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Tradurre Kent Haruf: incontro con Fabio Cremonesi

IMG_20160509_105409Su questo blog non ho mai parlato di Kent Haruf, i cui romanzi ho invece recensito su Solo libri belli. Lo faccio ora perché oggi esce Crepuscolo, il terzo volume della sua Trilogia della Pianura, e qualche giorno fa mi è capitata una cosa pazzesca. Sono stata invitata alla presentazione in anteprima, insieme a blogger e giornalisti – a proposito, non mi considero una “blogger” e se mi chiamate così probabilmente mi offenderò – nella sede della casa editrice che pubblica Haruf, la NN.

Il motivo per cui ne sto parlando qui è che all’incontro – essendo Haruf ahimé defunto – è intervenuto il traduttore Fabio Cremonesi, e di conseguenza si è parlato (anche) di traduzione. Non mi metterò quindi a descrivervi esattamente com’è andato l’incontro, i motivi per cui Haruf piace a tutti, le riflessioni che sono nate riguardo alle tematiche dei suoi romanzi, perché c’è già chi l’ha fatto meglio di come potrei fare io: se siete curiosi di conoscere i dettagli vi rimando al post di Elisa, La Lettrice Rampante. Qui vorrei invece soffermarmi sugli aspetti traduttivi.

Innanzitutto, secondo Cremonesi (e io sono perfettamente d’accordo) i due momenti di maggiore felicità per un traduttore sono quello della consegna – nonostante non significhi liberarsi per sempre del libro, ovviamente, dato che bisogna ancora affrontare la revisione e le bozze – e, prima ancora, quello in cui si riesce a trovare la voce del testo, a entrarci davvero.

Quando gli è successo con Benedizione, il primo volume di Haruf da lui tradotto, pensava di essere a cavallo anche per i libri successivi dello stesso autore. E invece Canto della pianura l’ha spiazzato, perché laddove Benedizione ha uno stile asciutto, minimalista, con un lessico di 5-600 parole, Canto della pianura è più ricco di dettagli, di termini anche tecnici, ha un linguaggio più arioso, con più descrizioni, per quanto si parli sempre di Haruf e quindi di una estrema precisione lessicale e di parole cariche di significati, non di sproloqui esagerati. Ci ha quindi raccontato questo aneddoto divertente in cui si è trovato a consegnare Canto della pianura in estremo ritardo, perché pensava di cavarsela più facilmente avendo già tradotto lo stesso autore pochi mesi prima. Crepuscolo invece è più simile a Canto della pianura, per quanto riguarda lo stile.

Un’altra riflessione degna di nota è che in realtà Canto della pianura, sebbene sia stato pubblicato per secondo da NN (qui le motivazioni), è il primo volume scritto da Haruf, ed era già stato tradotto da Fabrizio Ascari nel 2000 per Rizzoli. Cremonesi ha però sottolineato che la sua traduzione – fuor di modestia – è migliore, perché ha avuto il vantaggio di poter considerare la trilogia nel suo insieme (da Canto della pianura a Benedizione, passando per Crepuscolo, l’autore tende a una scrittura sempre più asciutta, passando dalla nascita alla vita alla morte riducendo sempre più all’osso le descrizioni e il lessico). È quindi interessante notare come, nonostante ogni libro sia a sé stante, conoscere tutta la produzione di un autore può aiutarci a tradurre meglio, a entrare nel suo spirito e a comprendere le sue intenzioni.

Un appunto a parte per i dialoghi di tutti i libri di Haruf: secchi, essenziali, secondo Cremonesi si traducono quasi da soli (“C’è quasi da sentirsi in colpa a metterli sul conto dell’editore!”, ha scherzato). Anche perché in questi romanzi la comunicazione è spesso affidata a gesti e sguardi anziché alle parole. Ecco, tradurre la gestualità è un altro discorso, che è già stato affrontato da altri ma che non credo si sia rivelato un problema con un autore attento ed essenziale come Haruf, o se lo è stato Cremonesi ha avuto la capacità di non farlo notare. Fra l’altro ha definito la scrittura di Haruf “affettuosa ma senza smancerie, calda ma non appiccicosa”, e questa definizione mi è piaciuta moltissimo.

