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I dieci momenti più difficili per un traduttore

576530_498652033526943_21958116_nDisclaimer: questo post è in gran parte ironico. Non è mia intenzione lagnarmi di un lavoro che amo, anche se a volte la mancanza di uno stipendio fisso si fa sentire.

Fare il traduttore, che sogno! Lavorare da casa, guadagnarsi da vivere picchiettando sui tasti del computer, leggere libri in anteprima, trovarsi sempre di fronte a sfide nuove e interessanti. È un mestiere circondato da una certa aura di romanticismo. Ma è sempre tutto così rose e fiori? Senza arrivare a parlare di vita agra, ecco dieci momenti in cui un traduttore non può fare a meno di sentirsi un filino irritato:

  1. Quando sei a metà di una frase complicatissima, ti è appena venuta un’illuminazione su come risolverla e in quel momento suona il postino, oppure ti ricordi di aver lasciato la pentola sul fuoco o qualche altra situazione da risolvere immediatamente, e allora salti su continuando a ripeterti la soluzione della frase per non dimenticarla. E puntualmente, appena torni davanti al pc, te la sei dimenticata.

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  1. Quando ti chiedono che lavoro fai e la tua risposta incontra sguardi vuoti o, in alternativa, ti chiedono se riesci a viverci, perché andiamo, un lavoro da casa non può essere un vero lavoro. Cioè, stai in pigiama tutto il giorno? Oppure, se rispondono con entusiasmo, danno per scontato che tu sappia come minimo cinque lingue.
  1. Quando fai una prova di traduzione per una casa editrice importante, finalmente, e non la passi. Anche se ti dicono che hai fatto un ottimo lavoro, anche se il collega a cui hanno assegnato il lavoro ha vent’anni d’esperienza in più di te, anche se ti assicurano che ti terranno in considerazione per il futuro, è sempre un colpo al cuore.
  1. Quando confondono traduttori e interpreti. E succede praticamente sempre.

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  1. Quando devi sollecitare un pagamento. Forse il momento più odioso per qualsiasi freelance, quello in cui devi ricordarti che anche se non hai uno stipendio fisso alla fine del mese meriti comunque di essere pagato per il tuo lavoro. Nei tempi stabiliti. Eppure ti ritrovi quasi a chiedere scusa per avere quello che ti spetta.
  1. Quando mandi cv o proposte mirati, ben fatti, che ti sono costati tempo e fatica, e non ti arriva una risposta manco a pagarla.
  1. Quando i clienti ti chiedono “uno sconticino”. Come se lo chiedessero anche al dentista o all’idraulico, e probabilmente lo fanno pure. Tenere duro, sempre: il nostro lavoro vale quello che abbiamo stabilito, e non un euro di meno.
  1. Quando un amico ti chiede di tradurgli al volo una frase che non capisce e tu non conosci il significato di un termine specifico ma non puoi correre a sfogliare il dizionario, devi dire “non lo so” e vorresti sotterrarti.

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  1. Quando vai a un incontro per traduttori o leggi uno scambio sui social e ti senti immensamente ignorante. Perché non si può sapere tutto, ma ogni tanto ti sembra di non sapere davvero nulla.
  1. Quando non sai come tradurre un gioco di parole, chiedi aiuto a un amico o su Facebook e te lo risolvono in tre minuti. Senza aver studiato traduzione.

Ecco, queste mi sono capitate tutte, ma sicuramente ce ne sono altre mille che varrebbe la pena citare. Per voi quali sono – o sono stati – i momenti in cui avete dovuto contare fino a dieci e respirare profondamente per mantenere la calma?

 

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Giornate della Traduzione Letteraria 2014

10672290_694686303950484_8520506359637067981_nNon avendo potuto partecipare alle Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino, ho chiesto sulla pagina facebook del blog se qualcuno che ci era andato avesse avuto voglia di raccontare la sua esperienza. Ha risposto all’appello Alessia Fortunato, che ringrazio moltissimo. Ecco quindi il suo resoconto: buona lettura!

Una piccola premessa: personalmente ho soltanto aggiunto qualche “a capo” e corretto qualche accento. La forma e i contenuti dell’articolo rappresentano unicamente l’opinione dell’autrice.

Le Giornate della Traduzione sono state organizzate e presiedute da Ilide Carmignani e Stefano Arduini, con varie illustri guest star che hanno contribuito a rendere questa esperienza molto completa e accattivante. Siamo partiti nel primo pomeriggio di venerdì 26 Settembre con i consueti saluti e presentazioni, immediatamente seguiti dalla presentazione di “Libro”, ad opera di Gian Arturo Ferrari, e fin qui siamo ancora nell’ambito del vago.

