Di critiche, errori e scelte

criticismbAvevo in mente già da un po’ di scrivere questo post, dato che il materiale sull’argomento continua ad accumularsi: sempre più spesso si trovano in giro critiche più o meno ragionate al lavoro e alla professionalità altrui.

Credo che ultimamente sia cominciato tutto dalla famosa diatriba sulla traduzione della scena di Game of Thrones in cui viene mostrata l’origine del nome di Hodor. Se ve la siete persa, trovate qui un’interessante intervista a Matteo Amandola, che si è trovato alle prese con il difficile compito di mantenere l’assonanza “hold the door-Hodor” in italiano. Ecco, da quando la puntata è stata sottotitolata e poi doppiata in italiano la rete si è scatenata con critiche, lamentele e pareri non troppo costruttivi.

Tutti si sono sentiti in dovere di criticare la scelta del traduttore/adattatore, ma pochissimi sono stati in grado di fornire proposte alternative davvero valide. Molti non hanno nemmeno colto il problema, suggerendo soluzioni impraticabili per una serie televisiva. Ecco, questa ansia di criticare il lavoro altri, imperversata per settimane, mi ha sconvolta non poco.

Perché le scelte di un traduttore sono personali e come tali soggette a critiche, è vero, ma penso che chi non si è mai cimentato in questo lavoro non possa rendersi conto delle sue effettive difficoltà. Per carità, anche uno spettatore o un lettore hanno il diritto di esprimere la propria opinione, ma spesso non hanno idea di quello che c’è dietro a una traduzione, delle ore di fatica e ricerche, dei tempi di consegna strettissimi, delle parole che si incrociano davanti agli occhi e di quei momenti in cui anche la soluzione più semplice non riesce proprio a venirci in mente.

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Criticare è sicuramente più facile che proporre soluzioni, così come distruggere è più facile che creare. Lo faccio anch’io, perché mi trovo spesso a leggere le traduzioni altrui non solo per svago, ma anche per lavoro, quindi con occhio più attento e avendo sotto mano il testo originale. In questo modo è piuttosto facile notare calchi, soluzioni goffe e imprecisioni, ma cerco sempre di non fermarmi alla singola frase o al paragrafo che ho di fronte: quando si traduce un intero libro, è inevitabile che prima o poi l’attenzione cali. Certo, sarebbe meglio se non accadesse, e l’occhio esterno del revisore è imprescindibile per correggere la maggior parte di questi scivoloni, ma siamo pur sempre esseri umani.

È forse il caso delle critiche rivolte a Mi chiamo Lucy Barton di Elizabeth Strout, autrice recentemente passata da Fazi a Einaudi e dalla voce di Silvia Castoldi a quella di Susanna Basso. Entrambe traduttrici di altissimo livello, quindi, eppure quest’ultimo libro ha suscitato non poche perplessità per alcuni punti in cui forse l’editing è stato poco attento, lasciando regionalismi e frasi un po’ discutibili come le seguenti:

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Testo originale: “she told her husband that she had to realize herself more fully”

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Questa devo ammettere che al mio orecchio non risulta strana, perché sono piemontese come Susanna Basso (e come l’Einaudi): per noi è normalissimo dire per esempio “faccio terza liceo”, ma è un regionalismo, in italiano corretto ci vuole l’articolo (faccio la terza)

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Qui a stonare è la virgola tra il soggetto e il verbo, oltre a quel “giusto” che sembra proprio un calco un po’ pigro del “just” inglese

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Il passato remoto in mezzo alla frase al trapassato mi ha lasciata un po’ perplessa

Ma ci sono anche passi di innegabile bellezza, che rivelano la penna elegante di Susanna Basso, ad esempio:

“Questa non è la storia del mio matrimonio. Quella non la saprei raccontare: non sono in grado di afferrare, né di esporre ad altri gli innumerevoli pantani e i prati verdi e le ventate di aria fresca e le cappe di aria chiusa che ci sono passati addosso.”

Diverso è invece il caso di quando il traduttore ha fatto una scelta ragionata e proprio per questa viene attaccato, come è successo a Claudia Zonghetti per la sua recente ritraduzione del classico Anna Karenina. Paolo Nori, sul suo blog, ha analizzato le prime tredici righe dell’opera e ha “simpaticamente” massacrato le decisioni della collega.