Ultima nota a margine, la moglie di Haruf ha raccontato in un’intervista un paio di buffi aneddoti sul modo in cui il marito concepiva la scrittura: per evitare di farsi distrarre da refusi e punteggiatura, batteva a macchina la prima stesura con un berretto calato sugli occhi, per poi riprenderla e correggerla in un secondo momento. Forse è un’immagine bislacca e romantica, ma adoro immaginarlo mentre lascia che la scrittura fluisca dalle sue mani senza interruzioni. Una specie di write drunk, edit sober. Questo per me si ricollega al discorso sul trovare la voce del testo: anche in traduzione, una volta entrati nello spirito del racconto, spesso si va avanti in modo quasi automatico per non perdere il ritmo, senza badare troppo a refusi ed errori che verranno corretti durante l’autorevisione.

Tuttavia, sempre stando alla moglie, pare che Haruf non credesse nell’“ispirazione”: per lui scrivere era un lavoro duro, e si imponeva di farlo ogni giorno, che ne avesse voglia o meno. Ecco, anche qui penso valga lo stesso per la traduzione: malgrado ci siano giorni in cui persino pulire il forno sembra più divertente e appetibile che tradurre l’ennesimo capitolo sull’induismo o sui ghiacci della Groenlandia, è solo con la costanza e la voglia di fare bene il nostro lavoro che riusciremo a dimostrare che meritiamo incarichi più interessanti.

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Ringrazio quindi la NN per questo bellissimo incontro, sebbene io mi trovi molto in imbarazzo in queste situazioni “sociali”. E li ringrazio anche per averci omaggiato, oltre che di una copia di Crepuscolo, anche del nuovo libro di Jenny Offill (altra scrittrice che adoro) e di una serie di gadget che sto già sfruttando al massimo. La prossima settimana si terrà la Kent Haruf Week, quindi se riuscite partecipate ad almeno uno degli eventi organizzati in giro per l’Italia, perché è un autore davvero imperdibile. E se non avete letto i suoi libri correte a procurarveli: da oggi, con Crepuscolo, la trilogia è completa!

 

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Lost in translation, ovvero: la storia di una proposta editoriale

indexPerdonate il titolo banale e forse fuorviante: in questo post non parlerò di tutto ciò che va perduto durante l’atto traduttivo. Vi spiegherò invece perché non scrivo da novembre, subito dopo aver festeggiato il compleanno del blog.

Beh, in realtà la risposta è molto breve: negli ultimi sei (otto) mesi non ho avuto tempo di dedicarmici. Perché mi sono trasferita a 130 km di distanza con tutto quello che comporta insegnare a Torino un giorno alla settimana e vivere vicino a Pavia il resto del tempo, ma anche – e per fortuna – perché ho avuto molto da tradurre.

Fra i libri su cui ho lavorato in questo periodo, vorrei dedicare un’attenzione particolare a Écue-Yamba-Ó di Alejo Carpentier, e vi spiego subito il perché: questo romanzo ha una storia piuttosto travagliata. Carpentier è l’autore su cui ho fatto la mia tesi magistrale, confrontando le diverse traduzioni esistenti di alcuni dei suoi romanzi. Le prime erano piuttosto vecchiotte, le ritraduzioni, invece, erano a cura di Angelo Morino, il mio professore universitario (e immenso traduttore) scomparso prematuramente nel 2007. Proprio Morino aveva iniziato tempo addietro, insieme alla mia relatrice di laurea Vittoria Martinetto, a tradurre le prime pagine di Écue-Yamba-Ó, primo romanzo di Carpentier.