Intanto l’aula magna di Palazzo Battiferri si è riempita sempre di più: studenti del posto e non, traduttori alle prime armi, traduttori meno noti e volti più o meno conosciuti. Interessante la tavola rotonda tenuta sulla crisi dell’editoria, dettata dall’avvento dell’ebook, che se riduce i costi di produzione, riduce anche i guadagni senza per questo ridimensionare i collaboratori che prendono parte al processo di pubblicazione. In quella sede Ilide Carmignani ha chiesto l’intervento di Martina Testa (Minimum Fax), Luca Formenton (Il Saggiatore), Mariagrazia Mazzitelli (Salani) e Paolo Repetti (Einaudi Stile Libero), per sentire il parere di case editrici più o meno grandi. Il risultato è abbastanza ovvio: gli editori più piccoli, in situazioni di difficoltà economica, hanno come ultimo “pensiero” proprio pagare i traduttori.

Da qui l’intervento (personalmente assai poco gradito) di una persona dalla platea, non so chi fosse ma a quanto pare una traduttrice piuttosto affermata, che rivendicava come risoluzione della crisi un ritorno alla “vera qualità” di “loro”, i traduttori dai nomi altisonanti le cui cartelle costano non meno di 18 € l’una, che ovviamente in una contingenza economica come questa, a meno che non si tratti di grandi classici, finiscono per lasciare il posto a noi “giovinastri” che sinonimo di qualità a quanto pare non siamo. L’intervento non è stato condiviso né dalla signora Mazzitelli né dalla signora Testa, ma non c’è stato il tempo per rispondere adeguatamente in quanto si era andati oltre l’orario consentito.

Ammetto di aver saltato la Lectio Magistralis di Giuseppe Antonelli “Hai parlato come un libro stampato!”, perché di lì a poco iniziava il mio seminario e dovevo spostarmi in tempi brevi. Ho seguito “Quando il rosa si tinge di giallo” di Alessandra Roccato (Harlequin Mondadori), un interessantissimo momento di confronto sul romanzo che sta tornando nuovamente di moda, di cui la Roccato ha elencato i punti chiave e le linee guida con grande chiarezza e semplicità. Metà del seminario è stato un confronto su quattro pagine che ci era stato chiesto di tradurre, e che abbiamo affrontato tutti insieme per snodare i punti più ostici e capire anche quando è il caso di sacrificare troppa precisione a beneficio di una buona resa emotiva.

Sabato 27 si è aperto con un’altra bordata di seminari, io ho partecipato a “Il ruolo del traduttore all’interno della macchina editoriale” tenuto da Martina Testa, che oltre a chiarire i meccanismi dell’editoria, ha dato una serie di brillanti consigli per ottenere l’attenzione delle case editrici: per chi ha esperienza, insistere sulle pubblicazioni nel curriculum, per chi non ne ha (in realtà mi approprio anche io di questo consiglio), invece del mero invio del curriculum, che sa di passivo, mandare vere e proprie proposte editoriali con tanto di scheda recensiva, sample e proiezioni di vendita dell’opera inedita in Italia.

A seguire, mi cospargo il capo di cenere, ma non saprei riferirvi niente della lezione di etimologia di Alberto Nocentini (Le Monnier) perché è stata abbastanza… sterile? Noiosissima? Ovviamente è un parere personale. Viceversa l’ora successiva è stata un tuffo nella traduzione ai limiti della filologia assieme a Michele Mari, che ci ha raccontato di come il suo amore per Stevenson e L’isola del tesoro lo abbia portato ad accettare la traduzione di un sequel (ovviamente non scritto da Stevenson) che riportava delle incongruenze con l’originale traduzione degli anni sessanta… problema che la casa editrice ha risolto assegnando una nuova traduzione di Stevenson proprio a Mari, per la sua grande gioia.

Dopo il momento dedicato alle premiazioni (Francesca Sassi per Harlequin Mondadori e Anna Ravano per il premio Zanichelli) e lo stacco, riprendono i seminari. Questa volta tre di fila, ancora una volta se ne potevano scegliere solo tre, e i miei hanno anche avuto la fortuna di essere in due sedi diverse, quindi… ho mantenuto la forma! Il primo, “Traduzioni impossibili. Ambiguità e giochi di lingue nell’Ulisse di James Joyce”, è stato tenuto da Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni, che ha ritradotto l’opera nel 2013. Ammetto di aver seguito solo per esigenze legate alla traduzione a cui lavoro al momento, non sono una fan di Joyce né del suo genere, ma ho comunque ascoltato con molto interesse l’approccio dinamico con cui Terrinoni si è avvicinato a Joyce riscoprendone l’aspetto ribelle e tipicamente irlandese con il suo “dublineese”.

