ricco di dettagli, di termini anche tecnici, ha un linguaggio più arioso, con più descrizioni, per quanto si parli sempre di Haruf e quindi di una estrema precisione lessicale e di parole cariche di significati, non di sproloqui esagerati. Ci ha quindi raccontato questo aneddoto divertente in cui si è trovato a consegnare Canto della pianura in estremo ritardo, perché pensava di cavarsela più facilmente avendo già tradotto lo stesso autore pochi mesi prima. Crepuscolo invece è più simile a Canto della pianura, per quanto riguarda lo stile.

Un’altra riflessione degna di nota è che in realtà Canto della pianura, sebbene sia stato pubblicato per secondo da NN (qui le motivazioni), è il primo volume scritto da Haruf, ed era già stato tradotto da Fabrizio Ascari nel 2000 per Rizzoli. Cremonesi ha però sottolineato che la sua traduzione – fuor di modestia – è migliore, perché ha avuto il vantaggio di poter considerare la trilogia nel suo insieme (da Canto della pianura a Benedizione, passando per Crepuscolo, l’autore tende a una scrittura sempre più asciutta, passando dalla nascita alla vita alla morte riducendo sempre più all’osso le descrizioni e il lessico). È quindi interessante notare come, nonostante ogni libro sia a sé stante, conoscere tutta la produzione di un autore può aiutarci a tradurre meglio, a entrare nel suo spirito e a comprendere le sue intenzioni.

Un appunto a parte per i dialoghi di tutti i libri di Haruf: secchi, essenziali, secondo Cremonesi si traducono quasi da soli (“C’è quasi da sentirsi in colpa a metterli sul conto dell’editore!”, ha scherzato). Anche perché in questi romanzi la comunicazione è spesso affidata a gesti e sguardi anziché alle parole. Ecco, tradurre la gestualità è un altro discorso, che è già stato affrontato da altri ma che non credo si sia rivelato un problema con un autore attento ed essenziale come Haruf, o se lo è stato Cremonesi ha avuto la capacità di non farlo notare. Fra l’altro ha definito la scrittura di Haruf “affettuosa ma senza smancerie, calda ma non appiccicosa”, e questa definizione mi è piaciuta moltissimo.

Ultima nota a margine, la moglie di Haruf ha raccontato in un’intervista un paio di buffi aneddoti sul modo in cui il marito concepiva la scrittura: per evitare di farsi distrarre da refusi e punteggiatura, batteva a macchina la prima stesura con un berretto calato sugli occhi, per poi riprenderla e correggerla in un secondo momento. Forse è un’immagine bislacca e romantica, ma adoro immaginarlo mentre lascia che la scrittura fluisca dalle sue mani senza interruzioni. Una specie di write drunk, edit sober. Questo per me si ricollega al discorso sul trovare la voce del testo: anche in traduzione, una volta entrati nello spirito del racconto, spesso si va avanti in modo quasi automatico per non perdere il ritmo, senza badare troppo a refusi ed errori che verranno corretti durante l’autorevisione.

Tuttavia, sempre stando alla moglie, pare che Haruf non credesse nell’“ispirazione”: per lui scrivere era un lavoro duro, e si imponeva di farlo ogni giorno, che ne avesse voglia o meno. Ecco, anche qui penso valga lo stesso per la traduzione: malgrado ci siano giorni in cui persino pulire il forno sembra più divertente e appetibile che tradurre l’ennesimo capitolo sull’induismo o sui ghiacci della Groenlandia, è solo con la costanza e la voglia di fare bene il nostro lavoro che riusciremo a dimostrare che meritiamo incarichi più interessanti.