Questo libro dal titolo così strano non ha visto la luce fino a pochi giorni fa. Con la scomparsa di Morino, il progetto era stato accantonato finché Vittoria non mi ha proposto di tradurlo insieme, per poi cercare un editore che volesse pubblicarlo. L’abbiamo quindi tradotto all’incirca nel 2010, e ci siamo messe alla ricerca di una casa editrice interessata. Einaudi e Sellerio, che avevano pubblicato gli altri romanzi di Carpentier, l’hanno rifiutato perché “poco commerciale”, pur elogiandolo molto (conservo ancora la dettagliata risposta dell’editor di Einaudi che l’ha valutato in termini decisamente positivi. Cito testualmente, sapendo di non fargli un torto: “anche in questo romanzo giovanile Carpentier è già un gigante della scrittura”).

A un certo punto siamo riuscite ad accordarci con una piccolissima casa editrice fiorentina che era molto interessata al libro, ma la Fundación Carpentier di Cuba, che detiene i diritti dell’opera (aspiranti traduttori, ricordate: prima di fare una proposta editoriale informatevi sempre riguardo ai diritti!), non l’ha ritenuta abbastanza prestigiosa per pubblicare un autore come Carpentier.

Insomma, da un lato i “grandi” non lo volevano perché “fuori moda”, dall’altra i piccoli editori venivano scartati perché forse non in grado di pubblicizzarlo al meglio… E così per anni l’abbiamo lasciato nel cassetto, un po’ deluse.

Quando però Lindau, con cui collaboro da diverso tempo, ha inaugurato la collana di narrativa Senza Frontiere, Carpentier mi è sembrato una scelta perfetta e naturale. Il direttore editoriale per fortuna la pensava come me, la Fundación stavolta ha accettato, e così io e Vittoria abbiamo ripreso in mano la traduzione terminata quasi cinque anni prima. Un lavoro gomito a gomito che come al solito mi ha arricchita moltissimo, complicato ma affascinante: ore e ore passate a rivedere, limare, aggiustare, cambiare per poi tornare sui nostri passi, cercare improbabili riferimenti online, decifrare e confrontare.

Il risultato è uscito pochi giorni fa, dopo un’attenta revisione da parte di Paola Quarantelli di Lindau e di Vincenzo Perna, esperto di musica afrocubana (perché sì, nel libro c’è tanta musica, tanto ritmo non solo linguistico), e come potete immaginare ne siamo oltremodo felici. Speriamo che a Carpentier venga finalmente tributato il giusto merito anche per questo romanzo giovanile ma già ricco di fascino.

Morale della favola: non scoraggiatevi mai, una proposta di traduzione rifiutata per anni un giorno potrebbe trovare la sua perfetta collocazione, quella che stava aspettando fin dall’inizio.

Un’ultima cosa: a settembre partirà la nuova edizione del corso online Tradurre per l’editoria. Siccome sono una delle tutor, posso dire di essere molto soddisfatta di come sono andate le edizioni precedenti, e a giudicare dai commenti degli iscritti, che trovate sul sito (e non li abbiamo inseriti noi, giuro!), lo è anche chi vi ha partecipato. Vi invito a consultare il programma se siete alla ricerca di un corso “pratico” ma non potete spostarvi da casa. Questo corso è un altro dei motivi per cui non ho avuto il tempo di aggiornare il blog: è impegnativo e arricchente anche per me.

Spero di riuscire ad aggiornare presto il blog, anche se mi aspetta un’estate di fuoco e niente vacanze. Guardiamo il lato positivo, però: diventare traduttori è possibile, se si ha abbastanza tenacia.

 

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Il giovane Holden di Matteo Colombo

holdenAnche stavolta una premessa: avevo intenzione di scrivere un post confrontando attentamente alcuni passaggi delle due traduzioni principali del giovane Holden, quella di Adriana Motti del 1961 e quella di Matteo Colombo del 2014. Poi però, mentre leggevo, sono stata completamente rapita e quindi buonanotte, ho scritto soltanto un post sul libro in generale, che ho pubblicato sull’altro mio blog, Solo libri belli. Lo incollo qui perché si parla anche di traduzione.