Poi è stata la volta di un brillantissimo Daniele Gewurz su “Come comportarsi di fronte agli errori dell’originale”: consigli, suggerimenti e aneddoti più o meno famosi. Gewurz ci suggerisce sempre e ecomunque un contatto o diretto con l’autore o altrimenti con l’editore, a cui va segnalato qualsiasi tipo di intervento, sia che decidiamo di risolvere noi, sia che ci limitiamo a segnalarlo ai revisori. Gli ultimi dieci minuti sono stati un divertente confronto di esperienze per raccontare di strilloni in pieno medioevo, cioccolate calde che diventano tazzoni di latte, terzine con quattro versi, e chi più ne ha più ne metta.

Dulcis in fundo, per me, “Storia di un ruttino. Tradurre ‘versi’ per bambini” di Franco Nasi. Un’ora splendida in cui un fantastico Nasi (adoro la sua pronuncia british) ci ha spiegato come si è approcciato ai giochi di parole e suoni per tradurre le poesie per bambini, e in particolare quelle musicali (nonché illustrate dallo stesso autore) di Roger McGough. Altissima la qualità della lezione, le poesie erano veramente belle e nonostante fosse poesia, Nasi si è concentrato sull’importanza della musicalità e del ritmo che è tanto caro anche alla narrativa in prosa curata dalla maggior parte di noi. Molto, molto piacevole e interessante scoprire i giochi di suoni e parole che anche l’Italiano può offrire, seppur con qualche sforzo in più rispetto alla più semplice base inglese.

Domenica mattina avrei dovuto seguire il seminario di Bartocci in due moduli sulle “Problematiche linguistiche e traduttive trasversali ai generi letterari. Analisi e possibili soluzioni”, ma purtroppo è stato annullato il giorno prima. I seminari in alternativa li avevo già seguiti, così ne ho approfittato per tornare alla stazione di Pesaro senza fare le corse.

Un’esperienza molto appassionante e coinvolgente, soprattutto i seminari con i relativi momenti di confronto, proprio per noi che come punto di riferimento abbiamo spesso e volentieri solo lo schermo di un pc, è stato veramente piacevole. La consiglio a tutti, tanto si ripete con cadenza annuale, ed è anche utile ai fini curricolari (per gli studenti di lingue, l’attestato di partecipazione vale anche 2 CFU).

Alessia Fortunato

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Editori che non.

10215426_f260Il “non” del titolo sta per non pagano, non citano, non revisionano, insomma, non svolgono il loro lavoro come dovrebbero. Ultimamente i traduttori stanno alzando la voce, e considerando che fino a poco tempo fa abbiamo solo sussurrato, se non taciuto, direi che questa è un’ottima notizia.

La notizia più “scandalosa” degli ultimi giorni è l’iniziativa di Federico Di Vita, il quale ha scritto sulla bacheca di un editore che non lo paga da 13 mesi per chiedere pubblicamente di provvedere. È intervenuta la proprietaria della casa editrice in questione, e ne è nato un acceso dibattito (al momento non più integralmente disponibile – lo sapevo che avrei dovuto salvarmi gli screenshot!). In sostanza, l’editore ammette difficoltà finanziarie e proclama la propria buona fede e l’intenzione di pagare. Il problema è che con le buone intenzioni non si pagano le bollette, e ancora una volta i collaboratori esterni del mondo dell’editoria – in questo caso si trattava di revisione e non di traduzione – si rivelano essere l’ultima ruota del carro.

È un po’ che si parla dell’argomento, e le opinioni sono contrastanti: se tutti ammettono che pagare chi lavora è un sacrosanto dovere, alcuni tuttavia giustificano le case editrici insolventi perché in fondo “c’è crisi per tutti”. Il che è sicuramente vero, in questo momento l’editoria non è certo un settore dalle rosee prospettive. Però, ha senso impegnarsi in un progetto e farci lavorare della gente se si sa che poi questa gente non potrà essere pagata? Ha senso costringere un lavoratore a rivolgersi a un avvocato per ricevere quanto gli spetta, magari spendendo anche più di quel che gli è dovuto? Le risposte sembrano scontate ma non lo sono.

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A volte un post sui social network è più potente di una minaccia di denuncia, e inoltre stimola un dibattito che riesce ad accendere anche gli animi più miti. Negli ultimi mesi questo è avvenuto non soltanto per quanto riguarda i pagamenti, ma anche per un altro diritto del traduttore, quello di essere citato insieme alla propria traduzione.

Un esempio? Tempo fa pubblicai sulla mia pagina Facebook lo screenshot di uno scambio di battute su Twitter tra l’account di Einaudi e la traduttrice Isabella Zani. A mio parere le risposte di Einaudi (del suo portavoce su Twitter, ok, ma se in quel momento pubblichi con l’account Einaudi, tu SEI Einaudi) erano state piuttosto scortesi, per non dire maleducate. Nei commenti al post, molti erano d’accordo con me, ma molti altri hanno colto l’occasione per far notare quanto siano noiosi e rompiscatole i traduttori che chiedono di essere nominati (dimenticando che è un diritto stabilito per legge, non un capriccio). Cito:

Perché non il nome font tipografico. O il nome dell’impaginatore. O dell’editor.

