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Diario di bordo: translating Joe Brainard – parte 3

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Foto: Lindau

Ora che è andato in stampa posso finalmente dirlo con certezza: entro fine mese uscirà il libro di Joe Brainard su cui ho scritto gli ultimi due post di questo blog – parte 1 e parte 2 – e si intitolerà Autoritratto. Lo trovo un titolo perfetto per l’opera di un pittore/artista che scrive di sé, dei suoi pensieri, delle sue manie, delle sue riflessioni quotidiane talvolta banali e spesso ironiche, dissacranti, molto introspettive ma che strizzano sempre l’occhio ai suoi amici e ai lettori.

 

Ma veniamo alla traduzione, o meglio, alle sue ultime fasi e alla revisione. Rileggendo il testo dopo aver finito di tradurlo, l’ho toccato davvero pochissimo. Forse perché Joe l’ha scritto di IMAG8622_1getto, ed era così che andava tradotto. Ho modificato qualche parola qua e là, limato un po’ le frasi, ma non ho tolto molte delle sue adorate ripetizioni né ho cercato di “normalizzarlo”. Non dico di aver mandato alla casa editrice una prima bozza, ma non ho voluto guastare la spontaneità del testo ricamandoci troppo sopra. Mi sono concentrata più che altro su come rendere al meglio alcune frasi che in inglese sono perfettamente naturali ma in italiano perdono ogni forza e ritmo, come il terribile passaggio da self-consciousness a self-awareness nell’introduzione di Ron Padgett.

Inoltre, poiché sapevo che avrei lavorato con redattori con cui ero certa di poter dialogare, nella mia traduzione ho lasciato evidenziate alcune frasi che mi avevano lasciata perplessa, che temevo di non aver capito o reso appieno. Il confronto con Alberto Del Bono della Lindau è stato davvero prezioso: in un lungo pomeriggio in redazione abbiamo sviscerato i problemi principali, trovando in praticamente tutti i casi una soluzione che ci convinceva entrambi. Qualcosa, però, è rimasto ancora una volta insoluto. Più che altro didascalie e frasi senza contesto, le più temute da un traduttore, che quando gli chiedono “cosa vuol dire questa cosa?” è abituato a rispondere invariabilmente “dipende dal contesto”. (E non è una scusa, dipende davvero dal contesto, ragazzi, su.)

Foto: Lindau

Foto: Lindau

Tanto per fare un esempio, una di queste frasi è la didascalia di un ritratto di Joe fatto da un suo amico: Joe knits up a careful tennis shoe white thread. Parole comunissime, perfettamente traducibili prese una per volta, ma piazzate lì in un modo che alcuni amici madrelingua mi hanno confermato essere “strano”, niente affatto chiaro; di conseguenza tradurre questa frase così lapidaria risultava veramente arduo. Inoltre – e questa è una cosa terribile per me che sono sempre così insicura –, poiché la didascalia è scritta a mano dall’autore, nell’edizione italiana non verrà cancellata: in questo e altri casi, la traduzione sarà a fondo pagina, ma il lettore potrà vedere anche la frase originale. Capite bene come in questi casi il terrore di sbagliare si moltiplichi.

Per fortuna avevamo a disposizione il curatore dell’edizione originale, nonché amico intimo di Joe, che ha confermato la stranezza della costruzione inglese ma ci ha spiegato l’immagine: al momento del ritratto Joe stava riparando una scarpa da tennis (careful?) con del filo bianco. Potevamo arrivarci, ma chi si sarebbe arrischiato a un’interpretazione così netta? Ecco, questo è uno dei casi in cui consultare l’autore o chi per esso (ah, poter scrivere a Joe…) si è rivelato fondamentale. Ron Padgett ci ha chiarito questo e un paio di altri dubbi, facendoci dormire sonni più tranquilli (e se qualche lettore o traduttore si sentirà in dovere di contestare le nostre scelte, beh, perlomeno avremo un’opinione autorevole dalla nostra!).