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Ringrazio quindi la NN per questo bellissimo incontro, sebbene io mi trovi molto in imbarazzo in queste situazioni “sociali”. E li ringrazio anche per averci omaggiato, oltre che di una copia di Crepuscolo, anche del nuovo libro di Jenny Offill (altra scrittrice che adoro) e di una serie di gadget che sto già sfruttando al massimo. La prossima settimana si terrà la Kent Haruf Week, quindi se riuscite partecipate ad almeno uno degli eventi organizzati in giro per l’Italia, perché è un autore davvero imperdibile. E se non avete letto i suoi libri correte a procurarveli: da oggi, con Crepuscolo, la trilogia è completa!

 

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I dieci momenti più difficili per un traduttore

576530_498652033526943_21958116_nDisclaimer: questo post è in gran parte ironico. Non è mia intenzione lagnarmi di un lavoro che amo, anche se a volte la mancanza di uno stipendio fisso si fa sentire.

Fare il traduttore, che sogno! Lavorare da casa, guadagnarsi da vivere picchiettando sui tasti del computer, leggere libri in anteprima, trovarsi sempre di fronte a sfide nuove e interessanti. È un mestiere circondato da una certa aura di romanticismo. Ma è sempre tutto così rose e fiori? Senza arrivare a parlare di vita agra, ecco dieci momenti in cui un traduttore non può fare a meno di sentirsi un filino irritato:

  1. Quando sei a metà di una frase complicatissima, ti è appena venuta un’illuminazione su come risolverla e in quel momento suona il postino, oppure ti ricordi di aver lasciato la pentola sul fuoco o qualche altra situazione da risolvere immediatamente, e allora salti su continuando a ripeterti la soluzione della frase per non dimenticarla. E puntualmente, appena torni davanti al pc, te la sei dimenticata.

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  1. Quando ti chiedono che lavoro fai e la tua risposta incontra sguardi vuoti o, in alternativa, ti chiedono se riesci a viverci, perché andiamo, un lavoro da casa non può essere un vero lavoro. Cioè, stai in pigiama tutto il giorno? Oppure, se rispondono con entusiasmo, danno per scontato che tu sappia come minimo cinque lingue.
  1. Quando fai una prova di traduzione per una casa editrice importante, finalmente, e non la passi. Anche se ti dicono che hai fatto un ottimo lavoro, anche se il collega a cui hanno assegnato il lavoro ha vent’anni d’esperienza in più di te, anche se ti assicurano che ti terranno in considerazione per il futuro, è sempre un colpo al cuore.
  1. Quando confondono traduttori e interpreti. E succede praticamente sempre.

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  1. Quando devi sollecitare un pagamento. Forse il momento più odioso per qualsiasi freelance, quello in cui devi ricordarti che anche se non hai uno stipendio fisso alla fine del mese meriti comunque di essere pagato per il tuo lavoro. Nei tempi stabiliti. Eppure ti ritrovi quasi a chiedere scusa per avere quello che ti spetta.
  1. Quando mandi cv o proposte mirati, ben fatti, che ti sono costati tempo e fatica, e non ti arriva una risposta manco a pagarla.
  1. Quando i clienti ti chiedono “uno sconticino”. Come se lo chiedessero anche al dentista o all’idraulico, e probabilmente lo fanno pure. Tenere duro, sempre: il nostro lavoro vale quello che abbiamo stabilito, e non un euro di meno.
  1. Quando un amico ti chiede di tradurgli al volo una frase che non capisce e tu non conosci il significato di un termine specifico ma non puoi correre a sfogliare il dizionario, devi dire “non lo so” e vorresti sotterrarti.

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  1. Quando vai a un incontro per traduttori o leggi uno scambio sui social e ti senti immensamente ignorante. Perché non si può sapere tutto, ma ogni tanto ti sembra di non sapere davvero nulla.
  1. Quando non sai come tradurre un gioco di parole, chiedi aiuto a un amico o su Facebook e te lo risolvono in tre minuti. Senza aver studiato traduzione.

Ecco, queste mi sono capitate tutte, ma sicuramente ce ne sono altre mille che varrebbe la pena citare. Per voi quali sono – o sono stati – i momenti in cui avete dovuto contare fino a dieci e respirare profondamente per mantenere la calma?