E, parlando della scarsa qualità di alcune traduzioni oggi in commercio:

beh, allora che [i traduttori] abbassino i prezzi. Gli autori rischiano, mettendosi in gioco senza sapere se venderanno mai. Gli editori rischiano, producendo senza essere certi del rientro economico… Iniziassero a lavorare come noi [autori] prendendo piccole percentuali sui libri.

Insomma, secondo alcuni il traduttore dovrebbe assumersi il rischio imprenditoriale, secondo altri il suo lavoro è paragonabile a quello dell’impaginatore (lavoro di tutto rispetto, ovviamente, ma che non presuppone meriti autoriali), e in ogni caso dovrebbe abbassare le pretese. “Pretese” che, lo ripeto, sono stabilite dalla Legge 633 del 22 aprile 1941, art. 70.

Lo stesso screenshot è poi stato pubblicato su Social Media Epic Fails – e qui ringrazio per la segnalazione Luca Pantarotto di Holden&Company, altro paladino della correttezza in campo editoriale – dove ha ricevuto un bel po’ di commenti non esattamente gentili nei confronti di Isabella Zani, che per fortuna è abbastanza consapevole da sapersi difendere benissimo da sola (inoltre alcuni commenti, scusate il gioco di parole, si commentavano da soli per maleducazione e insolenza). La cosa peggiore, però, è che anche diversi traduttori in quell’occasione si sono schierati dalla parte dell’editore. Se i nostri diritti non li difendiamo noi, come possiamo sperare che gli altri li comprendano?

Quando però vengono pubblicate schifezze immonde tutti sono pronti a lamentarsi dei traduttori. L’ho fatto io stessa in un post leggermente irritato che presentava una serie di foto di una traduzione davvero pessima, inguardabile, roba che nemmeno Google Translate avrebbe potuto concepire (o forse sì). Tipo che, all’acquario, una bambina piccola batteva “sul bicchiere” anziché “sul vetro”. Tutti sono stati d’accordo sul fatto che fosse uno scandalo. La casa editrice, interpellata, non mi ha mai risposto. Non so se la traduttrice sia stata pagata, quanto tempo le sia stato concesso, ma sicuramente su quel libro non è stato fatto nessun tipo di editing, e questa è una colpa della casa editrice che ha messo in circolazione il libro, non della traduttrice. Si sa che i traduttori diventano visibili solo quando “sbagliano”, in tutte le altre occasioni devono starsene buoni e zitti nel loro angolino.

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Tornando all’argomento più scottante, nell’ambiente della traduzione editoriale si parla da tempo di fare i nomi degli editori insolventi, di denunciare pubblicamente i singoli casi, ma non se n’è ancora fatto nulla, e nessun giornalista ha ancora fiutato lo scoop, come ha fatto giustamente notare Federica Aceto (fra l’altro, se non conoscete ancora il suo blog, ve lo consiglio caldamente). Per un certo periodo è stato aperto il blog Editori che pagano, ma anche quello è stato subissato di critiche.

In sostanza, quando un editore lavora male si vede da tante cose. Una di queste sono i testi poco (o per nulla) curati. Un’altra è il mancato pagamento di coloro che letteralmente “fanno” i libri, li compongono, li sudano parola dopo parola. Secondo molti, evidentemente, i traduttori dovrebbero tornare nell’invisibilità da cui sono sempre stati avvolti, tacendo i mancati pagamenti e quasi quasi ringraziando se vengono retribuiti.

In fondo “è un lavoro talmente bello che si può fare anche gratis”, no?

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La correttezza paga, e se non paghi sei fuori

In questi giorni sta prendendo forma una campagna nata da Luca Pantarotto di Holden & Company, che prevede di non recensire più libri delle case editrici che notoriamente non pagano i propri collaboratori. I nomi delle suddette girano da parecchio fra gli addetti ai lavori, i quali avvisano i colleghi in modo che questi ultimi non accettino lavori già rifiutati da altri professionisti. Dell’iniziativa si parla diffusamente su diversi blog, vi invito a leggere il post riassuntivo scritto su Holden & Company per saperne di più. Vi consiglio anche il post dedicato all’argomento su Giramenti.

Ovviamente la cosa riguarda da vicino anche i traduttori, categoria debole e spesso bistrattata. Mi fa quindi piacere sostenere e pubblicizzare questa iniziativa, sebbene il mio non sia un blog di recensioni (in realtà un blog letterario ce l’ho, e si chiama Solo libri belli, e ovviamente aderirò anche lì – appena capisco come inserire il banner – perché non è detto che i libri belli siano pubblicati da case editrici virtuose).