Foto: Lindau

Foto: Lindau

Dopo la revisione con Alberto, il libro è passato nelle mani di Paola Quarantelli, editor di Mi ricordo (i richiami a quel testo erano moltissimi, sarebbe stato impossibile tradurre questo libro senza tenere conto delle scelte fatte allora, e grazie al cielo l’avevo tradotto io), quindi è stata necessaria un’altra sessione di discussioni, riflessioni, cambiamenti dell’ultimo minuto e accordi conciliatori. La traduzione è così: se il libro fosse stato riletto da una quarta persona, saremmo ancora seduti attorno a un tavolo a discutere. Ed è una cosa che mi piace moltissimo di questo lavoro. Se la traduzione perfetta non esiste, è comunque incredibilmente stimolante vedere in che modo teste diverse interpretano e sentono uno stesso testo.peopleIMG_20151001_115043

Sono convinta che alla fine abbiamo fatto davvero un buon lavoro, e sarà emozionante tenere il libro tra le mani. Spero che riesca a emozionare anche voi, che lo leggiate col sorriso sulle labbra, che capiate cosa voleva dire Brainard quando l’ha scritto, che la traduzione abbia reso giustizia al suo linguaggio scarno ed evocativo insieme. Spero che Joe conquisti prima la vostra attenzione e poi, pian piano, una pagina dopo l’altra, il vostro cuore. Se lo merita, ed è stato un vero onore essere la sua traduttrice.

La cosa importante è che sono un pittore e uno scrittore. Finocchio. Insicuro riguardo al mio aspetto. E sento un po’ troppo il bisogno di far contenta la gente. Lavoro molto. Darei il braccio destro per essere follemente innamorato. (Beh, diciamo il sinistro.)

Come si fa a non amarlo?

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Il giovane Holden di Matteo Colombo

holdenAnche stavolta una premessa: avevo intenzione di scrivere un post confrontando attentamente alcuni passaggi delle due traduzioni principali del giovane Holden, quella di Adriana Motti del 1961 e quella di Matteo Colombo del 2014. Poi però, mentre leggevo, sono stata completamente rapita e quindi buonanotte, ho scritto soltanto un post sul libro in generale, che ho pubblicato sull’altro mio blog, Solo libri belli. Lo incollo qui perché si parla anche di traduzione.

Il fatto che un capolavoro come Il giovane Holden, con tutto l’immaginario che rappresenta, sia stato quest’anno ritradotto da Matteo Colombo è una notizia tutt’altro che trascurabile.

Ritradurre i classici è sempre una sfida e un pericolo, ma tanto di cappello a Colombo: ha centrato in pieno l’obiettivo. Lo dico senza mezzi termini: la sua traduzione è limpida e necessaria.

Avevo letto Il giovane Holden nella traduzione di Adriana Motti intorno ai 13-14 anni, rubandolo a mio fratello e rimettendolo esattamente nello stesso posto sul suo scaffale prima che tornasse a casa, la sera. A tappe forzate quindi, senza potermici abbandonare quando ne avevo voglia, ma forse con un valore aggiunto dato dal sotterfugio (ma non glielo potevi chiedere? mi direte voi, e no, rispondo io, avevo 13 anni, chi li capisce gli adolescenti).

Ecco, chi li capisce? Holden, ovviamente, perché con i suoi sedici anni è ancora un adolescente, un ragazzone alto, già con i capelli bianchi su un lato, stufo di tutto, ma con i timori e le frustrazioni tipiche della sua età. La trama penso la conosciate tutti: Holden Caulfield viene cacciato dalla sua prestigiosissima scuola perché è stato bocciato in quasi tutte le materie (tranne che in inglese, perché gli piace un sacco leggere e via dicendo), ma non può ancora tornare a casa perché i suoi genitori non lo sanno. E così si trova a vagare in una gelida New York, sotto Natale, tra bar squallidi, alberghi, telefonate a vecchie conoscenze – che immancabilmente lo deludono – e solitudine estrema. Solo la sua sorellina Phoebe è all’altezza delle sue aspettative: arguta, intelligente, sicuramente bambina ma anche un po’ mamma, affezionata al fratello quanto lui lo è a lei. Holden non sa cosa vuole, non sa cosa gli piace, ma guai a farglielo notare, perché si deprime facilmente. Un adolescente fatto e finito, insomma. La sua avventura è tragicomica, amara ma divertente, vivace ma serissima.

