Archivi del mese: marzo 2013

I periodi di inattività

Mi sembra strano parlare di inattività in un momento in cui ho appena consegnato un lavoro e ho un’altra scadenza a breve, e nel frattempo ovviamente insegno perché di sola traduzione non si vive, eppure eccomi qua.

Nella vita di un traduttore capitano (più spesso all’inizio, si spera meno spesso dopo un po’ che si lavora nel campo) dei periodi in cui vedersi affidare una traduzione sembra un miraggio degno del deserto più bollente. Ovviamente, non appena passerà questo momento vi arriveranno tre offerte insieme e dovrete lavorare giorno e notte, quindi innanzitutto riposatevi.

Ma non state con le mani in mano: ci sono molte cose che possiamo fare nei periodi di inattività (a parte cercarci un altro lavoro, ovvio). Innanzitutto, perché non approfittarne per spulciare un po’ i cataloghi stranieri e prepararsi una bella proposta di traduzione? È una cosa che porta via moltissimo tempo se vogliamo farla bene, quindi un periodo in cui non si lavora è perfetto. Dedicate un po’ di tempo anche alla ricerca delle case editrici a cui affidarla, studiando bene le loro collane e le pubblicazioni precedenti.

La seconda cosa che possiamo fare, anzi, forse dovrebbe essere la prima, è mandare curricula a raffica. Non disperate mai: a me è capitato da poco di ricevere una telefonata da una piccola casa editrice a cui non ricordavo nemmeno di aver inviato il cv. Mandare proposte di traduzione aumenta le vostre possibilità di essere notati, soprattutto se il vostro cv è ancora mezzo vuoto, ma non è l’unica via: mai arrendersi!

E poi, che altro si può fare? Informarsi. Leggere le riviste letterarie (prossimamente arriverà un post in cui ve ne consiglio alcune), il sito di STradE con la relativa rivista, quello di Biblit (davvero fondamentale e ricco di spunti!), i vari forum di traduttori che esistono in rete, i blog di traduttori ed editori, i giornali letterari stranieri, i siti delle associazioni come AITI e chi più ne ha più ne metta. Ci vuole una quantità di tempo davvero impressionante, ma alla fine riuscirete a crearvi una vostra piccola “sitografia” da consultare in ogni momento libero.

Un’altra cosa da fare, e non certo meno importante delle altre, è leggere. Non si può fare il traduttore se non si legge moltissimo, e per moltissimo intendo che non c’è mai un periodo, neppure una mezza giornata, in cui non avete un libro in corso di lettura. Quando studiavo all’università, a volte arrivavo in anticipo alle lezioni e mi sedevo in corridoio a leggere. Ebbene, più di una volta mi è capitato di sentire alcuni compagni (che non conoscevo, altrimenti gliene avrei dette quattro) lamentarsi del fatto che i professori dicessero che non leggiamo abbastanza. La loro giustificazione era: passo già tutto il tempo sui libri di testo, quando lo trovo il tempo di leggere altro? Beh, carissimi, se frequentate un corso di traduzione e non leggete, non so proprio che dirvi. Il tempo di leggere, se si vuole, si trova sempre. Non è che sia una gara a chi legge di più, non dico di divorare libri indiscriminatamente solo per ingrossare le vostre librerie virtuali su aNobii e Goodreads e farvi belli con gli amici, ma la lettura, per un traduttore, oltre a un lavoro deve essere una grandissima passione. Ora la smetto, prima di infervorarmi!

Oppure, perché non cercare un bel corso di traduzione, un workshop, un ciclo di seminari o anche solo una giornata dedicata all’approfondimento di questo mestiere? Soprattutto all’inizio, è molto utile sentire il parere di chi lavora in questo ambiente da molti anni e sa come girano le cose. È consigliabile sapere come funziona il mondo dell’editoria, se vogliamo farne parte. Qualunque cosa può tornare utile, quindi, soldi e tempo permettendo, l’ideale sarebbe ascoltare quanti più punti di vista possibile. Attenti a non farvi infinocchiare, però: ultimamente i corsi di traduzione sono spuntati come funghi, e molti sono soltanto specchietti per le allodole che fanno entrare dei bei soldoni nelle tasche di editori e agenzie. Scegliete con oculatezza e informatevi sempre su internet o cercando gli allievi delle edizioni precedenti: frugando un po’ in rete si trovano sempre dei pareri riguardo ai corsi. E se non ne trovate, beh, fatevi due domande. Se non sapete da dove cominciare, su Biblit trovate un elenco di corsi da spulciare un po’.