Perché “la correttezza paga”? Perché senza scrittori, traduttori, editor, correttori di bozze e lettori una casa editrice non può esistere. E non pagare i propri collaboratori è una pessima mossa, che può far innervosire i lettori più consapevoli.

Lavorando da qualche anno nel campo dell’editoria, sia dall’interno sia dall’esterno, come traduttrice, editor, web manager e così via, so bene come purtroppo i ritardi nei pagamenti in questo mondo siano all’ordine del giorno. Lo confermano le mailing list di traduttori, in cui professionisti ben più famosi e ricercati di me lamentano le stesse problematiche. Si sa, c’è crisi per tutti, questo però non deve rappresentare una giustificazione per far lavorare gratis gente che ha sudato per acquisire una certa professionalità.

State bene attenti quando ricevete una proposta, di qualsiasi tipo essa sia: di recensione se siete blogger, di traduzione se siete traduttori. Fate una ricerca, informatevi per scoprire se la casa editrice in questione è seria e affidabile. Questo gioverà a tutti, e chissà che le case editrici non capiscano che è meglio tagliare gli sprechi inutili piuttosto che non pagare chi se lo merita.

Sono felice che si stia creando una certa attenzione intorno ai problemi di chi lavora nel mondo dell’editoria: troppo spesso ci si sente dire che stare tutto il giorno a scrivere davanti a un computer non è un vero lavoro. È ora di ribadire i nostri diritti, con ogni mezzo.

 

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L’invisibilità del traduttore

signinvisibilityQuando si parla di “invisibilità del traduttore” ci si può riferire a molti concetti diversi.

Prima di tutto, è impossibile non citare il libro di Lawrence Venuti intitolato, appunto, “The Translator’s Invisibility” (pubblicato in Italia da Armando Editore, 1999, traduzione di M. Guglielmi). Nel testo, Venuti cita il traduttore americano Norman Shapiro, secondo il quale

“Una buona traduzione è come una lastra di vetro. Si nota che c’è solamente quando ci sono delle imperfezioni: graffi, bolle. L’ideale è che non ce ne siano affatto. Non dovrebbe mai richiamare l’attenzione su di sé.”

Il concetto di invisibilità rimanda dunque a un vetro perfettamente trasparente attraverso il quale il testo risulti “pulito”, perfetto, come se fosse stato scritto direttamente in quella lingua, scorrevole e senza alcun intoppo. Certo, non è esattamente una missione facile, ma bisogna sempre avere un ideale a cui tendere.

Purtroppo, questo concetto di “invisibilità” è stato esteso al traduttore come lavoratore. Sempre più spesso capita di ricevere proposte indecenti, di pochi spiccioli a cartella, che alcuni accettano perché “fa curriculum”. Ne avevo già parlato nell’articolo sulle proposte da non accettare mai. La situazione dei traduttori editoriali in Italia è piuttosto drammatica: sono ben pochi quelli che riescono a vivere di questa professione, e molto spesso le tariffe non sono degne di un lavoro così lungo e impegnativo: basta dare un’occhiata all’inchiesta sulle tariffe indetta da Biblit per rendersi conto del malcontento generale. Per i traduttori alle prime armi (o comunque per qualsiasi dubbio, che può venire anche ai più esperti) è bene fare riferimento al sito di STradE, che dispensa davvero tanti consigli utili per evitare soprusi e sfruttamenti.

Il concetto di invisibilità è stato ripreso anche da Ilide Carmignani per dare un titolo agli incontri sulla traduzione letteraria che ogni anno si svolgono al Salone internazionale del libro di Torino: ho già parlato in questo post degli interessantissimi seminari organizzati quest’anno da L’Autore Invisibile. Eh già, perché giovedì 16 maggio inizia il Salone! Ovviamente è un appuntamento importantissimo, se potete non mancate: le tavole rotonde e l’opportunità di parlare con gli editori (almeno quelli delle case editrici più piccole, di certo non troverete “il signor Feltrinelli” allo stand) sono davvero imperdibili.

Sul versante opposto dell’invisibilità del traduttore, avete letto la storia dei traduttori di Dan Brown rinchiusi in un bunker? Perquisiti all’entrata e all’uscita, sorvegliati da guardie armate, isolati dal mondo e con accesso limitato a Internet: più che un collettivo di traduttori ricorda una squadra costretta ai lavori forzati (con tanto di servizio a tutta pagina su TV Sorrisi e Canzoni, però: che fortunelli!). Non so che dire, spero almeno che li abbiano pagati molto bene, anche se non vedo comunque il motivo di un sequestro del genere, a parte gli ovvi fini pubblicitari: che fine ha fatto la fiducia nell’onestà professionale? Era proprio necessario “rapire” i traduttori e impedire loro persino di dire ai parenti dove si trovassero e per quale motivo? Certo, sicuramente il libro venderà moltissimo (a 25€ a copia poi, i guadagni saranno immensi…), ma a parte non essere un’amante del genere non riesco proprio a evitare che questa storia mi lasci l’amaro in bocca. E non certo per l’invidia!