E il bello è che Matteo Colombo l’ha reso davvero un ragazzo di oggi, anzi, senza tempo, senza tutte le espressioni datate della prima traduzione, come il celebre “e vattelapesca”, anche perché – mentre leggevo ho sbirciato sia la traduzione di Motti sia l’originale – Holden non parla affatto in modo ricercato. I vari “e via discorrendo”, “e vattelapesca” erano espressioni semplici come “and all”. Semplicemente ha le sue manie linguistiche, come tutti gli adolescenti usa spessissimo certe espressioni cui è affezionato (prontamente riprese dalla sorellina, che, è il caso di dirlo, mi fa morire).

E quindi questo “nuovo” Holden è davvero giovane, davvero fragile, davvero unico e allo stesso tempo universale, fresco e vivido come se fosse vissuto l’altroieri anziché nel 1951. A tratti è commovente, dolcissimo, altre volte è scontroso e incomprensibile, ammette di comportarsi come un dodicenne ma non riesce a farne a meno. L’Holden che avevo letto quand’ero io stessa adolescente mi aveva affascinata, ma non era così vicino, così immediato, così vero. Era un ragazzetto snob e ricco di famiglia, che si lamentava di tutto e parlava in modo artificioso.

Unico appunto: anziché spendere soldi in fascette, io avrei messo il nome del traduttore in copertina. A parte questo, come dicevo avrei voluto analizzare la nuova traduzione, ma non ce n’è bisogno: molte parole sono già state spese su questa riuscitissima operazione, e mi limito a segnalarvi gli interventi più interessanti:

Divertente carteggio tra Matteo Colombo e l’editor Anna Nadotti
Intervista a Colombo su Il Mucchio
Intervista a Colombo su rivista Studio
Confronto fra le due traduzioni su Linkiesta

Spero davvero che gli adolescenti di oggi abbiano voglia di mettersi nei panni di Holden, almeno per un pochino, perché non sono poi così diversi dai loro.

[…] Ogni tanto mi rompo di sentirmi dire che devo comportarmi come uno della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più grande, giuro, solo che a quello la gente non fa caso. La gente non fa caso mai a niente.

 

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La correttezza paga, e se non paghi sei fuori

In questi giorni sta prendendo forma una campagna nata da Luca Pantarotto di Holden & Company, che prevede di non recensire più libri delle case editrici che notoriamente non pagano i propri collaboratori. I nomi delle suddette girano da parecchio fra gli addetti ai lavori, i quali avvisano i colleghi in modo che questi ultimi non accettino lavori già rifiutati da altri professionisti. Dell’iniziativa si parla diffusamente su diversi blog, vi invito a leggere il post riassuntivo scritto su Holden & Company per saperne di più. Vi consiglio anche il post dedicato all’argomento su Giramenti.

Ovviamente la cosa riguarda da vicino anche i traduttori, categoria debole e spesso bistrattata. Mi fa quindi piacere sostenere e pubblicizzare questa iniziativa, sebbene il mio non sia un blog di recensioni (in realtà un blog letterario ce l’ho, e si chiama Solo libri belli, e ovviamente aderirò anche lì – appena capisco come inserire il banner – perché non è detto che i libri belli siano pubblicati da case editrici virtuose).

Perché “la correttezza paga”? Perché senza scrittori, traduttori, editor, correttori di bozze e lettori una casa editrice non può esistere. E non pagare i propri collaboratori è una pessima mossa, che può far innervosire i lettori più consapevoli.

Lavorando da qualche anno nel campo dell’editoria, sia dall’interno sia dall’esterno, come traduttrice, editor, web manager e così via, so bene come purtroppo i ritardi nei pagamenti in questo mondo siano all’ordine del giorno. Lo confermano le mailing list di traduttori, in cui professionisti ben più famosi e ricercati di me lamentano le stesse problematiche. Si sa, c’è crisi per tutti, questo però non deve rappresentare una giustificazione per far lavorare gratis gente che ha sudato per acquisire una certa professionalità.

State bene attenti quando ricevete una proposta, di qualsiasi tipo essa sia: di recensione se siete blogger, di traduzione se siete traduttori. Fate una ricerca, informatevi per scoprire se la casa editrice in questione è seria e affidabile. Questo gioverà a tutti, e chissà che le case editrici non capiscano che è meglio tagliare gli sprechi inutili piuttosto che non pagare chi se lo merita.