 

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Oltre i primi passi

formentiniIeri sono stata a un incontro molto interessante a cura di AITI e STradE che si è tenuto al Laboratorio Formentini, a Milano. Giovanni Zucca ha moderato un incontro fra giovani traduttori che sono andati “oltre i primi passi”, ossia sono riusciti a fare breccia nel mondo dell’editoria, spesso considerato inaccessibile.

I partecipanti erano Francesca Bononi, laureata in Traduzione a Roma, che ha cominciato traducendo una guida turistica ma poi ha trovato un editore interessato all’autrice su cui ha svolto la tesi di laurea; Laura Bortoluzzi, anche lei laureata in lingue, che ha cominciato a tradurre dopo aver vinto il concorso In Altre Parole organizzato dalla Bologna Children’s Book Fair; Cristina Gerosa, editor di Iperborea, che dopo gli studi classici ha vissuto molto all’estero e, tornata in Italia, ha incontrato per caso i futuri fondatori di ISBN, con i quali ha lavorato per quattro anni svolgendo poi praticamente tutti i ruoli presenti in una casa editrice; Claudia Manzolelli di Rizzoli Ragazzi, che ha cominciato con uno stage di sei mesi non retribuito in RCS; Enrico Passoni, anche lui laureato in traduzione e specializzato in lingua galega, che ha iniziato a tradurre grazie ai contatti stabiliti all’università e alla Fondazione Mondadori, dove ha frequentato il master in editoria per poi fare uno stage da Marco Tropea Editore; e infine Andrea Stringhetti, laureato in svedese, che inizialmente ha tradotto molto per la camera di commercio italosvedese e poi ha vinto il concorso In Altre Parole sopra citato, entrando così nel mondo dell’editoria.

Dopo le presentazioni, il discorso si è spostato sull’importanza della formazione per un traduttore editoriale. Sono stati tutti concordi nell’affermare che una formazione specifica sia fondamentale, ma non tanto quella che deriva dagli studi universitari quanto tutto ciò che viene dopo la laurea: master, seminari, corsi di formazione, workshop, fiere, atelier… una formazione continua, insomma. Per fare i traduttori la teoria serve relativamente, non è detto che chi non l’ha studiata non possa diventare un ottimo traduttore. Francesca Bononi ha infatti sottolineato che la cosa più importante è la pratica, l’esercizio, perché il testo è materia e va letteralmente lavorato.Farlo sotto l’occhio attento di un professionista, poi, è l’ideale.

Enrico Passoni ha aggiunto che è importante avere delle conoscenze pregresse, quindi un buon bagaglio culturale, e mantenere fresca la propria percezione della lingua italiana, leggendo non solo libri tradotti e cercando di evitare il “traduttese”, in modo da essere in grado di riprodurre registri e sfumature differenti. Bisogna inoltre essere consapevoli della prassi editoriale, saper dosare le proprie energie e conservarne anche per la fase di revisione.

Sicuramente la formazione non basta: molti aspiranti traduttori, come ha detto giustamente Andrea Stringhetti, scrivono male persino le mail di presentazione, e per questo problema non c’è corso che tenga. La parola è poi passata alle due rappresentanti delle case editrici, che hanno sottolineato come, nella scelta di un nuovo traduttore, la sua formazione sia soltanto un valore aggiunto: gli esordienti vengono selezionati tramite prova di traduzione, quindi devono dimostrare sul campo la propria professionalità.

Ed ecco la domanda da un milione di dollari: come presentarsi agli editori? I traduttori presenti hanno confessato di non essere molto esperti in questo campo perché sono arrivati ai primi lavori per vie traverse, non presentandosi ma venendo presentati. È certamente questo il modo più semplice per entrare nel mondo dell’editoria: crearsi una rete di contatti, che non significa essere raccomandati nel senso peggiore del termine, ma frequentare corsi, seminari, workshop, fiere e così via e farsi notare come bravi traduttori, mostrarsi propositivi, evidenziare le proprie competenze. Assolutamente da evitare l’invio a tappeto di cv a indirizzi tipo info@casaeditrice.it, perché non portano a nulla. Un’altra tecnica di approccio potrebbe essere quella di entrare come lettori, ossia facendo schede di valutazione per una casa editrice. Si viene pagati poco ma si comincia a stabilire un contatto.