Mi fanno giustamente notare che non ho citato i nomi dei traduttori di Inferno: per completezza dovrei citare tutti quelli che hanno vissuto l’esperienza nel bunker, ma qui mi limito a nominare Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli, le traduttrici italiane. Gli altri nomi li trovate in questa intervista. Mi assicurano inoltre che le condizioni di lavoro erano professionalmente oneste e non ho alcun motivo di dubitarne. La mia perplessità riguarda soltanto la scelta degli editori, non certo quella dei traduttori, che sono professionisti e il cui lavoro ovviamente ha tutto il mio rispetto.

Come abbiamo visto, la parola “invisibilità” può avere tante sfaccettature per un traduttore: mettersi al servizio del testo senza che la nostra personalità lo influenzi, diventare un vero e proprio “autore invisibile”, ma anche dover combattere ogni giorno per i propri diritti e scoprire che pochissimi, quando leggono un libro tradotto, si rendono conto che le parole che hanno davanti agli occhi sono state accuratamente scelte da un traduttore, pur in accordo con quelle dell’autore.

Insomma, in un certo senso l’invisibilità sarà pure una condizione auspicabile per un traduttore, ma per altri versi è assolutamente necessario uscire dall’ombra e far sentire la nostra voce.

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Le traduzioni invecchiano

bampw-black-and-white-book-dust-old-Favim.com-286638È un argomento piuttosto noto: i testi scritti in lingua originale non invecchiano mai. A parte le versioni adattate per un certo tipo di pubblico o per qualche altro motivo non filologico, a  nessuno verrebbe mai in mente di riscrivere la Commedia di Dante o  le opere di Shakespeare per avvicinarli alla lingua contemporanea. Le traduzioni, invece, invecchiano. Anche se raramente (diciamo mai, così ci togliamo il pensiero) agli esordi capita di trovarsi a ritradurre un classico, può essere comunque interessante fermarsi a riflettere sull’argomento.

Vediamo allora quali sono le implicazioni – sia letterarie sia contrattuali – dell’invecchiamento delle traduzioni.

Partiamo dall’ultimo aspetto: quanto “dura” una traduzione? In termini legali, al massimo vent’anni. Questo è infatti il periodo di tempo, riportato su gran parte dei contratti di traduzione, durante il quale un editore può utilizzare la nostra traduzione e pubblicarla quante volte ritiene opportuno. Non dimentichiamo che si può sempre cercare di negoziare per far ridurre questo periodo di tempo, alcune case editrici accettano anche di far durare i diritti dieci o dodici anni. Trascorso questo lasso di tempo, i diritti tornano al traduttore, che può accettare di rinnovarli (ovviamente dietro compenso, anche se non vedrà mai l’intera cifra pagata originariamente per il suo lavoro) oppure tenerseli per rivendere la traduzione al miglior offerente. Inutile specificare che il primo caso è molto più frequente del secondo, ma non sempre dopo vent’anni un editore è ancora intenzionato a ripubblicare un’opera.

In Italia escono davvero troppi libri, e la maggior parte cade nel dimenticatoio pochi mesi dopo l’uscita. Alcuni, però, sopravvivono e continuano a essere ristampati. È soprattutto il caso dei classici, ovviamente. A questo proposito, Andrea Landolfi stilò un piccolo breviario sulla revisione delle vecchie traduzioni che mi sembra interessante sottoporvi:

1) Rivedere le grandi traduzioni del passato fa bene, perché stimola la riflessione e solletica l’emulazione.

2) Non esiste traduzione che non sia emendabile e/o migliorabile.

3) Per rivedere una versione d’autore si richiede: coraggio nel fare le proprie scelte, rispetto per ciò che il traduttore ha comunque fatto; prudenza nel cassare: spesso l’espressione “brutta” è comunque il meno peggio.

4) Poiché lo Zeitgeist influenza pesantemente il traduttore, imponendogli, a volte, scelte che alle generazioni seguenti potranno apparire incomprensibili o, peggio, esecrabili, è bene usare una certa indulgenza, augurandosi che i posteri faranno lo stesso con noi.

5) È necessario depurare l’originale dalle incrostazioni delle versioni d’autore, ma è necessario non prendersela a male se nella propria traduzione di un poeta si avvertirà l’eco, il profumo, di una versione d’autore che ci ha formato (a patto che non si esageri).