Sono felice che si stia creando una certa attenzione intorno ai problemi di chi lavora nel mondo dell’editoria: troppo spesso ci si sente dire che stare tutto il giorno a scrivere davanti a un computer non è un vero lavoro. È ora di ribadire i nostri diritti, con ogni mezzo.

 

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Tradurre “I Remember” di Joe Brainard

Ammetto che quando mi è stato proposto di tradurre “I Remember” non sapevo chi fosse Joe Brainard, e non avevo nemmeno letto “Je me souviens” di Perec, ispirato proprio da Brainard. Ho ricevuto il testo e sfogliandolo mi sono resa conto di quanto fosse particolare: frasi brevissime, mai più lunghe di dieci righe, in molti casi una o due righe soltanto, e tutte cominciavano con le stesse parole: “Mi ricordo”. A volte basta citare un oggetto, una marca, una canzone, e subito tornano in mente un mondo e un’epoca ormai lontani. Il libro di Joe Brainard funziona proprio così: un’idea apparentemente semplice, ma in realtà carica di potenzialità che qui vengono sfruttate appieno. Come scrive il suo amico Ron Padgett: “ci rendemmo tutti conto che aveva fatto una scoperta meravigliosa, e molti si chiedevano come mai un’idea così ovvia non fosse venuta in mente a loro”.

Ma non si tratta di un semplice elenco di prodotti e personaggi: Brainard entra in prima persona nel suo libro, espone tutta la propria vulnerabilità di artista, di omosessuale, di bambino e poi ragazzo, di studente, di uomo. E così facendo, come scrive Paul Auster nella prefazione, riesce “a trascendere ciò che è puramente privato e personale in un’opera che parla di tutti. È proprio questa la sensazione: parlando di sé, Brainard riesce a coinvolgere il lettore con una spontaneità e un candore davvero eccezionali, facendolo entrare nella propria storia personale e contemporaneamente stimolando i ricordi del lettore stesso.

Per un libro così atipico, la casa editrice voleva un revisore di tutto rispetto. Io ho avuto la fortuna di averne addirittura due, dopo aver buttato giù la prima bozza di traduzione. In un primo momento ho lavorato con Paola Quarantelli, editor di Lindau, e in seguito anche con Susanna Basso, che credo non abbia bisogno di presentazioni. Ecco come abbiamo impostato il lavoro.

Dopo aver tradotto – un po’ di getto, ma facendo le dovute ricerche e cercando di “entrare” già nel testo – le prime cinquanta pagine, ci siamo incontrate tutte e tre in casa editrice per discutere la strategia da seguire avendo già qualcosa in mano. Ebbene, il mio timore reverenziale nei confronti di un testo così importante mi aveva portata a rimanere troppo aderente all’originale, nel tentativo di conservare il più possibile. Ma quello di Brainard è un libro fresco, immediato, evocativo, ed era quindi necessario staccarsi un po’ dal testo di partenza per restituire lo stesso effetto in italiano. Ovviamente questo non poteva avvenire nella prima bozza di traduzione, che deve necessariamente restare vicina al testo di partenza per evitare che i rimaneggiamenti successivi la facciano allontanare davvero troppo dall’originale.

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Tenendo a mente i consigli ricevuti, ho quindi terminato la traduzione e siamo passate alla seconda fase: Paola ha letto e revisionato tutto il libro, e a mano a mano che andavamo avanti ci incontravamo in casa editrice (la sera, dopo il suo orario di lavoro) per limare ogni singola frase. I suoi suggerimenti sono stati davvero preziosi, e mi hanno aiutata a mettermi nei panni di un lettore italiano staccandomi un po’ – anche se a malincuore – dall’inglese.

A metà lavoro, abbiamo inviato la prima tranche a Susanna Basso. Anche in questo caso le sue annotazioni sono state indispensabili: in molti casi, la sua sensibilità linguistica ha arricchito il testo di una immediatezza di cui Brainard, credo, sarebbe stato orgoglioso. Ricevere i suoi consigli, di persona o al telefono, mi ha resa molto più consapevole e attenta: un bell’allenamento per il famoso “orecchio del traduttore”! Il confronto e la possibilità di dialogare sono un’occasione rara e meravigliosa per chiunque faccia questo mestiere.