Ecco qui, direi che il nostro periodo di inattività – augurandoci che non si protragga troppo – si è riempito abbastanza. Ovviamente, tenete per tutto il tempo le dita incrociate, ma mai ferme!

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Le traduzioni invecchiano

bampw-black-and-white-book-dust-old-Favim.com-286638È un argomento piuttosto noto: i testi scritti in lingua originale non invecchiano mai. A parte le versioni adattate per un certo tipo di pubblico o per qualche altro motivo non filologico, a  nessuno verrebbe mai in mente di riscrivere la Commedia di Dante o  le opere di Shakespeare per avvicinarli alla lingua contemporanea. Le traduzioni, invece, invecchiano. Anche se raramente (diciamo mai, così ci togliamo il pensiero) agli esordi capita di trovarsi a ritradurre un classico, può essere comunque interessante fermarsi a riflettere sull’argomento.

Vediamo allora quali sono le implicazioni – sia letterarie sia contrattuali – dell’invecchiamento delle traduzioni.

Partiamo dall’ultimo aspetto: quanto “dura” una traduzione? In termini legali, al massimo vent’anni. Questo è infatti il periodo di tempo, riportato su gran parte dei contratti di traduzione, durante il quale un editore può utilizzare la nostra traduzione e pubblicarla quante volte ritiene opportuno. Non dimentichiamo che si può sempre cercare di negoziare per far ridurre questo periodo di tempo, alcune case editrici accettano anche di far durare i diritti dieci o dodici anni. Trascorso questo lasso di tempo, i diritti tornano al traduttore, che può accettare di rinnovarli (ovviamente dietro compenso, anche se non vedrà mai l’intera cifra pagata originariamente per il suo lavoro) oppure tenerseli per rivendere la traduzione al miglior offerente. Inutile specificare che il primo caso è molto più frequente del secondo, ma non sempre dopo vent’anni un editore è ancora intenzionato a ripubblicare un’opera.

In Italia escono davvero troppi libri, e la maggior parte cade nel dimenticatoio pochi mesi dopo l’uscita. Alcuni, però, sopravvivono e continuano a essere ristampati. È soprattutto il caso dei classici, ovviamente. A questo proposito, Andrea Landolfi stilò un piccolo breviario sulla revisione delle vecchie traduzioni che mi sembra interessante sottoporvi:

1) Rivedere le grandi traduzioni del passato fa bene, perché stimola la riflessione e solletica l’emulazione.

2) Non esiste traduzione che non sia emendabile e/o migliorabile.

3) Per rivedere una versione d’autore si richiede: coraggio nel fare le proprie scelte, rispetto per ciò che il traduttore ha comunque fatto; prudenza nel cassare: spesso l’espressione “brutta” è comunque il meno peggio.

4) Poiché lo Zeitgeist influenza pesantemente il traduttore, imponendogli, a volte, scelte che alle generazioni seguenti potranno apparire incomprensibili o, peggio, esecrabili, è bene usare una certa indulgenza, augurandosi che i posteri faranno lo stesso con noi.

5) È necessario depurare l’originale dalle incrostazioni delle versioni d’autore, ma è necessario non prendersela a male se nella propria traduzione di un poeta si avvertirà l’eco, il profumo, di una versione d’autore che ci ha formato (a patto che non si esageri).

6) Mettersi alla prova traducendo e ritraducendo per sé i grandi e i grandissimi aiuta a liberarsi di qualche timidezza traduttoria e insieme dà la misura dei propri limiti.

7) La traduzione letteraria non fa diventare ricchi; sicuramente, però, più intelligenti.

 

Che dire? Quest’ultima è sicuramente una delle mie frasi preferite, la trovo incoraggiante e lusinghiera. Per il resto, direi che queste affermazioni si spiegano da sole, senza che io stia a commentarle.

Aggiungo solo che, com’è ovvio, in passato non esistevano tutti i mezzi e gli strumenti che abbiamo oggi, e quindi trovo stupefacente e ammirevole il lavoro di traduttori le cui opere sono oggi considerate “superate”: senza Internet, le mappe di Google, tutti i dizionari che abbiamo a portata di mouse, i programmi di videoscrittura che consentono di trovare un certo termine in tutto il testo (e di modificarlo quanto vogliamo senza impazzire con le cancellature), il mestiere di traduttore doveva essere un vero incubo. Quello che oggi richiede pochi minuti di ricerca su Internet, allora costava ore e ore di duro lavoro bibliografico. Siano dunque lodati i traduttori che ci hanno permesso di godere dei classici della letteratura!