6) Mettersi alla prova traducendo e ritraducendo per sé i grandi e i grandissimi aiuta a liberarsi di qualche timidezza traduttoria e insieme dà la misura dei propri limiti.

7) La traduzione letteraria non fa diventare ricchi; sicuramente, però, più intelligenti.

 

Che dire? Quest’ultima è sicuramente una delle mie frasi preferite, la trovo incoraggiante e lusinghiera. Per il resto, direi che queste affermazioni si spiegano da sole, senza che io stia a commentarle.

Aggiungo solo che, com’è ovvio, in passato non esistevano tutti i mezzi e gli strumenti che abbiamo oggi, e quindi trovo stupefacente e ammirevole il lavoro di traduttori le cui opere sono oggi considerate “superate”: senza Internet, le mappe di Google, tutti i dizionari che abbiamo a portata di mouse, i programmi di videoscrittura che consentono di trovare un certo termine in tutto il testo (e di modificarlo quanto vogliamo senza impazzire con le cancellature), il mestiere di traduttore doveva essere un vero incubo. Quello che oggi richiede pochi minuti di ricerca su Internet, allora costava ore e ore di duro lavoro bibliografico. Siano dunque lodati i traduttori che ci hanno permesso di godere dei classici della letteratura!

Detto questo, però, spesso le ritraduzioni si rendono assolutamente necessarie, sia per svecchiare il testo sia per correggere veri e propri errori di interpretazione. C’è anche da dire che in passato si diventava traduttori perlopiù “per caso”, perché si conosceva la lingua e magari si insegnava all’università, oppure si era conosciuti come letterati, mentre oggi esistono innumerevoli corsi di studio professionalizzanti. Questo significa, però, che noi abbiamo meno scuse per i nostri errori! Bisogna sempre verificare ogni dettaglio, non mi stancherò mai di ripeterlo.

Ma non divaghiamo. Ogni traduttore che si trovi a ritradurre un’opera può scegliere se confrontarsi con la versione precedente oppure metterla da parte e cominciare da zero. Ovviamente si tratta di una decisione personalissima, su cui non mi soffermerò. Rimando a un prossimo post alcune riflessioni sulla revisione di una traduzione, che quest’ultima sia già stata pubblicata o meno.

Abbiamo visto che cosa significhi in termini editoriali e letterari ritradurre un classico: aggiungiamo che, malgrado certe traduzioni siano ormai diventate dei classici a loro volta, non sarebbe male se gli editori si decidessero finalmente a svecchiare alcuni titoli che hanno in catalogo da decenni e che continuano a vendere nonostante un linguaggio spesso farraginoso e magari infarcito di errori radicatisi nel tempo.

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Entrare nel mondo della traduzione: il parere di Elisa Comito (STradE)

Questo post non è opera mia bensì di Elisa Comito, del Sindacato Traduttori Editoriali STradE, che ringrazio infinitamente per aver accettato di farmelo pubblicare. Si tratta di un suo intervento sulla mailing list di traduttori e interpreti Langit, dove un’iscritta ha chiesto consiglio a propostito di una tariffa “d’ingresso” davvero infima offertale da una casa editrice. Ecco a voi la risposta di Elisa Comito, che io ho trovato utilissima ed esauriente. Non perdetevela, potrebbe togliervi molti dubbi!

 

Mi permetto di offrire un altro punto di vista, nato non solo dalla
mia esperienza personale ma anche dall’esperienza nel sindacato dei
traduttori editoriali STRADE. Nell’ambito del sindacato, faccio parte
del gruppo di lavoro sul diritto d’autore e i contratti editoriali
che, tra le altre cose, fornisce consulenze contrattuali:
http://www.traduttoristrade.it/consulenza-legale