Fondamentale scrivere una bella mail di presentazione, evitando errori e refusi, ovviamente, ma anche cercando di “uscire dalla massa”, di valorizzarsi riassumendo chi siamo, i nostri gusti letterari, le nostre esperienze, la nostra personalità. È anche importante spiegare perché ci stiamo proponendo proprio a quella casa editrice: dimostrare di conoscerne il catalogo è sempre un valore aggiunto. Un altro consiglio è stato quello di aspettare di finire almeno l’università, di sentirsi pronti per evitare di fare una bella proposta in un momento in cui non siamo all’altezza di portarla fino in fondo.

Il tempo stringe, e si passa già alle domande del numeroso pubblico presente. La prima è molto semplice, eppure complicata perché non esiste una risposta univoca: come presentarsi alle fiere? Le due editor hanno evidenziato che le fiere sono momenti molto caotici per gli editori, è quindi meglio seguire gli incontri che hanno organizzato (presentazioni di libri, seminari…) e avvicinarli lì, anziché fare la posta allo stand. Inoltre le fiere sono un’ottima occasione per parlare con altri traduttori e anche con editori stranieri, che potrebbero interessarsi a noi come professionisti e decidere di mandarci libri da proporre. Importantissimo anche raccogliere e studiare i cataloghi delle varie case editrici.

Un’altra domanda dal pubblico: come trovare le famose “botteghe editoriali”? Cristina Gerosa ha risposto che per le lingue “minori” è più facile, per esempio l’istituto di cultura olandese prevede seminari e mentorship, ma in generale è bene ricercare laboratori specifici condotti da professionisti, come quello al Castello di Fosdinovo, oppure Babel , il corso di Misano Adriatico, la Scuola estiva di traduzione (e, aggiungo io, il corso dell’Agenzia Tuttoeuropa). Insomma, non aspettarsi che i lavori piovano dal cielo ma attivarsi per conoscere le persone giuste.

L’incontro si è concluso con il consiglio di mandare proposte anche a più editori contemporaneamente, di non nascondere nessun tipo di esperienza di traduzione, anche non canonica o non letteraria, e soprattutto con l’invito di Enrico Passoni a non accettare mai tariffe al di sotto del 12€ a cartella: si parla sempre poco di soldi, ma tradurre è un lavoro, e nemmeno dei più semplici.

È stato un confronto davvero molto interessante, anche per me che pur avendo già una ventina di titoli vari nel cv mi considero ancora un’esordiente (ho 31 anni, confermatemi che posso ancora permettermelo, vi prego!). Unico neo dell’incontro, dal mio punto di vista, l’utilizzo spregiudicato del “piuttosto che” nel senso di “oppure” da parte di professionisti e aspiranti professionisti del mondo dell’editoria.

Il pubblico era in prevalenza molto giovane. Uscendo, ho colto il discorso di alcune ragazze che commentavano: ma insomma, questi editori vogliono che scoviamo un libro inedito, ci informiamo sui diritti, facciamo la scheda, superiamo la prova… tutto noi dobbiamo fare?

Ecco, sì, il bello di questi incontri è che servono anche a scoraggiare chi non si rende conto di quanto sia impegnativo questo lavoro, e di quanta perseveranza richieda. Grazie a Giovanni Zucca e al laboratorio Formentini per questa importante occasione di dialogo!

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Lost in translation, ovvero: la storia di una proposta editoriale

indexPerdonate il titolo banale e forse fuorviante: in questo post non parlerò di tutto ciò che va perduto durante l’atto traduttivo. Vi spiegherò invece perché non scrivo da novembre, subito dopo aver festeggiato il compleanno del blog.