Detto questo, però, spesso le ritraduzioni si rendono assolutamente necessarie, sia per svecchiare il testo sia per correggere veri e propri errori di interpretazione. C’è anche da dire che in passato si diventava traduttori perlopiù “per caso”, perché si conosceva la lingua e magari si insegnava all’università, oppure si era conosciuti come letterati, mentre oggi esistono innumerevoli corsi di studio professionalizzanti. Questo significa, però, che noi abbiamo meno scuse per i nostri errori! Bisogna sempre verificare ogni dettaglio, non mi stancherò mai di ripeterlo.

Ma non divaghiamo. Ogni traduttore che si trovi a ritradurre un’opera può scegliere se confrontarsi con la versione precedente oppure metterla da parte e cominciare da zero. Ovviamente si tratta di una decisione personalissima, su cui non mi soffermerò. Rimando a un prossimo post alcune riflessioni sulla revisione di una traduzione, che quest’ultima sia già stata pubblicata o meno.

Abbiamo visto che cosa significhi in termini editoriali e letterari ritradurre un classico: aggiungiamo che, malgrado certe traduzioni siano ormai diventate dei classici a loro volta, non sarebbe male se gli editori si decidessero finalmente a svecchiare alcuni titoli che hanno in catalogo da decenni e che continuano a vendere nonostante un linguaggio spesso farraginoso e magari infarcito di errori radicatisi nel tempo.

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Montale traduttore

Il post di oggi è ospitato, come ogni due venerdì, dal blog del sito La Matita Rossa, di cui vi ho già parlato.

Lo trovate a questo link: si parla di Eugenio Montale come traduttore di poesia, e per scriverlo mi sono ispirata a un seminario che ho seguito tempo fa. Buona lettura!

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Il film della sua vita

Questa mia recensione è apparsa originariamente sul blog Un buon libro, un ottimo amico, che vi consiglio caldamente di visitare.

La riporto qui perché l’autore è stato un grandissimo traduttore, e perché data la sua padronanza della lingua italiana è sempre un piacere leggere i suoi scritti. Tutti i traduttori dovrebbero conoscere questo finissimo cesellatore del linguaggio. Se volete approfondire, leggete questa sua riflessione sulla necessità di “sporcarsi le mani”.

 

Angelo Morino – Il film della sua vita

A volte succede, con i libri profondi, quelli che ti scavano un solco dentro e toccano corde sensibili, scoperte, fragili: non sai cosa dire, come commentare. Quando un libro è così perfetto, così compiuto pur nella sua conclusione mancata, aggiungere anche solo una parola sembra un delitto. Perché la prosa di Morino è limpida, asciutta, essenziale. Perfettamente limata e ritmica, con un lessico scelto con cura e mai un aggettivo di troppo.

Impossibile descrivere Il film della sua vita in poche parole: certo, si potrebbe semplicemente dire che è un libro sul rapporto dell’autore con la madre, ma è molto di più. Si parte dall’infanzia e si arriva alla morte di lei, scorrendo i momenti importanti della sua vita come in una serie di fotogrammi e soffermandosi sulla storia della relazione con il figlio, intensa, quasi ossessiva. Morino appare completamente soggiogato da una madre dal carattere dispotico ma inaspettatamente fragile non appena la sofferenza le fa perdere il contegno a cui tiene tanto.

In questo libro, che lascia pietrificati e sgomenti, compaiono tutte le declinazioni del dolore: è doloroso, dolente, addolorato. Dolorante. Dolorifico. Un dolore che pervade ogni angolo della coscienza e contagia il lettore con un terrore assoluto nei confronti dell’evento più inevitabile di tutti. Ma la morte non è vista come un’assenza eterna quanto come un processo faticoso, osceno, che turba e disgusta, sfinisce e lascia un senso di vuoto il cui inizio risale già all’arrivo della vecchiaia, con la scomparsa di un corpo tanto amato sotto un guscio di pelle cascante e avvizzita.

Morino narra tutto da un punto di vista strettamente fisico, quotidiano, umano: nessuna pretesa di filosofeggiare sulla vita e sulla morte, solo il grido d’angoscia di un figlio che si ritrova a fare i conti con qualcosa di inesorabile a cui non ha mai voluto pensare. E la figura della madre, così altezzosa, così forte, così dura con lui che cerca in tutti i modi di dimostrarle che non è un buono a nulla, provoca nel lettore una sorta di ammirazione risentita, di rimprovero offuscato dallo stupore per un senso di dignità portato all’estremo.