Di contratti ne abbiamo visti a iosa, stipulati con editori grandi e
piccoli, corretti e farabutti (la serietà è indipendente dalla
dimensione). Ci scrivono traduttori che lavorano da diversi anni ma
anche molti esordienti, alla loro prima pubblicazione.
Ti dico quindi che non solo non è impossibile ma è fin troppo facile
(anche “grazie” a una serie di corsi e corsetti che offrono “stage” di
dubbia eticità) “inserirsi” nel settore, se per “inserirsi” si intende
“ottenere una o qualche traduzione a qualsiasi prezzo” lavorando
gratuitamente o per pochi spicci. Dirò di più: “a qualsiasi prezzo”
comprende anche traduttori che pagano, a caro prezzo, per essere
inseriti tra i collaboratori della “casa editrice” nell’illusione che
ciò, consentendogli di mettere nel curriculum quel libro, gli apra la
porta al lavoro “vero”. Il che difficilmente avverrà, perché gli
editori si conoscono tra loro, e quelli seri quando vedono nel CV solo
traduzioni di un certo tipo traggono le loro conclusioni.
Esaminiamo con regolarità contratti nei quali la tariffa ridicola è
solo uno degli aspetti critici, spesso neanche il peggiore. Tutto
questo (mi riferisco soprattutto alle traduzioni dalle lingue più
conosciute) contribuisce ad aumentare il degrado della professione ma
anche del settore editoriale, oggi caratterizzato da un’enorme
precarietà e svalutazione del lavoro di tutti i soggetti coinvolti, al
punto che non solo le associazioni di traduttori, redattori ecc. ma
anche diversi editori si stanno ponendo il problema di porre nuove
regole. Molti editori si rendono conto che, con il mutamento degli
scenari dovuti agli sviluppi del digitale e all’entrata in gioco di
altri soggetti economici nel mondo del libro e della lettura,
continuare per questa strada rischia di portare alla loro stessa
rovina).
Infatti le cose si stanno muovendo, a livello di discussione,
riflessioni e trattative, all’interno del mondo editoriale, come sanno
i colleghi del sindacato o di altre associazioni o comunque attenti al
contesto in cui si inserisce il loro lavoro. Purtroppo restano ancora
troppi colleghi (è difficile anche quantificarli) che lavorano
nell’inconsapevolezza.

Poi non bisogna mervigliarsi quando si accorgono che di traduzioni
editoriali è difficile vivere perché, volenti o nolenti,
contribuiscono a renderlo sempre più difficile.
Riguardo al fatto che “gli editori, soprattutto i maggiori, hanno
oramai i loro traduttori”, neanche questa è una reale barriera (o una
sicurezza, a seconda del punto di vista) perché in realtà diversi
editori, col tempo, man mano che riescono a trovare traduttori più
economici li cambiano (ovviamente contribuendo al degrado
dell’editoria di cui ho già parlato, anche perché non sono solo le
tariffe che peggiorano ma i tempi e le condizioni di lavoro in
generale, non solo per i traduttori ma per tutti i collaboratori
editoriali).
Ripeto: “inserirsi” nell’editoria per tradurre qualche libro non è
difficile, è inserirsi in modo da ricavarci un mestiere di cui vivere
e possibilmente delle soddisfazioni che è estremamente difficile, e
non penso si possa ottenere accettando tariffe da fame. Anche perché
l’esperienza ci dimostra che in genere chi fa così resta poi legato a
queste tariffe.
Se uno cerca un hobby perché ha altre risorse o è ancora mantenuto
dalla famiglia, ha un partner che guadagna bene o comunque non ha
preoccupazioni economiche, ok, ma poi non si meravigli se non riesce a
farne un vero lavoro. La situazione è tale che già oggi (in cui la
tariffa di 3 euro resta al di sotto di qualsiasi standard anche per i
piccoli editori) chi lavora professionalmente diffficilmente riesce a
fare solo traduzioni editoriali ma deve combinarle con traduzioni
tecniche o altre attività (insegnamento, formazione o attività
completamente diverse), figuriamoci se questa tendenza continuna e
viene incoraggiata…

Io incoraggio piuttosto i traduttori esordienti a guardarsi intorno e
se non riescono a trovare abbastanza traduzioni editoriali a
condizioni decenti, DIVERSIFICARE  i loro settori di lavoro o cercare
altre strade.
Personalmente faccio traduzioni editoriali e tecniche (soprattutto in
due settori) per non dover subire troppi ricatti né dagli editori né
dalle agenzie di traduzioni o da altri clienti. Se un editore mi
propone una tariffa che ritengo troppo bassa non mi sento costretta ad
accettare per timore di rimanere senza lavoro. Dimunuisce la quota di
traduzioni editoriali? Pazienza, aumenterò le altre. E viceversa.
Anche così non è facile lavorare tranquillamente perché anche nel
campo delle traduzioni tecniche ci sono tanti colleghi che giocano
al ribasso (coltivando, anche qui, molte illusioni…) ma finora sono
riuscita a vivere del mio lavoro e, in ogni caso, quando le traduzioni
non mi basteranno, passerò a un’altra attività piuttosto che abbassare
le tariffe nella speranza di avere più lavoro (a che fine? Lavorare di
più per guardagnare lo stesso?)

In conclusione non posso che consigliare di
ascoltare in podcast, appena sarà disponibile, la puntata di ieri di
Fahrenheit dedicata ai traduttori editoriali: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/archivio/ContentSet-bc3665d6-7113-49d3-9814-a57857f3542c.html
Traduttrici di lunga esperienza parlano del lavoro, delle tariffe, dei
problemi del settore.

Buon ascolto e buon lavoro (decentemente pagato) a tutti!

Elisa Comito

 

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