Beh, in realtà la risposta è molto breve: negli ultimi sei (otto) mesi non ho avuto tempo di dedicarmici. Perché mi sono trasferita a 130 km di distanza con tutto quello che comporta insegnare a Torino un giorno alla settimana e vivere vicino a Pavia il resto del tempo, ma anche – e per fortuna – perché ho avuto molto da tradurre.

Fra i libri su cui ho lavorato in questo periodo, vorrei dedicare un’attenzione particolare a Écue-Yamba-Ó di Alejo Carpentier, e vi spiego subito il perché: questo romanzo ha una storia piuttosto travagliata. Carpentier è l’autore su cui ho fatto la mia tesi magistrale, confrontando le diverse traduzioni esistenti di alcuni dei suoi romanzi. Le prime erano piuttosto vecchiotte, le ritraduzioni, invece, erano a cura di Angelo Morino, il mio professore universitario (e immenso traduttore) scomparso prematuramente nel 2007. Proprio Morino aveva iniziato tempo addietro, insieme alla mia relatrice di laurea Vittoria Martinetto, a tradurre le prime pagine di Écue-Yamba-Ó, primo romanzo di Carpentier.

Questo libro dal titolo così strano non ha visto la luce fino a pochi giorni fa. Con la scomparsa di Morino, il progetto era stato accantonato finché Vittoria non mi ha proposto di tradurlo insieme, per poi cercare un editore che volesse pubblicarlo. L’abbiamo quindi tradotto all’incirca nel 2010, e ci siamo messe alla ricerca di una casa editrice interessata. Einaudi e Sellerio, che avevano pubblicato gli altri romanzi di Carpentier, l’hanno rifiutato perché “poco commerciale”, pur elogiandolo molto (conservo ancora la dettagliata risposta dell’editor di Einaudi che l’ha valutato in termini decisamente positivi. Cito testualmente, sapendo di non fargli un torto: “anche in questo romanzo giovanile Carpentier è già un gigante della scrittura”).

A un certo punto siamo riuscite ad accordarci con una piccolissima casa editrice fiorentina che era molto interessata al libro, ma la Fundación Carpentier di Cuba, che detiene i diritti dell’opera (aspiranti traduttori, ricordate: prima di fare una proposta editoriale informatevi sempre riguardo ai diritti!), non l’ha ritenuta abbastanza prestigiosa per pubblicare un autore come Carpentier.

Insomma, da un lato i “grandi” non lo volevano perché “fuori moda”, dall’altra i piccoli editori venivano scartati perché forse non in grado di pubblicizzarlo al meglio… E così per anni l’abbiamo lasciato nel cassetto, un po’ deluse.

Quando però Lindau, con cui collaboro da diverso tempo, ha inaugurato la collana di narrativa Senza Frontiere, Carpentier mi è sembrato una scelta perfetta e naturale. Il direttore editoriale per fortuna la pensava come me, la Fundación stavolta ha accettato, e così io e Vittoria abbiamo ripreso in mano la traduzione terminata quasi cinque anni prima. Un lavoro gomito a gomito che come al solito mi ha arricchita moltissimo, complicato ma affascinante: ore e ore passate a rivedere, limare, aggiustare, cambiare per poi tornare sui nostri passi, cercare improbabili riferimenti online, decifrare e confrontare.

Il risultato è uscito pochi giorni fa, dopo un’attenta revisione da parte di Paola Quarantelli di Lindau e di Vincenzo Perna, esperto di musica afrocubana (perché sì, nel libro c’è tanta musica, tanto ritmo non solo linguistico), e come potete immaginare ne siamo oltremodo felici. Speriamo che a Carpentier venga finalmente tributato il giusto merito anche per questo romanzo giovanile ma già ricco di fascino.