Il fatto che un capolavoro come Il giovane Holden, con tutto l’immaginario che rappresenta, sia stato quest’anno ritradotto da Matteo Colombo è una notizia tutt’altro che trascurabile.

Ritradurre i classici è sempre una sfida e un pericolo, ma tanto di cappello a Colombo: ha centrato in pieno l’obiettivo. Lo dico senza mezzi termini: la sua traduzione è limpida e necessaria.

Avevo letto Il giovane Holden nella traduzione di Adriana Motti intorno ai 13-14 anni, rubandolo a mio fratello e rimettendolo esattamente nello stesso posto sul suo scaffale prima che tornasse a casa, la sera. A tappe forzate quindi, senza potermici abbandonare quando ne avevo voglia, ma forse con un valore aggiunto dato dal sotterfugio (ma non glielo potevi chiedere? mi direte voi, e no, rispondo io, avevo 13 anni, chi li capisce gli adolescenti).

Ecco, chi li capisce? Holden, ovviamente, perché con i suoi sedici anni è ancora un adolescente, un ragazzone alto, già con i capelli bianchi su un lato, stufo di tutto, ma con i timori e le frustrazioni tipiche della sua età. La trama penso la conosciate tutti: Holden Caulfield viene cacciato dalla sua prestigiosissima scuola perché è stato bocciato in quasi tutte le materie (tranne che in inglese, perché gli piace un sacco leggere e via dicendo), ma non può ancora tornare a casa perché i suoi genitori non lo sanno. E così si trova a vagare in una gelida New York, sotto Natale, tra bar squallidi, alberghi, telefonate a vecchie conoscenze – che immancabilmente lo deludono – e solitudine estrema. Solo la sua sorellina Phoebe è all’altezza delle sue aspettative: arguta, intelligente, sicuramente bambina ma anche un po’ mamma, affezionata al fratello quanto lui lo è a lei. Holden non sa cosa vuole, non sa cosa gli piace, ma guai a farglielo notare, perché si deprime facilmente. Un adolescente fatto e finito, insomma. La sua avventura è tragicomica, amara ma divertente, vivace ma serissima.

E il bello è che Matteo Colombo l’ha reso davvero un ragazzo di oggi, anzi, senza tempo, senza tutte le espressioni datate della prima traduzione, come il celebre “e vattelapesca”, anche perché – mentre leggevo ho sbirciato sia la traduzione di Motti sia l’originale – Holden non parla affatto in modo ricercato. I vari “e via discorrendo”, “e vattelapesca” erano espressioni semplici come “and all”. Semplicemente ha le sue manie linguistiche, come tutti gli adolescenti usa spessissimo certe espressioni cui è affezionato (prontamente riprese dalla sorellina, che, è il caso di dirlo, mi fa morire).

E quindi questo “nuovo” Holden è davvero giovane, davvero fragile, davvero unico e allo stesso tempo universale, fresco e vivido come se fosse vissuto l’altroieri anziché nel 1951. A tratti è commovente, dolcissimo, altre volte è scontroso e incomprensibile, ammette di comportarsi come un dodicenne ma non riesce a farne a meno. L’Holden che avevo letto quand’ero io stessa adolescente mi aveva affascinata, ma non era così vicino, così immediato, così vero. Era un ragazzetto snob e ricco di famiglia, che si lamentava di tutto e parlava in modo artificioso.

Unico appunto: anziché spendere soldi in fascette, io avrei messo il nome del traduttore in copertina. A parte questo, come dicevo avrei voluto analizzare la nuova traduzione, ma non ce n’è bisogno: molte parole sono già state spese su questa riuscitissima operazione, e mi limito a segnalarvi gli interventi più interessanti:

Divertente carteggio tra Matteo Colombo e l’editor Anna Nadotti
Intervista a Colombo su Il Mucchio
Intervista a Colombo su rivista Studio
Confronto fra le due traduzioni su Linkiesta

Spero davvero che gli adolescenti di oggi abbiano voglia di mettersi nei panni di Holden, almeno per un pochino, perché non sono poi così diversi dai loro.