Ecco, questo è uno dei casi in cui, anche se chi muove le critiche è un traduttore e quindi probabilmente possiede le competenze necessarie, l’attacco risulta davvero troppo personale e offensivo per essere ritenuto legittimo. Inoltre le critiche di Nori non sono particolarmente convincenti, come ha spiegato benissimo Leonardo Marcello Pignataro in un suo post su Facebook che mi permetto di citare come esempio di analisi ragionata e fondata.

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Perché tutta questa ansia di criticare, insomma? Ovviamente non capita solo ai traduttori di trovarsi nel mirino della furia altrui, ma tutti questi esempi mi hanno insegnato a mettermi nei panni di chi viene criticato, prima di accanirmi sugli errori degli altri. Perché magari quell’articolo mancante, quella virgola di troppo, quel giro di frase un po’ traballante sono il risultato di mesi di privazione del sonno e di altri passi di meravigliosa fluidità (oppure riproducono un’asperità del testo originale), e quella scelta che a me sembra poco consona potrebbe essere il frutto di incastri, ricerche e compensazioni ragionate.

Avere un’opinione è legittimo, usarla per svilire la fatica altrui no. Sicuramente abbiamo tutti il diritto di esprimere le nostre perplessità su un prodotto commerciale come un libro, che abbiamo acquistato e quindi pagato, ma forse dovremmo fermarci un attimo a riflettere su quello che c’è dietro, prima di partire in quarta con le accuse (a meno che il prodotto non sia scadente in modo scandaloso, ovvio.Un esempio lo trovate qui). Se proprio non riuscite a trattenervi, scrivete in privato alla casa editrice o al traduttore: se le vostre critiche sono fondate, quasi certamente saranno felici di accoglierle e di correggere gli errori nell’edizione successiva.

Pensare sempre di poter fare meglio di qualcun altro è dannoso e inutile: pensiamo invece a dare il meglio quando è il nostro turno, perché la prossima volta al posto di quel traduttore massacrato potremmo esserci noi.

 

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Tradurre Kent Haruf: incontro con Fabio Cremonesi

IMG_20160509_105409Su questo blog non ho mai parlato di Kent Haruf, i cui romanzi ho invece recensito su Solo libri belli. Lo faccio ora perché oggi esce Crepuscolo, il terzo volume della sua Trilogia della Pianura, e qualche giorno fa mi è capitata una cosa pazzesca. Sono stata invitata alla presentazione in anteprima, insieme a blogger e giornalisti – a proposito, non mi considero una “blogger” e se mi chiamate così probabilmente mi offenderò – nella sede della casa editrice che pubblica Haruf, la NN.

Il motivo per cui ne sto parlando qui è che all’incontro – essendo Haruf ahimé defunto – è intervenuto il traduttore Fabio Cremonesi, e di conseguenza si è parlato (anche) di traduzione. Non mi metterò quindi a descrivervi esattamente com’è andato l’incontro, i motivi per cui Haruf piace a tutti, le riflessioni che sono nate riguardo alle tematiche dei suoi romanzi, perché c’è già chi l’ha fatto meglio di come potrei fare io: se siete curiosi di conoscere i dettagli vi rimando al post di Elisa, La Lettrice Rampante. Qui vorrei invece soffermarmi sugli aspetti traduttivi.

Innanzitutto, secondo Cremonesi (e io sono perfettamente d’accordo) i due momenti di maggiore felicità per un traduttore sono quello della consegna – nonostante non significhi liberarsi per sempre del libro, ovviamente, dato che bisogna ancora affrontare la revisione e le bozze – e, prima ancora, quello in cui si riesce a trovare la voce del testo, a entrarci davvero.

Quando gli è successo con Benedizione, il primo volume di Haruf da lui tradotto, pensava di essere a cavallo anche per i libri successivi dello stesso autore. E invece Canto della pianura l’ha spiazzato, perché laddove Benedizione ha uno stile asciutto, minimalista, con un lessico di 5-600 parole, Canto della pianura è più ricco di dettagli, di termini anche tecnici, ha un linguaggio più arioso, con più descrizioni, per quanto si parli sempre di Haruf e quindi di una estrema precisione lessicale e di parole cariche di significati, non di sproloqui esagerati. Ci ha quindi raccontato questo aneddoto divertente in cui si è trovato a consegnare Canto della pianura in estremo ritardo, perché pensava di cavarsela più facilmente avendo già tradotto lo stesso autore pochi mesi prima. Crepuscolo invece è più simile a Canto della pianura, per quanto riguarda lo stile.