Abbiamo proceduto nello stesso modo anche per la seconda metà del libro: lunghissime serate passate in casa editrice con Paola – con la quale per fortuna ho trovato un’ottima intesa – a cercare soluzioni, a snellire le frasi, a riflettere e spesso, molto spesso, a ridere parecchio.

Sì, perché “Mi ricordo” è un libro tenero, commovente, ma anche spassoso e arguto, ricco di esperienze più o meno imbarazzanti, di fantasie, di riflessioni e pensieri che prima o poi sono venuti in mente a chiunque. Brainard si mette in gioco senza vanità, e senza risparmiarci davvero nulla: insomma, se vi scandalizzate facilmente state alla larga da questo libro. Ma, tornando alla traduzione, quali sono state le principali difficoltà?

Innanzitutto, sono state necessarie davvero moltissime ricerche. Io non ho vissuto in America negli anni ’40, ’50 e ’60, e di conseguenza ho dovuto colmare questa lacuna informandomi su un’infinità di siti diversi per cogliere tutti i riferimenti. A volte era molto facile capire di che cosa stesse parlando, altre volte le frasi, nella loro brevità e assenza di contesto, rimanevano oscure e mi facevano dannare. Qualche esempio? “I remember box suits.” “I remember «Lavender past» (He has a…)”. Come ogni traduttore sa, senza contesto a volte è davvero molto difficile stabilire di cosa si parli, ma con molta pazienza e unendo tre teste ne siamo venute a capo.

In altri casi era chiaro a che cosa Brainard si riferisse, ma era difficile rendere lo stesso concetto in italiano perché il lettore non avrebbe riconosciuto certi riferimenti immediatamente comprensibili per un americano. A volte abbiamo optato per una breve traduzione didascalica: per esempio, “I remember Bickford’s” è diventato “Mi ricordo i ristoranti Bickford’s”. Altre volte, per evitare lunghe e in fondo inutili spiegazioni, qualcosa è andato perso, e “car coat” è diventato un semplice giaccone. Per quanto riguarda gli abiti, le acconciature e i personaggi dell’epoca nella maggior parte dei casi è stata sufficiente una ricerca accurata, anche se non sempre, dopo aver capito, era semplice trasporli in modo comprensibile per un lettore italiano.

Numerosi erano anche i giochi di parole: incubo di qualsiasi traduttore, quando sono decontestualizzati e assumono tutta l’importanza di una frase singola, isolata, non è possibile tralasciarli o prendere decisioni arbitrarie. Ve ne lascio alcuni giusto per divertirvi a pensarci sopra, e per quanto riguarda le soluzioni che abbiamo adottato… Le troverete nel libro!

I remember «Your shirt tail’s on fire!» and then you yank it out and say «Now it’s out!»”. Ovviamente qui si gioca sul “fire” che può essere “out” come la camicia può essere “out” dai pantaloni… Impossibile a mio parere trovare una soluzione abbastanza fedele, quindi abbiamo optato per un altro scherzo.

I remember a joke about Tom, Dick and Harry that ended up, «Tom’s dick is hairy»”. Qui il gioco di parole “sporco” è evidente, e in questo caso dopo mille riflessioni e dopo aver stressato un po’ chiunque mi è venuto in soccorso un amico, che mi ha suggerito una soluzione a mio avviso davvero perfetta.

I remember «dress up time». (Running around pulling up girls’ dresses yelling «dress up time»).” Qui l’ambiguità di “dress up” era unita alla difficoltà di trovare un’espressione verosimile, che dei bambini potessero davvero urlare rapidamente correndo qua e là per alzare il vestitino alle femmine.

Avete qualche idea per questi giochi di parole? Sono sicura che esistano tantissime soluzioni diverse, anche se sono piuttosto soddisfatta di quelle adottate nel libro.

Tralasciando questi casi particolari, anche le frasi apparentemente più semplici nascondevano delle insidie: Brainard era un artista, e anche sulla carta gli bastava un accenno di pennellata per evocare tutto un insieme di pensieri, emozioni e sensazioni: un aggettivo, l’ordine delle parole, una parentesi potevano dare a una frase brevissima una forza evocativa incredibile e adatta a essere resa solo in una lingua come l’inglese, in cui la sintesi la fa da padrona. In italiano, per ottenere la stessa immediatezza, è stato a volte necessario perdere qualche sfumatura, guadagnando però in ritmo e spontaneità. Inoltre, qualsiasi traduttore sa bene quanto sia complicato scrivere in modo scorrevole, e quanto lavoro di cesello ci sia dietro una frase apparentemente banale.