Morale della favola: non scoraggiatevi mai, una proposta di traduzione rifiutata per anni un giorno potrebbe trovare la sua perfetta collocazione, quella che stava aspettando fin dall’inizio.

Un’ultima cosa: a settembre partirà la nuova edizione del corso online Tradurre per l’editoria. Siccome sono una delle tutor, posso dire di essere molto soddisfatta di come sono andate le edizioni precedenti, e a giudicare dai commenti degli iscritti, che trovate sul sito (e non li abbiamo inseriti noi, giuro!), lo è anche chi vi ha partecipato. Vi invito a consultare il programma se siete alla ricerca di un corso “pratico” ma non potete spostarvi da casa. Questo corso è un altro dei motivi per cui non ho avuto il tempo di aggiornare il blog: è impegnativo e arricchente anche per me.

Spero di riuscire ad aggiornare presto il blog, anche se mi aspetta un’estate di fuoco e niente vacanze. Guardiamo il lato positivo, però: diventare traduttori è possibile, se si ha abbastanza tenacia.

 

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Due anni di blog!

cake_bookOggi questo blog compie due anni. Mi sembravano di più, lo ammetto, eppure il primo post è datato proprio 13 novembre 2012. Forse è perché covavo da molto tempo l’idea di aprirlo, o più probabilmente perché la traduzione editoriale mi accompagna da quando ho finito l’università, anzi, da quando c’ero ancora dentro, da quel corso tenuto da Angelo Morino e Vittoria Martinetto che mi ha fatto capire che cosa volevo diventare “da grande”. In un corso di laurea pieno di esami che mi lasciavano insoddisfatta, se non scoraggiata (“scordatevi di diventare traduttori letterari!”), quelle lezioni sono state per me un faro, una conferma che il mio amore per i libri, per le lingue e per la scrittura poteva trasformarsi in qualcosa di più. Da quel momento in poi ho assorbito come una spugna tutti i consigli che mi sono stati dati, tutte le dritte, le correzioni, le batoste, e ho cercato di condensarle in parte in questo spazio virtuale.

Grazie a questo blog e alla relativa pagina Facebook ho cominciato a collaborare con La Matita Rossa, ho conosciuto altri traduttori e tantissimi aspiranti tali, mi sono resa conto che ciò che do per scontato non è scontato affatto, ho imparato e mi sono chiarita le idee, ho dato e chiesto pareri, mi sono appassionata sempre di più a un mondo affascinante e burrascoso, e soprattutto ho trovato la forza di non arrendermi allo scoramento.

Oggi il blog ha quasi sessantamila visite, 2060 fan su Facebook e 263 follower via e-mail. Un esercito di persone appassionate con un sogno grandissimo, a dimostrazione del fatto che, per quanto bistrattati, i traduttori non sono affatto invisibili. C’è tutto un mondo di persone in grado di riconoscere una buona traduzione, di scandalizzarsi di fronte alle tariffe da fame, di farsi valere, di lottare per fare quello che vogliono veramente, nonostante tutte le difficoltà.

Forse la mia è una visione un po’ troppo romantica: l’editoria oggi è in crisi, i lettori sono in calo, le case editrici falliscono, non pagano, traducono sempre meno, fanno proposte indecenti. Ma almeno oggi lasciatemi sognare un po’, lasciatemi credere che il lavoro culturale un giorno verrà riconosciuto e apprezzato, in termini sia morali sia economici. Perché sognare è bello, ma potersi permettere di vivere del proprio lavoro lo è ancora di più.

Auguri al mio blog e in bocca al lupo a chiunque voglia intraprendere questo meraviglioso mestiere: alla vostra!

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Giornate della Traduzione Letteraria 2014

10672290_694686303950484_8520506359637067981_nNon avendo potuto partecipare alle Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino, ho chiesto sulla pagina facebook del blog se qualcuno che ci era andato avesse avuto voglia di raccontare la sua esperienza. Ha risposto all’appello Alessia Fortunato, che ringrazio moltissimo. Ecco quindi il suo resoconto: buona lettura!