Un’altra riflessione degna di nota è che in realtà Canto della pianura, sebbene sia stato pubblicato per secondo da NN (qui le motivazioni), è il primo volume scritto da Haruf, ed era già stato tradotto da Fabrizio Ascari nel 2000 per Rizzoli. Cremonesi ha però sottolineato che la sua traduzione – fuor di modestia – è migliore, perché ha avuto il vantaggio di poter considerare la trilogia nel suo insieme (da Canto della pianura a Benedizione, passando per Crepuscolo, l’autore tende a una scrittura sempre più asciutta, passando dalla nascita alla vita alla morte riducendo sempre più all’osso le descrizioni e il lessico). È quindi interessante notare come, nonostante ogni libro sia a sé stante, conoscere tutta la produzione di un autore può aiutarci a tradurre meglio, a entrare nel suo spirito e a comprendere le sue intenzioni.

Un appunto a parte per i dialoghi di tutti i libri di Haruf: secchi, essenziali, secondo Cremonesi si traducono quasi da soli (“C’è quasi da sentirsi in colpa a metterli sul conto dell’editore!”, ha scherzato). Anche perché in questi romanzi la comunicazione è spesso affidata a gesti e sguardi anziché alle parole. Ecco, tradurre la gestualità è un altro discorso, che è già stato affrontato da altri ma che non credo si sia rivelato un problema con un autore attento ed essenziale come Haruf, o se lo è stato Cremonesi ha avuto la capacità di non farlo notare. Fra l’altro ha definito la scrittura di Haruf “affettuosa ma senza smancerie, calda ma non appiccicosa”, e questa definizione mi è piaciuta moltissimo.

Ultima nota a margine, la moglie di Haruf ha raccontato in un’intervista un paio di buffi aneddoti sul modo in cui il marito concepiva la scrittura: per evitare di farsi distrarre da refusi e punteggiatura, batteva a macchina la prima stesura con un berretto calato sugli occhi, per poi riprenderla e correggerla in un secondo momento. Forse è un’immagine bislacca e romantica, ma adoro immaginarlo mentre lascia che la scrittura fluisca dalle sue mani senza interruzioni. Una specie di write drunk, edit sober. Questo per me si ricollega al discorso sul trovare la voce del testo: anche in traduzione, una volta entrati nello spirito del racconto, spesso si va avanti in modo quasi automatico per non perdere il ritmo, senza badare troppo a refusi ed errori che verranno corretti durante l’autorevisione.

Tuttavia, sempre stando alla moglie, pare che Haruf non credesse nell’“ispirazione”: per lui scrivere era un lavoro duro, e si imponeva di farlo ogni giorno, che ne avesse voglia o meno. Ecco, anche qui penso valga lo stesso per la traduzione: malgrado ci siano giorni in cui persino pulire il forno sembra più divertente e appetibile che tradurre l’ennesimo capitolo sull’induismo o sui ghiacci della Groenlandia, è solo con la costanza e la voglia di fare bene il nostro lavoro che riusciremo a dimostrare che meritiamo incarichi più interessanti.

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Ringrazio quindi la NN per questo bellissimo incontro, sebbene io mi trovi molto in imbarazzo in queste situazioni “sociali”. E li ringrazio anche per averci omaggiato, oltre che di una copia di Crepuscolo, anche del nuovo libro di Jenny Offill (altra scrittrice che adoro) e di una serie di gadget che sto già sfruttando al massimo. La prossima settimana si terrà la Kent Haruf Week, quindi se riuscite partecipate ad almeno uno degli eventi organizzati in giro per l’Italia, perché è un autore davvero imperdibile. E se non avete letto i suoi libri correte a procurarveli: da oggi, con Crepuscolo, la trilogia è completa!

 

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I dieci momenti più difficili per un traduttore

576530_498652033526943_21958116_nDisclaimer: questo post è in gran parte ironico. Non è mia intenzione lagnarmi di un lavoro che amo, anche se a volte la mancanza di uno stipendio fisso si fa sentire.