Ci sono scene dolcissime di contatto fisico tra la madre malata e il figlio, alternate alle sfuriate di lei che si lagna senza posa per il dolore che la consuma. C’è la guerra, il passato di una donna coraggiosa e forte fin da giovane, determinata a seguire l’amore anche se i tempi sono difficili. C’è un’infanzia relativamente felice, vissuta in simbiosi, madre e figlio sempre attaccati, il padre escluso dal loro rapporto privilegiato. Morino non ci risparmia nulla, e non risparmia neppure se stesso, mettendosi a nudo e confidando alla carta anche i pensieri più scomodi e sgradevoli, con un’onestà intellettuale umile e umanissima. La tematica fondamentale della memoria si intreccia con la trascrizione sincera e spassionata di pensieri che, forse, ognuno di noi si troverà a dover affrontare prima o poi.

La morte di un genitore è qualcosa a cui si preferisce non pensare, che implica un cambiamento radicale, una decisa svolta nella vita di chiunque, e particolarmente in quella di un uomo così legato alla propria madre, unica donna che abbia mai amato, essendo omosessuale.

Il romanzo è rimasto incompiuto a causa della precoce morte di Morino, grandissimo ispanista e traduttore, che tuttavia ha fatto in tempo ad affidare al computer la storia di un amore smisurato, incrollabile, possessivo ed estremo in ogni senso. Come ci ricorda Vittoria Martinetto nella commovente nota finale, solo dopo il momento cruciale della morte della madre Morino ha cominciato a scrivere di sé, quasi fosse riuscito soltanto allora a trasformarsi in una persona compiuta, finalmente scissa da un cordone ombelicale mai completamente cicatrizzato, neanche dopo anni di lontananza fisica dalla madre.

L’ho finito con un groppo in gola e il terrore di trovarmi un giorno ad affrontare lo stesso dramma, la stessa angoscia, la stessa solitudine. Morino è stato mio docente all’università e a lui è dedicata la mia tesi di laurea specialistica. Ma anche per chi non l’ha mai conosciuto, questo libro può rivelarsi una di quelle gemme preziose, inaspettate, che toccano l’animo umano in profondità, perché tratta di un tema universale con una delicatezza, una franchezza, un’ingenuità disarmante che rappresentano una vera e propria oasi nel panorama letterario nazionale. Abbiamo perso un grande traduttore, un grande scrittore, un grande uomo. Di quelli che passano sotto silenzio, che lavorano di notte, che non amano apparire e forse proprio per questo si fanno riconoscere quando ti capitano tra le mani, perché brillano più di tutti.

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Della carta e di altre storie

Se al giorno d’oggi qualcuno vi dicesse che traduce scrivendo a mano su carta, gli dareste del pazzo. I computer sono entrati con tale prepotenza nelle nostre vite che lo sforzo di impugnare una penna (per poi riportare il testo sul computer, ovvio, non si possono mandare testi manoscritti a una casa editrice) appare inutile se non sovrumano. Persino io, che ho sempre amato lo scorrere della penna sul foglio e sono sempre stata convinta di riuscire a dare il mio meglio nella scrittura solo in questo modo, non mi metterei mai a tradurre su carta. Non è quindi mia intenzione consigliarvi una mossa tanto masochista, tranquilli.

Vorrei però sottolineare un paio di cose. Prima di tutto, traducendo al computer si perde completamente la traccia delle versioni precedenti. Certo, esiste la modalità Revisione su Word, ma a meno che non salviate un documento diverso per ogni minima modifica (mossa suicida quasi quanto scrivere a mano), tutte le idee nate e poi abbandonate, e che magari più avanti vi verrà voglia di ripescare, vanno perdute. La traduzione è un processo lungo ed elaborato, fatto di incastri e di armonia generale. Cambiando una parola in un dato punto, spesso una frase a qualche riga di distanza non funziona più (rime interne, ripetizioni, giochi di parole, coerenza e chi più ne ha più ne metta). È necessario quindi pensare bene alle proprie scelte, spesso tornando sui propri passi. Su un foglio manoscritto è facile ricostruire la genesi dei propri pensieri, al computer spesso è più complicato ricordarsi le scelte fatte in precedenza, magari anche mesi prima.

Inoltre, forse qualcuno non ci crederà, in fase di rilettura è assolutamente necessario stampare una copia per poterla leggere su carta. Leggendo sullo schermo si perde sempre, invariabilmente qualcosa, credetemi, e non solo perché dopo centinaia di pagine lette su Word si incrociano gli occhi. Sulla carta, i refusi saltano subito all’occhio in un modo che il computer non riuscirà mai a restituire. Sono anch’io una sostenitrice dell’ambiente e quindi cerco di sprecare meno carta possibile, ma a volte è proprio necessario stampare. Rileggete pure una prima volta al pc, per fare qualche miglioria qua e là, ma prima di inviare la traduzione controllatela bene su carta, scoprirete errori insospettabili.