Una piccola premessa: personalmente ho soltanto aggiunto qualche “a capo” e corretto qualche accento. La forma e i contenuti dell’articolo rappresentano unicamente l’opinione dell’autrice.

Le Giornate della Traduzione sono state organizzate e presiedute da Ilide Carmignani e Stefano Arduini, con varie illustri guest star che hanno contribuito a rendere questa esperienza molto completa e accattivante. Siamo partiti nel primo pomeriggio di venerdì 26 Settembre con i consueti saluti e presentazioni, immediatamente seguiti dalla presentazione di “Libro”, ad opera di Gian Arturo Ferrari, e fin qui siamo ancora nell’ambito del vago.

Intanto l’aula magna di Palazzo Battiferri si è riempita sempre di più: studenti del posto e non, traduttori alle prime armi, traduttori meno noti e volti più o meno conosciuti. Interessante la tavola rotonda tenuta sulla crisi dell’editoria, dettata dall’avvento dell’ebook, che se riduce i costi di produzione, riduce anche i guadagni senza per questo ridimensionare i collaboratori che prendono parte al processo di pubblicazione. In quella sede Ilide Carmignani ha chiesto l’intervento di Martina Testa (Minimum Fax), Luca Formenton (Il Saggiatore), Mariagrazia Mazzitelli (Salani) e Paolo Repetti (Einaudi Stile Libero), per sentire il parere di case editrici più o meno grandi. Il risultato è abbastanza ovvio: gli editori più piccoli, in situazioni di difficoltà economica, hanno come ultimo “pensiero” proprio pagare i traduttori.

Da qui l’intervento (personalmente assai poco gradito) di una persona dalla platea, non so chi fosse ma a quanto pare una traduttrice piuttosto affermata, che rivendicava come risoluzione della crisi un ritorno alla “vera qualità” di “loro”, i traduttori dai nomi altisonanti le cui cartelle costano non meno di 18 € l’una, che ovviamente in una contingenza economica come questa, a meno che non si tratti di grandi classici, finiscono per lasciare il posto a noi “giovinastri” che sinonimo di qualità a quanto pare non siamo. L’intervento non è stato condiviso né dalla signora Mazzitelli né dalla signora Testa, ma non c’è stato il tempo per rispondere adeguatamente in quanto si era andati oltre l’orario consentito.

Ammetto di aver saltato la Lectio Magistralis di Giuseppe Antonelli “Hai parlato come un libro stampato!”, perché di lì a poco iniziava il mio seminario e dovevo spostarmi in tempi brevi. Ho seguito “Quando il rosa si tinge di giallo” di Alessandra Roccato (Harlequin Mondadori), un interessantissimo momento di confronto sul romanzo che sta tornando nuovamente di moda, di cui la Roccato ha elencato i punti chiave e le linee guida con grande chiarezza e semplicità. Metà del seminario è stato un confronto su quattro pagine che ci era stato chiesto di tradurre, e che abbiamo affrontato tutti insieme per snodare i punti più ostici e capire anche quando è il caso di sacrificare troppa precisione a beneficio di una buona resa emotiva.

Sabato 27 si è aperto con un’altra bordata di seminari, io ho partecipato a “Il ruolo del traduttore all’interno della macchina editoriale” tenuto da Martina Testa, che oltre a chiarire i meccanismi dell’editoria, ha dato una serie di brillanti consigli per ottenere l’attenzione delle case editrici: per chi ha esperienza, insistere sulle pubblicazioni nel curriculum, per chi non ne ha (in realtà mi approprio anche io di questo consiglio), invece del mero invio del curriculum, che sa di passivo, mandare vere e proprie proposte editoriali con tanto di scheda recensiva, sample e proiezioni di vendita dell’opera inedita in Italia.