Fare il traduttore, che sogno! Lavorare da casa, guadagnarsi da vivere picchiettando sui tasti del computer, leggere libri in anteprima, trovarsi sempre di fronte a sfide nuove e interessanti. È un mestiere circondato da una certa aura di romanticismo. Ma è sempre tutto così rose e fiori? Senza arrivare a parlare di vita agra, ecco dieci momenti in cui un traduttore non può fare a meno di sentirsi un filino irritato:

  1. Quando sei a metà di una frase complicatissima, ti è appena venuta un’illuminazione su come risolverla e in quel momento suona il postino, oppure ti ricordi di aver lasciato la pentola sul fuoco o qualche altra situazione da risolvere immediatamente, e allora salti su continuando a ripeterti la soluzione della frase per non dimenticarla. E puntualmente, appena torni davanti al pc, te la sei dimenticata.

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  1. Quando ti chiedono che lavoro fai e la tua risposta incontra sguardi vuoti o, in alternativa, ti chiedono se riesci a viverci, perché andiamo, un lavoro da casa non può essere un vero lavoro. Cioè, stai in pigiama tutto il giorno? Oppure, se rispondono con entusiasmo, danno per scontato che tu sappia come minimo cinque lingue.
  1. Quando fai una prova di traduzione per una casa editrice importante, finalmente, e non la passi. Anche se ti dicono che hai fatto un ottimo lavoro, anche se il collega a cui hanno assegnato il lavoro ha vent’anni d’esperienza in più di te, anche se ti assicurano che ti terranno in considerazione per il futuro, è sempre un colpo al cuore.
  1. Quando confondono traduttori e interpreti. E succede praticamente sempre.

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  1. Quando devi sollecitare un pagamento. Forse il momento più odioso per qualsiasi freelance, quello in cui devi ricordarti che anche se non hai uno stipendio fisso alla fine del mese meriti comunque di essere pagato per il tuo lavoro. Nei tempi stabiliti. Eppure ti ritrovi quasi a chiedere scusa per avere quello che ti spetta.
  1. Quando mandi cv o proposte mirati, ben fatti, che ti sono costati tempo e fatica, e non ti arriva una risposta manco a pagarla.
  1. Quando i clienti ti chiedono “uno sconticino”. Come se lo chiedessero anche al dentista o all’idraulico, e probabilmente lo fanno pure. Tenere duro, sempre: il nostro lavoro vale quello che abbiamo stabilito, e non un euro di meno.
  1. Quando un amico ti chiede di tradurgli al volo una frase che non capisce e tu non conosci il significato di un termine specifico ma non puoi correre a sfogliare il dizionario, devi dire “non lo so” e vorresti sotterrarti.

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  1. Quando vai a un incontro per traduttori o leggi uno scambio sui social e ti senti immensamente ignorante. Perché non si può sapere tutto, ma ogni tanto ti sembra di non sapere davvero nulla.
  1. Quando non sai come tradurre un gioco di parole, chiedi aiuto a un amico o su Facebook e te lo risolvono in tre minuti. Senza aver studiato traduzione.

Ecco, queste mi sono capitate tutte, ma sicuramente ce ne sono altre mille che varrebbe la pena citare. Per voi quali sono – o sono stati – i momenti in cui avete dovuto contare fino a dieci e respirare profondamente per mantenere la calma?

 

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Oltre i primi passi

formentiniIeri sono stata a un incontro molto interessante a cura di AITI e STradE che si è tenuto al Laboratorio Formentini, a Milano. Giovanni Zucca ha moderato un incontro fra giovani traduttori che sono andati “oltre i primi passi”, ossia sono riusciti a fare breccia nel mondo dell’editoria, spesso considerato inaccessibile.

I partecipanti erano Francesca Bononi, laureata in Traduzione a Roma, che ha cominciato traducendo una guida turistica ma poi ha trovato un editore interessato all’autrice su cui ha svolto la tesi di laurea; Laura Bortoluzzi, anche lei laureata in lingue, che ha cominciato a tradurre dopo aver vinto il concorso In Altre Parole organizzato dalla Bologna Children’s Book Fair; Cristina Gerosa, editor di Iperborea, che dopo gli studi classici ha vissuto molto all’estero e, tornata in Italia, ha incontrato per caso i futuri fondatori di ISBN, con i quali ha lavorato per quattro anni svolgendo poi praticamente tutti i ruoli presenti in una casa editrice; Claudia Manzolelli di Rizzoli Ragazzi, che ha cominciato con uno stage di sei mesi non retribuito in RCS; Enrico Passoni, anche lui laureato in traduzione e specializzato in lingua galega, che ha iniziato a tradurre grazie ai contatti stabiliti all’università e alla Fondazione Mondadori, dove ha frequentato il master in editoria per poi fare uno stage da Marco Tropea Editore; e infine Andrea Stringhetti, laureato in svedese, che inizialmente ha tradotto molto per la camera di commercio italosvedese e poi ha vinto il concorso In Altre Parole sopra citato, entrando così nel mondo dell’editoria.