[…] Ogni tanto mi rompo di sentirmi dire che devo comportarmi come uno della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più grande, giuro, solo che a quello la gente non fa caso. La gente non fa caso mai a niente.

 

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Salone del libro 2014 – il mio resoconto (prima parte)

IMAG3076[1]Quando sono entrata al Salone del libro il primo giorno, giovedì, la cosa che mi ha subito colpita è stata il profumo della carta. Nei giorni successivi non l’ho più sentito, non so se per via della folla o perché mi ero ormai assuefatta, ma giovedì è stato come entrare in un enorme libro, col naso puntato in avanti e le narici che fremevano di piacere.

Avevo elencato gli incontri che mi sarebbe piaciuto seguire, ma per svariati motivi (perlopiù lavorativi, poi vi racconterò) ne ho saltati alcuni e aggiunti altri. Ecco dunque il resoconto del “mio” Salone del libro.

Giovedì ho saltato il primo incontro, Lavorare nell’editoria oggi, ma mi hanno riferito che non mi sono persa granché. Se qualcuno di voi c’era, batta un colpo e mi faccia sapere! Il primo incontro che sono riuscita a seguire è stato Traduttore e revisore a confronto. Matteo Colombo dialogava con Anna Nadotti sulla nuova traduzione del Giovane Holden appena uscita per Einaudi, e Chiara Spallino parlava con Elena Loewenthal di un libro su una famiglia ebrea, di cui purtroppo non ho afferrato il titolo. Tuttavia quest’ultimo intervento ha un po’ perso di vista l’argomento del seminario, concentrandosi sulle difficoltà della lingua ebraica, per poi essere eclissato dalla verve della coppia Colombo-Nadotti. Impossibile riassumere tutto ciò che hanno detto, dimostrandosi davvero appassionati e competenti, ma vi consiglio caldamente di dare un’occhiata al loro frizzante epistolario pubblicato sul sito Einaudi, in cui raccontano le varie fasi del loro lavoro di traduzione e revisione. Il dialogo con un buon editor è una parte meravigliosa del lavoro di traduzione, ho avuto anch’io questa fortuna con il libro su cui sto lavorando al momento, e presto vi racconterò la mia esperienza.

Ma torniamo al Salone: dopo un primo giro fra gli stand, ho seguito La traduzione saggistica e scientifica divulgativa. Ho preso un bel po’ di appunti, ma cercherò di farla breve: Isabella Blum ha ricordato come per tradurre saggistica – ambito troppo spesso sottovalutato dagli aspiranti traduttori – sia necessario saper dominare il tema, che non vuol dire conoscerlo a menadito fin da subito ma saper svolgere ricerche appropriate. Bisogna sempre essere consapevoli delle proprie lacune, e saperle colmare. Ha poi sottolineato che spesso si fraintende la facilità del testo finale: scrivere in modo semplice e comprensibile comporta notevoli difficoltà. Enrico Casadei, di Codice edizioni, ha ribadito che a un buon traduttore di saggistica si richiede soprattutto versatilità, ossia la capacità di dominare testi che spesso riguardano discipline ibride. Non tutti i testi di saggistica sono settoriali al 100%, e del resto un esperto in una certa materia non è necessariamente un bravo traduttore. Occorre dunque essere in grado di sviluppare un metodo, più che specializzarsi in un campo circoscritto. Michele Luzzatto, di Bollati-Boringhieri, ha elencato tre capacità fondamentali per un traduttore di saggistica: prima di tutto saper scrivere bene in italiano, poi conoscere abbastanza bene l’argomento di cui si parla e avere una cultura abbastanza ampia, e solo in ultima posizione conoscere la lingua di partenza. Anche Michele Riva ha parlato di competenze e della capacità di ricercare fatti e informazioni, di sapersi muovere bene nell’argomento e di cogliere il modo in cui viene usata la lingua.