A traduzione ultimata, ci siamo trovate un’ultima volta tutte e tre in casa editrice, dove abbiamo discusso anche della prefazione di Paul Auster, che ha adorato questo libro. E sentirmi dire che avevo fatto un ottimo lavoro è stata una delle soddisfazioni più grandi della mia carriera, anche se il merito va certamente condiviso.

Tradurre Joe Brainard è stata un’esperienza intensa, diversa, eccezionale. Sono grata a Paola e alla Lindau per avermi dato questa possibilità. E lavorare con Susanna Basso è stato un sogno che si è avverato. Fatemi sapere come avreste risolto i giochi di parole di cui sopra, e se lo leggerete spero che il libro vi piaccia quanto a me è piaciuto tradurlo.

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Scheda del libro sul sito Lindau
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Gli Esercizi di stile di Queneau, ovvero come trasformare un incubo traduttivo in un gioco

punto-interrogativoPerché non ho letto prima gli Esercizi di stile? Da ragazzina avevo adorato Zazie nel metrò, e in fondo sapevo che Queneau non mi avrebbe delusa neppure stavolta. Ma ho sempre avuto paura di questo libro così atipico, particolare e da tutti lodato.

A mano a mano che mi gustavo una pagina dopo l’altra, però, riuscivo a pensare solo una cosa: Queneau era un genio. L’idea di prendere un episodio banale come un mezzo litigio sull’autobus e trasformarlo in un caleidoscopio di punti di vista, sensazioni e infinite variazioni non è da tutti. L’avvenimento, descritto all’incirca in mezza paginetta, si mostra in tutte le sue sfaccettature trasformando la lingua in una sostanza viva e plasmabile, dalle possibilità illimitate. Temevo che sarebbe stato noioso leggere la stessa banale storiella per decine di volte consecutive. E invece Queneau è riuscito a stupirmi a ogni pagina, facendomi ridere e sgranare gli occhi, lasciandomi stupefatta, talvolta confusa perché ci mettevo un po’ a trovare la chiave per decifrare l’esercizio che stavo leggendo. Ma una volta scoperta, che piacere meravigliarsi ancora una volta!

Perché parlo degli Esercizi di stile su questo blog? Ma ovviamente perché sono un incubo traduttivo. Non solo giochi di parole, ma figure retoriche a manciate, sintassi ai limiti dell’assurdo, accostamenti lessicali spericolati: la lingua è così strettamente connessa a questo libro che una classica traduzione appare quasi impossibile.

E infatti Umberto Eco, da grande linguista qual è, si è dedicato a riscrivere questi esercizi adattandoli alla nostra meravigliosa lingua, e il risultato è a mio avviso riuscitissimo: in alcuni casi, andando a guardare il francese a fronte, trovavo persino migliore la resa italiana.

Non sapete di cosa sto parlando e siete curiosi? Partiamo dal primo esercizio, “Notazioni”, direttamente in italiano per comodità:

“Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore piú tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in piú al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.”

Eccolo qui l’episodio, in tutta la sua banalità. Ma che fare quando ci troviamo davanti a un esercizio come Distinguo”? Eccone l’inizio, in francese:

“Dans un autobus (qu’il ne faut pas prendre pour un autre obus), je vis (et pas avec une vis) un personnage (qui ne perd son âge) coiffé d’un chapeau (pas d’une peau de chat) cerné d’un fil tressé (et non de tril fessé). Il possédait (et non pot cédait) un long cou (et pas un loup con). Comme la foule se bousculait (non que la boule se fousculât), un nouveau voyageur (et non veau nouillageur) déplaça le susdit (et non suça ledit plat).”