Dopo le presentazioni, il discorso si è spostato sull’importanza della formazione per un traduttore editoriale. Sono stati tutti concordi nell’affermare che una formazione specifica sia fondamentale, ma non tanto quella che deriva dagli studi universitari quanto tutto ciò che viene dopo la laurea: master, seminari, corsi di formazione, workshop, fiere, atelier… una formazione continua, insomma. Per fare i traduttori la teoria serve relativamente, non è detto che chi non l’ha studiata non possa diventare un ottimo traduttore. Francesca Bononi ha infatti sottolineato che la cosa più importante è la pratica, l’esercizio, perché il testo è materia e va letteralmente lavorato.Farlo sotto l’occhio attento di un professionista, poi, è l’ideale.

Enrico Passoni ha aggiunto che è importante avere delle conoscenze pregresse, quindi un buon bagaglio culturale, e mantenere fresca la propria percezione della lingua italiana, leggendo non solo libri tradotti e cercando di evitare il “traduttese”, in modo da essere in grado di riprodurre registri e sfumature differenti. Bisogna inoltre essere consapevoli della prassi editoriale, saper dosare le proprie energie e conservarne anche per la fase di revisione.

Sicuramente la formazione non basta: molti aspiranti traduttori, come ha detto giustamente Andrea Stringhetti, scrivono male persino le mail di presentazione, e per questo problema non c’è corso che tenga. La parola è poi passata alle due rappresentanti delle case editrici, che hanno sottolineato come, nella scelta di un nuovo traduttore, la sua formazione sia soltanto un valore aggiunto: gli esordienti vengono selezionati tramite prova di traduzione, quindi devono dimostrare sul campo la propria professionalità.

Ed ecco la domanda da un milione di dollari: come presentarsi agli editori? I traduttori presenti hanno confessato di non essere molto esperti in questo campo perché sono arrivati ai primi lavori per vie traverse, non presentandosi ma venendo presentati. È certamente questo il modo più semplice per entrare nel mondo dell’editoria: crearsi una rete di contatti, che non significa essere raccomandati nel senso peggiore del termine, ma frequentare corsi, seminari, workshop, fiere e così via e farsi notare come bravi traduttori, mostrarsi propositivi, evidenziare le proprie competenze. Assolutamente da evitare l’invio a tappeto di cv a indirizzi tipo info@casaeditrice.it, perché non portano a nulla. Un’altra tecnica di approccio potrebbe essere quella di entrare come lettori, ossia facendo schede di valutazione per una casa editrice. Si viene pagati poco ma si comincia a stabilire un contatto.

Fondamentale scrivere una bella mail di presentazione, evitando errori e refusi, ovviamente, ma anche cercando di “uscire dalla massa”, di valorizzarsi riassumendo chi siamo, i nostri gusti letterari, le nostre esperienze, la nostra personalità. È anche importante spiegare perché ci stiamo proponendo proprio a quella casa editrice: dimostrare di conoscerne il catalogo è sempre un valore aggiunto. Un altro consiglio è stato quello di aspettare di finire almeno l’università, di sentirsi pronti per evitare di fare una bella proposta in un momento in cui non siamo all’altezza di portarla fino in fondo.

Il tempo stringe, e si passa già alle domande del numeroso pubblico presente. La prima è molto semplice, eppure complicata perché non esiste una risposta univoca: come presentarsi alle fiere? Le due editor hanno evidenziato che le fiere sono momenti molto caotici per gli editori, è quindi meglio seguire gli incontri che hanno organizzato (presentazioni di libri, seminari…) e avvicinarli lì, anziché fare la posta allo stand. Inoltre le fiere sono un’ottima occasione per parlare con altri traduttori e anche con editori stranieri, che potrebbero interessarsi a noi come professionisti e decidere di mandarci libri da proporre. Importantissimo anche raccogliere e studiare i cataloghi delle varie case editrici.