Il venerdì ho seguito Lo scrittore e i suoi traduttori – Barbara Ivancic dialoga con Ilide Carmignani, ma sinceramente questi incontri “monografici” non mi dicono un granché. È stato più interessante l’incontro successivo, Editori, lettori, traduttori: nuovi ruoli nell’esperienza digitale. Edoardo Brugnatelli ha dato qualche consiglio utile agli aspiranti traduttori: prima di tutto considerare gli e-book e l’autopubblicazione una risorsa, poiché pare che molti si mettano a scrivere in tarda età, abbiano grosse disponibilità finanziarie e sarebbero felici di vedere tradotte le loro opere. Un punto di partenza per scoprire autori da tradurre senza passare attraverso le case editrici è Babelcube, un sito internazionale che mette in comunicazione autori e traduttori. Ha poi consigliato di leggere questo articolo di Will Self sul Guardian e Is That a Fish in Your Ear? di David Bellos. Secondo Brugnatelli, inoltre, l’e-reader non avrà vita lunga perché è un apparecchio che permette di fare una sola cosa, mentre oggi la tendenza è di accentrare molteplici funzioni su un solo dispositivo. Di conseguenza, per un editore la concorrenza non saranno più gli altri editori, ma tutte le altre funzioni svolte da questi dispositivi: film, musica, giochi e distrazioni varie.

Ha poi parlato dell’acquisizione di aNobii da parte di Mondadori, ed è stato molto interessante sentire alcune delle novità che hanno intenzione di inserire sul sito: per esempio, nella scheda dei libri sarà possibile per il traduttore di una determinata opera inserire una propria nota alla traduzione. A me sembra una bellissima idea! Ci saranno poi dei collegamenti fra il sito e il proprio e-reader per inserire direttamente delle note durante la lettura. Insomma, secondo Brugnatelli, nonostante si sia parlato molto male di questa mossa, a Mondadori interessa aNobii più che altro perché sapere cosa dicono i lettori è una grande risorsa per un editore. Sarà vero? In ogni caso, un traduttore oggi deve essere più che mai in grado di dominare gli strumenti informatici e il web.

Per concludere il venerdì, sono andata a sentire la presentazione del libro Le giocatrici, di Marilena Lucente, pubblicato da Edizioni Spartaco, non tanto perché mi interessasse l’argomento quanto perché a presentare c’era la mia grande amica La Lettrice Rampante, che se l’è cavata alla grande :)

Mi rendo conto che questo post rischia di diventare infinito, quindi per oggi mi fermo qui. A prestissimo con la seconda parte del mio resoconto, riguardo agli incontri di sabato (domenica ero al salone ma non sono riuscita a seguire nulla).

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Tradurre per l’editoria. Corso base.

libroUltimamente i corsi di  traduzione si sono moltiplicati, offrendo ciascuno una formula diversa per andare incontro alle necessità delle moltissime persone che sognano di diventare traduttori.

Come orientarsi in questa giungla? Il mio consiglio è sempre di seguire corsi organizzati da chi svolge già questo mestiere, perché la teoria insegnata da professori universitari e studiosi di linguistica serve solo fino a un certo punto: quello che conta davvero oggi sono le esperienze reali, le testimonianze, la conoscenza del mondo editoriale dall’interno.

All’università ho seguito corsi di traduzione tenuti da professori sicuramente preparatissimi, ma che non avevano mai tradotto una parola al di fuori dell’ambito accademico. Manco a dirlo, più di qualsiasi lezione approfondita sulle teorie di Jakobson, Steiner, Newman o chi per essi, mi sono servite le ore passate a lavorare sui testi in compagnia di traduttori editoriali già affermati, quando ne ho avuta l’occasione.

Per questo, quando mi è stato proposto di tenere parte di un corso di traduzione ho subito pensato che l’esperienza in questo campo vale più di qualsiasi titolo accademico. Certo, una laurea magistrale in traduzione ce l’ho, ma soprattutto negli ultimi anni ho tradotto quasi esclusivamente per l’editoria, sia opere di narrativa sia di saggistica.