E così via, in un gioco di omofonie impossibile da riprodurre “fedelmente” in italiano. Ma che cos’è la fedeltà? In questo caso, restituire al lettore italiano una serie di acrobazie simili a quelle inventate da Queneau, indipendentemente dalle singole parole utilizzate. Ecco l’inizio della traduzione di Eco di questo brano:

“Un bel dí sul torpedone (non la torre col pedone) scorsi (ma non preteriti) un tipo (non un carattere a stampa) ovvero un giovinotto (che non era un sette da poco cresciuto), munito (sí, ma non scimunito) di un cappello incoronato (non incornato) da un gallone (non di birra), e con un lunghissimo collo (non postale). Costui si mette ad apostrofare (ma non a virgolettare) un passeggero (a cui però non vende almanacchi) e lo accusa (anche se non è un dolore) di pestargli i piedi (non del verso) ad ogni fermata (che non è una ragazza caduta in una retata).”

Meno omofonie, difficili da trovare in una lingua come la nostra, ma dei veri e propri “distinguo” come forse li avrebbe potuti scrivere Queneau se fosse stato italiano.

E che dire del linguaggio da “Paysan” che Eco trasforma in un divertentissimo “Contadino”? (“Uno poi dice la vita, neh… Ero montato sula coriera, no? e vado a sbatere in un balèngo col colo che somiliava ’n polastro e ’n capelino legato con ’na corda, che mi cascasero gli ochi se dico bale […]”).

Com’è abbastanza ovvio, gli “Italianismes” ipotizzati da Queneau (“Oune giorne en pleiné merigge…”) si trasformano per Eco in “Francesismi”: “Allora, un jorno verso mesojorno…”. Si potrebbe pensare che gli anglicismi siano rimasti pressoché invariati, e invece ogni lingua assorbe il lessico e la sintassi altrui in modo diverso: è così che “Un dai vers middai, je tèque le beusse” diventa “Un dèi, verso middèi, ho takato il bus”.

Già da questi pochi esempi si può intuire come la traduzione in questo caso sia un vero e proprio esercizio di stile, al pari di quelli ideati da Queneau. Certamente non un lavoro da principianti, ma comunque una godibilissima riflessione su come sia necessario ponderare sempre quale sia l’aspetto dominante del testo che ci apprestiamo a tradurre.

Non trovate che la traduzione di “Auditif”Coinquant et pétaradant, l’S vint crisser le long du trottoir silencieux” sia nell’italiano “Auditivo” quasi più efficace che in francese? “Dringhete dranghete, sussultando, sbuffando e tossicchiando, ecco l’Esse che stride lungo il bordo sfrigolante del marciapiede…”. Pare proprio di sentirlo! Io la trovo una cosa molto rassicurante: non sempre in traduzione si perde qualcosa, a volte si riesce anche a guadagnare.

Insomma, un libro certamente fuori del comune, spiritoso, divertente ed estremamente interessante per chiunque sia affascinato dalle sfide traduttive.

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Solo libri belli

Post brevissimo solo per annunciare che ho aperto un nuovo blog: Solo libri belli.

Non si parla di traduzione ma di buona letteratura (e quindi, indirettamente, anche di traduzione!). Ovviamente questo Diario resterà aperto e continuerò ad aggiornarlo, Solo libri belli è soltanto un progetto parallelo. C’è anche la pagina Facebook, se passate a trovarmi mi farà piacere!

A presto con un nuovo articolo sulla traduzione editoriale :)

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Il film della sua vita

Questa mia recensione è apparsa originariamente sul blog Un buon libro, un ottimo amico, che vi consiglio caldamente di visitare.

La riporto qui perché l’autore è stato un grandissimo traduttore, e perché data la sua padronanza della lingua italiana è sempre un piacere leggere i suoi scritti. Tutti i traduttori dovrebbero conoscere questo finissimo cesellatore del linguaggio. Se volete approfondire, leggete questa sua riflessione sulla necessità di “sporcarsi le mani”.

 

Angelo Morino – Il film della sua vita

A volte succede, con i libri profondi, quelli che ti scavano un solco dentro e toccano corde sensibili, scoperte, fragili: non sai cosa dire, come commentare. Quando un libro è così perfetto, così compiuto pur nella sua conclusione mancata, aggiungere anche solo una parola sembra un delitto. Perché la prosa di Morino è limpida, asciutta, essenziale. Perfettamente limata e ritmica, con un lessico scelto con cura e mai un aggettivo di troppo.