Un’altra domanda dal pubblico: come trovare le famose “botteghe editoriali”? Cristina Gerosa ha risposto che per le lingue “minori” è più facile, per esempio l’istituto di cultura olandese prevede seminari e mentorship, ma in generale è bene ricercare laboratori specifici condotti da professionisti, come quello al Castello di Fosdinovo, oppure Babel , il corso di Misano Adriatico, la Scuola estiva di traduzione (e, aggiungo io, il corso dell’Agenzia Tuttoeuropa). Insomma, non aspettarsi che i lavori piovano dal cielo ma attivarsi per conoscere le persone giuste.

L’incontro si è concluso con il consiglio di mandare proposte anche a più editori contemporaneamente, di non nascondere nessun tipo di esperienza di traduzione, anche non canonica o non letteraria, e soprattutto con l’invito di Enrico Passoni a non accettare mai tariffe al di sotto del 12€ a cartella: si parla sempre poco di soldi, ma tradurre è un lavoro, e nemmeno dei più semplici.

È stato un confronto davvero molto interessante, anche per me che pur avendo già una ventina di titoli vari nel cv mi considero ancora un’esordiente (ho 31 anni, confermatemi che posso ancora permettermelo, vi prego!). Unico neo dell’incontro, dal mio punto di vista, l’utilizzo spregiudicato del “piuttosto che” nel senso di “oppure” da parte di professionisti e aspiranti professionisti del mondo dell’editoria.

Il pubblico era in prevalenza molto giovane. Uscendo, ho colto il discorso di alcune ragazze che commentavano: ma insomma, questi editori vogliono che scoviamo un libro inedito, ci informiamo sui diritti, facciamo la scheda, superiamo la prova… tutto noi dobbiamo fare?

Ecco, sì, il bello di questi incontri è che servono anche a scoraggiare chi non si rende conto di quanto sia impegnativo questo lavoro, e di quanta perseveranza richieda. Grazie a Giovanni Zucca e al laboratorio Formentini per questa importante occasione di dialogo!

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Diario di bordo: translating Joe Brainard – parte 3

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Foto: Lindau

Ora che è andato in stampa posso finalmente dirlo con certezza: entro fine mese uscirà il libro di Joe Brainard su cui ho scritto gli ultimi due post di questo blog – parte 1 e parte 2 – e si intitolerà Autoritratto. Lo trovo un titolo perfetto per l’opera di un pittore/artista che scrive di sé, dei suoi pensieri, delle sue manie, delle sue riflessioni quotidiane talvolta banali e spesso ironiche, dissacranti, molto introspettive ma che strizzano sempre l’occhio ai suoi amici e ai lettori.

 

Ma veniamo alla traduzione, o meglio, alle sue ultime fasi e alla revisione. Rileggendo il testo dopo aver finito di tradurlo, l’ho toccato davvero pochissimo. Forse perché Joe l’ha scritto di IMAG8622_1getto, ed era così che andava tradotto. Ho modificato qualche parola qua e là, limato un po’ le frasi, ma non ho tolto molte delle sue adorate ripetizioni né ho cercato di “normalizzarlo”. Non dico di aver mandato alla casa editrice una prima bozza, ma non ho voluto guastare la spontaneità del testo ricamandoci troppo sopra. Mi sono concentrata più che altro su come rendere al meglio alcune frasi che in inglese sono perfettamente naturali ma in italiano perdono ogni forza e ritmo, come il terribile passaggio da self-consciousness a self-awareness nell’introduzione di Ron Padgett.

Inoltre, poiché sapevo che avrei lavorato con redattori con cui ero certa di poter dialogare, nella mia traduzione ho lasciato evidenziate alcune frasi che mi avevano lasciata perplessa, che temevo di non aver capito o reso appieno. Il confronto con Alberto Del Bono della Lindau è stato davvero prezioso: in un lungo pomeriggio in redazione abbiamo sviscerato i problemi principali, trovando in praticamente tutti i casi una soluzione che ci convinceva entrambi. Qualcosa, però, è rimasto ancora una volta insoluto. Più che altro didascalie e frasi senza contesto, le più temute da un traduttore, che quando gli chiedono “cosa vuol dire questa cosa?” è abituato a rispondere invariabilmente “dipende dal contesto”. (E non è una scusa, dipende davvero dal contesto, ragazzi, su.)