Il corso di cui parlo è organizzato dal service editoriale La Matita Rossa, con il cui blog collaboro già da un po’. Si intitola semplicemente Tradurre per l’editoria. Corso base, perché in fondo i giri di parole non sono necessari: l’obiettivo del corso è fornire strumenti e informazioni a chi desidera intraprendere questa strada difficile ma affascinante, da un punto di vista estremamente pratico e realistico. Il corso riguarda la traduzione editoriale dall’inglese e si svolgerà totalmente online, per venire incontro a chi non può spostarsi o ha orari incompatibili con le lezioni in aula: ogni settimana verrà inviata una dispensa su un particolare argomento, con spiegazioni ed esercizi, e poi ogni allievo potrà confrontarsi con il docente in chat, per discutere le strategie traduttive impiegate nell’esercitazione, ricevere consigli e fare domande.

Ecco il programma del corso, che costa 160 euro e comprende, oltre alle 12 lezioni, 6 ore di tutoraggio via chat (mezz’ora alla settimana), correzione degli esercizi da parte dei docenti e approfondimenti con interviste a esperti del settore.

  • TRADURRE NARRATIVA (3 lezioni) 
  • TRADURRE SAGGISTICA (3 lezioni)
  • IL LAVORO REDAZIONALE Editing e correzione di bozze (2 lezioni)
  • SCELTE DI TRADUZIONE (1 lezione)
  • SUPPORTI ALLA TRADUZIONE web, dizionari (1 lezione)
  • TRADURRE PER MESTIERE Aspetti legali e fiscali del lavoro di traduttore (2 lezioni)

Come potete notare, si tratta di un corso base ma che mira a fornire una panoramica di tutto ciò che è assolutamente necessario sapere per diventare traduttori.

L’ammissione al corso è subordinata a una breve prova di traduzione (gratuita). È necessario preiscriversi compilando l’apposito modulo. Sul sito potete anche trovare tutte le informazioni sul corso e sui docenti.

Se avete qualche domanda, sono a vostra disposizione. E ovviamente alla fine del corso aspetto commenti, impressioni e suggerimenti: il confronto con le opinioni altrui è fondamentale per un buon traduttore.

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Solo libri belli

Post brevissimo solo per annunciare che ho aperto un nuovo blog: Solo libri belli.

Non si parla di traduzione ma di buona letteratura (e quindi, indirettamente, anche di traduzione!). Ovviamente questo Diario resterà aperto e continuerò ad aggiornarlo, Solo libri belli è soltanto un progetto parallelo. C’è anche la pagina Facebook, se passate a trovarmi mi farà piacere!

A presto con un nuovo articolo sulla traduzione editoriale :)

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Il film della sua vita

Questa mia recensione è apparsa originariamente sul blog Un buon libro, un ottimo amico, che vi consiglio caldamente di visitare.

La riporto qui perché l’autore è stato un grandissimo traduttore, e perché data la sua padronanza della lingua italiana è sempre un piacere leggere i suoi scritti. Tutti i traduttori dovrebbero conoscere questo finissimo cesellatore del linguaggio. Se volete approfondire, leggete questa sua riflessione sulla necessità di “sporcarsi le mani”.

 

Angelo Morino – Il film della sua vita

A volte succede, con i libri profondi, quelli che ti scavano un solco dentro e toccano corde sensibili, scoperte, fragili: non sai cosa dire, come commentare. Quando un libro è così perfetto, così compiuto pur nella sua conclusione mancata, aggiungere anche solo una parola sembra un delitto. Perché la prosa di Morino è limpida, asciutta, essenziale. Perfettamente limata e ritmica, con un lessico scelto con cura e mai un aggettivo di troppo.

Impossibile descrivere Il film della sua vita in poche parole: certo, si potrebbe semplicemente dire che è un libro sul rapporto dell’autore con la madre, ma è molto di più. Si parte dall’infanzia e si arriva alla morte di lei, scorrendo i momenti importanti della sua vita come in una serie di fotogrammi e soffermandosi sulla storia della relazione con il figlio, intensa, quasi ossessiva. Morino appare completamente soggiogato da una madre dal carattere dispotico ma inaspettatamente fragile non appena la sofferenza le fa perdere il contegno a cui tiene tanto.