A seguire, mi cospargo il capo di cenere, ma non saprei riferirvi niente della lezione di etimologia di Alberto Nocentini (Le Monnier) perché è stata abbastanza… sterile? Noiosissima? Ovviamente è un parere personale. Viceversa l’ora successiva è stata un tuffo nella traduzione ai limiti della filologia assieme a Michele Mari, che ci ha raccontato di come il suo amore per Stevenson e L’isola del tesoro lo abbia portato ad accettare la traduzione di un sequel (ovviamente non scritto da Stevenson) che riportava delle incongruenze con l’originale traduzione degli anni sessanta… problema che la casa editrice ha risolto assegnando una nuova traduzione di Stevenson proprio a Mari, per la sua grande gioia.

Dopo il momento dedicato alle premiazioni (Francesca Sassi per Harlequin Mondadori e Anna Ravano per il premio Zanichelli) e lo stacco, riprendono i seminari. Questa volta tre di fila, ancora una volta se ne potevano scegliere solo tre, e i miei hanno anche avuto la fortuna di essere in due sedi diverse, quindi… ho mantenuto la forma! Il primo, “Traduzioni impossibili. Ambiguità e giochi di lingue nell’Ulisse di James Joyce”, è stato tenuto da Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni, che ha ritradotto l’opera nel 2013. Ammetto di aver seguito solo per esigenze legate alla traduzione a cui lavoro al momento, non sono una fan di Joyce né del suo genere, ma ho comunque ascoltato con molto interesse l’approccio dinamico con cui Terrinoni si è avvicinato a Joyce riscoprendone l’aspetto ribelle e tipicamente irlandese con il suo “dublineese”.

Poi è stata la volta di un brillantissimo Daniele Gewurz su “Come comportarsi di fronte agli errori dell’originale”: consigli, suggerimenti e aneddoti più o meno famosi. Gewurz ci suggerisce sempre e ecomunque un contatto o diretto con l’autore o altrimenti con l’editore, a cui va segnalato qualsiasi tipo di intervento, sia che decidiamo di risolvere noi, sia che ci limitiamo a segnalarlo ai revisori. Gli ultimi dieci minuti sono stati un divertente confronto di esperienze per raccontare di strilloni in pieno medioevo, cioccolate calde che diventano tazzoni di latte, terzine con quattro versi, e chi più ne ha più ne metta.

Dulcis in fundo, per me, “Storia di un ruttino. Tradurre ‘versi’ per bambini” di Franco Nasi. Un’ora splendida in cui un fantastico Nasi (adoro la sua pronuncia british) ci ha spiegato come si è approcciato ai giochi di parole e suoni per tradurre le poesie per bambini, e in particolare quelle musicali (nonché illustrate dallo stesso autore) di Roger McGough. Altissima la qualità della lezione, le poesie erano veramente belle e nonostante fosse poesia, Nasi si è concentrato sull’importanza della musicalità e del ritmo che è tanto caro anche alla narrativa in prosa curata dalla maggior parte di noi. Molto, molto piacevole e interessante scoprire i giochi di suoni e parole che anche l’Italiano può offrire, seppur con qualche sforzo in più rispetto alla più semplice base inglese.

Domenica mattina avrei dovuto seguire il seminario di Bartocci in due moduli sulle “Problematiche linguistiche e traduttive trasversali ai generi letterari. Analisi e possibili soluzioni”, ma purtroppo è stato annullato il giorno prima. I seminari in alternativa li avevo già seguiti, così ne ho approfittato per tornare alla stazione di Pesaro senza fare le corse.

Un’esperienza molto appassionante e coinvolgente, soprattutto i seminari con i relativi momenti di confronto, proprio per noi che come punto di riferimento abbiamo spesso e volentieri solo lo schermo di un pc, è stato veramente piacevole. La consiglio a tutti, tanto si ripete con cadenza annuale, ed è anche utile ai fini curricolari (per gli studenti di lingue, l’attestato di partecipazione vale anche 2 CFU).

Alessia Fortunato

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