Foto: Lindau

Foto: Lindau

Tanto per fare un esempio, una di queste frasi è la didascalia di un ritratto di Joe fatto da un suo amico: Joe knits up a careful tennis shoe white thread. Parole comunissime, perfettamente traducibili prese una per volta, ma piazzate lì in un modo che alcuni amici madrelingua mi hanno confermato essere “strano”, niente affatto chiaro; di conseguenza tradurre questa frase così lapidaria risultava veramente arduo. Inoltre – e questa è una cosa terribile per me che sono sempre così insicura –, poiché la didascalia è scritta a mano dall’autore, nell’edizione italiana non verrà cancellata: in questo e altri casi, la traduzione sarà a fondo pagina, ma il lettore potrà vedere anche la frase originale. Capite bene come in questi casi il terrore di sbagliare si moltiplichi.

Per fortuna avevamo a disposizione il curatore dell’edizione originale, nonché amico intimo di Joe, che ha confermato la stranezza della costruzione inglese ma ci ha spiegato l’immagine: al momento del ritratto Joe stava riparando una scarpa da tennis (careful?) con del filo bianco. Potevamo arrivarci, ma chi si sarebbe arrischiato a un’interpretazione così netta? Ecco, questo è uno dei casi in cui consultare l’autore o chi per esso (ah, poter scrivere a Joe…) si è rivelato fondamentale. Ron Padgett ci ha chiarito questo e un paio di altri dubbi, facendoci dormire sonni più tranquilli (e se qualche lettore o traduttore si sentirà in dovere di contestare le nostre scelte, beh, perlomeno avremo un’opinione autorevole dalla nostra!).

Foto: Lindau

Foto: Lindau

Dopo la revisione con Alberto, il libro è passato nelle mani di Paola Quarantelli, editor di Mi ricordo (i richiami a quel testo erano moltissimi, sarebbe stato impossibile tradurre questo libro senza tenere conto delle scelte fatte allora, e grazie al cielo l’avevo tradotto io), quindi è stata necessaria un’altra sessione di discussioni, riflessioni, cambiamenti dell’ultimo minuto e accordi conciliatori. La traduzione è così: se il libro fosse stato riletto da una quarta persona, saremmo ancora seduti attorno a un tavolo a discutere. Ed è una cosa che mi piace moltissimo di questo lavoro. Se la traduzione perfetta non esiste, è comunque incredibilmente stimolante vedere in che modo teste diverse interpretano e sentono uno stesso testo.peopleIMG_20151001_115043

Sono convinta che alla fine abbiamo fatto davvero un buon lavoro, e sarà emozionante tenere il libro tra le mani. Spero che riesca a emozionare anche voi, che lo leggiate col sorriso sulle labbra, che capiate cosa voleva dire Brainard quando l’ha scritto, che la traduzione abbia reso giustizia al suo linguaggio scarno ed evocativo insieme. Spero che Joe conquisti prima la vostra attenzione e poi, pian piano, una pagina dopo l’altra, il vostro cuore. Se lo merita, ed è stato un vero onore essere la sua traduttrice.

La cosa importante è che sono un pittore e uno scrittore. Finocchio. Insicuro riguardo al mio aspetto. E sento un po’ troppo il bisogno di far contenta la gente. Lavoro molto. Darei il braccio destro per essere follemente innamorato. (Beh, diciamo il sinistro.)

Come si fa a non amarlo?

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Diario di bordo: translating Joe Brainard – parte 2

Senza nomeEccoci alla seconda puntata del diario di traduzione dei Collected Writings di Joe Brainard. Se vi siete persi la prima, la trovate qui.

Una delle tante cose belle di tradurre Joe è che in genere, quando lavoro sui miei soliti saggi, continuo a distrarmi, sono irrequieta, procedo per inerzia, comincio a fare ricerche e poi mi perdo, magari faccio sei o sette pagine senza mai spostare lo sguardo dallo schermo ma poi vado avanti una frase per volta per quello che mi sembra un secolo. Con Joe invece mi metto al pc e a un certo punto mi accorgo che intorno si è fatto tutto buio e non vedo neanche più le mani sulla tastiera, sono le otto e mezza e non ho ancora cenato. È come cadere nella tana del coniglio bianco.