In questo libro, che lascia pietrificati e sgomenti, compaiono tutte le declinazioni del dolore: è doloroso, dolente, addolorato. Dolorante. Dolorifico. Un dolore che pervade ogni angolo della coscienza e contagia il lettore con un terrore assoluto nei confronti dell’evento più inevitabile di tutti. Ma la morte non è vista come un’assenza eterna quanto come un processo faticoso, osceno, che turba e disgusta, sfinisce e lascia un senso di vuoto il cui inizio risale già all’arrivo della vecchiaia, con la scomparsa di un corpo tanto amato sotto un guscio di pelle cascante e avvizzita.

Morino narra tutto da un punto di vista strettamente fisico, quotidiano, umano: nessuna pretesa di filosofeggiare sulla vita e sulla morte, solo il grido d’angoscia di un figlio che si ritrova a fare i conti con qualcosa di inesorabile a cui non ha mai voluto pensare. E la figura della madre, così altezzosa, così forte, così dura con lui che cerca in tutti i modi di dimostrarle che non è un buono a nulla, provoca nel lettore una sorta di ammirazione risentita, di rimprovero offuscato dallo stupore per un senso di dignità portato all’estremo.

Ci sono scene dolcissime di contatto fisico tra la madre malata e il figlio, alternate alle sfuriate di lei che si lagna senza posa per il dolore che la consuma. C’è la guerra, il passato di una donna coraggiosa e forte fin da giovane, determinata a seguire l’amore anche se i tempi sono difficili. C’è un’infanzia relativamente felice, vissuta in simbiosi, madre e figlio sempre attaccati, il padre escluso dal loro rapporto privilegiato. Morino non ci risparmia nulla, e non risparmia neppure se stesso, mettendosi a nudo e confidando alla carta anche i pensieri più scomodi e sgradevoli, con un’onestà intellettuale umile e umanissima. La tematica fondamentale della memoria si intreccia con la trascrizione sincera e spassionata di pensieri che, forse, ognuno di noi si troverà a dover affrontare prima o poi.

La morte di un genitore è qualcosa a cui si preferisce non pensare, che implica un cambiamento radicale, una decisa svolta nella vita di chiunque, e particolarmente in quella di un uomo così legato alla propria madre, unica donna che abbia mai amato, essendo omosessuale.

Il romanzo è rimasto incompiuto a causa della precoce morte di Morino, grandissimo ispanista e traduttore, che tuttavia ha fatto in tempo ad affidare al computer la storia di un amore smisurato, incrollabile, possessivo ed estremo in ogni senso. Come ci ricorda Vittoria Martinetto nella commovente nota finale, solo dopo il momento cruciale della morte della madre Morino ha cominciato a scrivere di sé, quasi fosse riuscito soltanto allora a trasformarsi in una persona compiuta, finalmente scissa da un cordone ombelicale mai completamente cicatrizzato, neanche dopo anni di lontananza fisica dalla madre.

L’ho finito con un groppo in gola e il terrore di trovarmi un giorno ad affrontare lo stesso dramma, la stessa angoscia, la stessa solitudine. Morino è stato mio docente all’università e a lui è dedicata la mia tesi di laurea specialistica. Ma anche per chi non l’ha mai conosciuto, questo libro può rivelarsi una di quelle gemme preziose, inaspettate, che toccano l’animo umano in profondità, perché tratta di un tema universale con una delicatezza, una franchezza, un’ingenuità disarmante che rappresentano una vera e propria oasi nel panorama letterario nazionale. Abbiamo perso un grande traduttore, un grande scrittore, un grande uomo. Di quelli che passano sotto silenzio, che lavorano di notte, che non amano apparire e forse proprio per questo si fanno riconoscere quando ti capitano tra le mani, perché brillano più di tutti.

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