Concludo con un aneddoto, che rendo pubblico solo perché so che la protagonista non se la prenderà a male, avendolo dichiarato a un corso di traduzione. Pare che Susanna Basso (traduttrice di Ian McEwan, Alice Munro, Julian Barnes, Martin Amis… insomma, una delle più importanti traduttrici italiane) traduca a mano su un quadernetto, prima di riportare il testo sul computer. Ho avuto la fortuna di poter tenere tra le mani uno di questi meravigliosi documenti che attestano riscritture, indecisioni, ripensamenti, inevitabili errori e così via. L’ho trovata una testimonianza affascinante, che emanava tutta la poesia di un mestiere antico.

Nell’era della velocità e dell’eliminazione di ogni fronzolo superfluo, un computer non riuscirà mai a riprodurre tale raffinata artigianalità. Certo, i vantaggi che offre sono impagabili e la foresta amazzonica ringrazia, ma anche se tutti ormai traducono al computer, per ora il fedele alleato di una buona revisione è ancora la carta.

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La vendetta del traduttore

Come accennavo nell’ultimo post, da questa settimana un venerdì sì e uno no uscirà un mio articolo sul blog del sito La matita rossa, gestito da Rossella Monaco. Si parlerà di traduzione da un punto di vista specialistico e un po’ più tecnico rispetto a questo blog. La rubrica sarà rivolta non solo agli esordienti che vogliono saperne di più su questo mestiere, ma a tutti gli addetti al settore e agli appassionati di traduzione letteraria. A questo link potete trovare il primo articolo, che incollo qui sotto come primo appuntamento con la rubrica “recensioni” di questo blog, visto che si parla appunto di un romanzo. Buona lettura!

Difficile spiegare il mestiere del traduttore letterario. Inizio quindi a parlarvi di traduzione attraverso le parole di un altro traduttore, Brice Matthieussent, il cui romanzo La vendetta del traduttore è stato a sua volta tradotto in italiano da un’altra traduttrice, Elena Loewenthal. E già così, tutto diventa intricato. Ma non finisce qui, perché il romanzo su cui il traduttore, narratore principale, sta lavorando, manco a dirlo parla del rapporto fra un traduttore americano, David Grey, e il “suo” autore francese, Abel Prote, il cui ultimo romanzo è intitolato (N.d.T.) ed è composto interamente da note a piè di pagina, esattamente come il libro di Matthieussent stesso. Vi siete persi? Pure io, all’inizio.

Si tratta di un interminabile gioco di specchi tra autore, testo e traduttore che lascia disorientati e confusi: chi ha scritto cosa? Di chi è la responsabilità degli eventi narrati? Fino a che punto il traduttore può intervenire sul testo e modificarlo a sua discrezione? Il romanzo che il narratore sta traducendo si intitola, per l’appunto, La vendetta del traduttore. E a mano a mano che traduce, il nostro eroe inizia a modificare, tagliare, aggiungere interi paragrafi, insomma ci mette del suo, fino a sostituirsi quasi completamente all’autore. Cosa che un professionista non dovrebbe mai fare, ovvio, ma ammettiamolo, la tentazione è venuta almeno una volta a chiunque abbia provato a fare questo mestiere: quando un romanzo è mediocre, oppure ha del potenziale ma non lo sfrutta, sarebbe tanto bello poterlo purgare, arricchire, migliorare secondo il nostro personalissimo giudizio. Ed è proprio ciò che fa Matthieussent con questo libro: si toglie lo sfizio.

E alla fine il traduttore entra letteralmente nel testo su cui sta lavorando, con grande sconcerto dei protagonisti, e diventa lui stesso un personaggio: si ritrova così traduttore di se stesso, onnisciente perché ha già tradotto le pagine che ora sta vivendo, le conosce a memoria. Un traduttore, infatti, conosce il testo a menadito, perché deve stare attento a ogni sfumatura, scegliere con cautela ogni parola e descrivere ogni oggetto in scena, cose a cui i personaggi non sempre fanno attenzione.

La vendetta del traduttore pone un quesito interessante: fino a che punto è lecito, per un traduttore, intervenire sul testo di partenza? Com’è noto, ogni traduzione presuppone necessariamente uno scarto, una perdita, magari compensata da un arricchimento in un altro punto. Ma non è l’unico problema, né si tratta solo dell’eterna questione delle belle infedeli: il traduttore ha in mano un grande potere, quello di trasmettere il linguaggio e con esso la cultura. L’umiltà è una caratteristica imprescindibile per un traduttore: metterci al servizio del testo fino a diventare invisibili è il nostro mestiere.

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