Impossibile descrivere Il film della sua vita in poche parole: certo, si potrebbe semplicemente dire che è un libro sul rapporto dell’autore con la madre, ma è molto di più. Si parte dall’infanzia e si arriva alla morte di lei, scorrendo i momenti importanti della sua vita come in una serie di fotogrammi e soffermandosi sulla storia della relazione con il figlio, intensa, quasi ossessiva. Morino appare completamente soggiogato da una madre dal carattere dispotico ma inaspettatamente fragile non appena la sofferenza le fa perdere il contegno a cui tiene tanto.

In questo libro, che lascia pietrificati e sgomenti, compaiono tutte le declinazioni del dolore: è doloroso, dolente, addolorato. Dolorante. Dolorifico. Un dolore che pervade ogni angolo della coscienza e contagia il lettore con un terrore assoluto nei confronti dell’evento più inevitabile di tutti. Ma la morte non è vista come un’assenza eterna quanto come un processo faticoso, osceno, che turba e disgusta, sfinisce e lascia un senso di vuoto il cui inizio risale già all’arrivo della vecchiaia, con la scomparsa di un corpo tanto amato sotto un guscio di pelle cascante e avvizzita.

Morino narra tutto da un punto di vista strettamente fisico, quotidiano, umano: nessuna pretesa di filosofeggiare sulla vita e sulla morte, solo il grido d’angoscia di un figlio che si ritrova a fare i conti con qualcosa di inesorabile a cui non ha mai voluto pensare. E la figura della madre, così altezzosa, così forte, così dura con lui che cerca in tutti i modi di dimostrarle che non è un buono a nulla, provoca nel lettore una sorta di ammirazione risentita, di rimprovero offuscato dallo stupore per un senso di dignità portato all’estremo.

Ci sono scene dolcissime di contatto fisico tra la madre malata e il figlio, alternate alle sfuriate di lei che si lagna senza posa per il dolore che la consuma. C’è la guerra, il passato di una donna coraggiosa e forte fin da giovane, determinata a seguire l’amore anche se i tempi sono difficili. C’è un’infanzia relativamente felice, vissuta in simbiosi, madre e figlio sempre attaccati, il padre escluso dal loro rapporto privilegiato. Morino non ci risparmia nulla, e non risparmia neppure se stesso, mettendosi a nudo e confidando alla carta anche i pensieri più scomodi e sgradevoli, con un’onestà intellettuale umile e umanissima. La tematica fondamentale della memoria si intreccia con la trascrizione sincera e spassionata di pensieri che, forse, ognuno di noi si troverà a dover affrontare prima o poi.

La morte di un genitore è qualcosa a cui si preferisce non pensare, che implica un cambiamento radicale, una decisa svolta nella vita di chiunque, e particolarmente in quella di un uomo così legato alla propria madre, unica donna che abbia mai amato, essendo omosessuale.

Il romanzo è rimasto incompiuto a causa della precoce morte di Morino, grandissimo ispanista e traduttore, che tuttavia ha fatto in tempo ad affidare al computer la storia di un amore smisurato, incrollabile, possessivo ed estremo in ogni senso. Come ci ricorda Vittoria Martinetto nella commovente nota finale, solo dopo il momento cruciale della morte della madre Morino ha cominciato a scrivere di sé, quasi fosse riuscito soltanto allora a trasformarsi in una persona compiuta, finalmente scissa da un cordone ombelicale mai completamente cicatrizzato, neanche dopo anni di lontananza fisica dalla madre.

L’ho finito con un groppo in gola e il terrore di trovarmi un giorno ad affrontare lo stesso dramma, la stessa angoscia, la stessa solitudine. Morino è stato mio docente all’università e a lui è dedicata la mia tesi di laurea specialistica. Ma anche per chi non l’ha mai conosciuto, questo libro può rivelarsi una di quelle gemme preziose, inaspettate, che toccano l’animo umano in profondità, perché tratta di un tema universale con una delicatezza, una franchezza, un’ingenuità disarmante che rappresentano una vera e propria oasi nel panorama letterario nazionale. Abbiamo perso un grande traduttore, un grande scrittore, un grande uomo. Di quelli che passano sotto silenzio, che lavorano di notte, che non amano apparire e forse proprio per questo si fanno riconoscere quando ti capitano tra le mani, perché brillano più di tutti.

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