A questo punto ho la sensazione di aver appena cominciato il libro, e così controllo velocemente quanto ho tradotto finora. Il risultato mi stupisce: 50 cartelle senza nemmeno accorgermene. Mi sembrava di averne tradotte una decina. Sono scivolata tra le pagine con una facilità sorprendente. È una cosa stranissima, perché di solito per ottenere un testo scorrevole e un’apparente facilità di scrittura il traduttore fa uno sforzo notevole. E ciò mi fa capire che questo libro ha veramente tutti i numeri per farsi leggere e amare.

Ma veniamo al dunque. Certi brani fanno davvero girare la testa (May read, she knew how to read, that a bird’s feather was the strongest thing in nature for its size and weight and we tried it out and we decided that tho this might be true it wasn’t saying much because we found breaking bird feathers quite easy and extremely enyojable and we enjoyed enjoyable things in the most enjoyable way you can imagine enjoyable things as being enjoyed) ma se ci si lascia trascinare, quando si arriva alla fine del singolo testo si scopre di aver capito esattamente cosa voleva dire. E di solito lo si capisce col sorriso sulle labbra. Ciò non vuol dire che si sappia bene come riprodurlo in italiano, ma il bello è anche questo. yellowfaces

Uno dei miei problemi principali nel corso della traduzione: le frasi brevissime; in certi brani ogni pensiero è interrotto da un punto, cosa molto americana e molto da Joe. Ma il problema non è solo lo stile. È anche che a volte sono buttate lì senza ulteriori riferimenti, magari con un pizzico di slang che le rende estremamente ambigue. Avevo già affrontato questo problema in Mi ricordo, ma generalmente con qualche ricerca (ok, un bel po’ di ricerche) riuscivo a capire di cosa stesse parlando. Qui più che riferimenti oscuri si tratta di pensieri sconnessi e tutti suoi, magari inseriti in una riga isolata da tutto il resto.

Per esempio, cos’avrà voluto dire con “I don’t want you in my pocket.”? E a chi si rivolge, così all’improvviso, se questo è il suo diario e sta parlando di tutt’altro? In realtà usa moltissimo “you”, e non solo come impersonale tipico della lingua inglese (tanto per fare un esempio, dice anche “I love you”, quindi ha in mente uno o più ipotetici lettori). Ho optato quasi sempre per un pubblico collettivo, un “voi” al posto di un “tu” che in certi pezzi proprio non ci stava. Ma a volte Joe mi spiazza, anzi, più spesso di quanto sarebbe sano ammettere. Sarà sicuramente un aspetto su cui riflettere una volta finito il libro, ma per adesso procediamo.

Mikko Kuorinki, Joe Brainard: Poem

Mikko Kuorinki, Joe Brainard: Poem

Ora sta parlando di certi “allspice trees”, non so cosa siano, vediamo un po’… Ah, ecco, alberi di pimento, o pepe della Giamaica. Benissimo, perfetto. Ecco, però subito dopo dice che credeva che “allspice” indicasse un miscuglio di tutte le spezie esistenti e invece si tratta di una sola. Accidenti, bisognerà trovare un modo per non perdere questo fraintendimento. Visto che la parola Giamaica compare più volte poco prima, per ora metto alberi di pimento ed evidenzio in giallo. Vediamo che dice dopo… “Also there are pimento trees”. Ma porc… Faccio ulteriori ricerche, niente: sembra proprio che pimento e allspice siano la stessa cosa. Che faccio, nel primo caso mi invento una traduzione letterale per allspice? No, mi sembra troppo forzato, forse potrei lasciarlo in inglese, tanto spiega subito di cosa si tratta, e in questo modo non si perderebbe il gioco di parole. Per ora farò così. Evidenziato anche questo.

Proseguo nella traduzione incontrando alcune parti che mi fanno disperare: ripetizioni infinite, che in inglese stanno bene e danno il senso del flusso dei pensieri, ma in italiano sono terribili. Però a eliminarle mi sembra di tradire la scansione del discorso, la litania rassicurante, il labirinto di pensieri ripiegati su se stessi in cui spesso Joe si rifugia per poi uscirne con una meravigliosa frase a effetto. In ogni caso è impossibile annoiarsi, è molto vario, a ogni pagina è come tradurre qualcosa di completamente nuovo, una nuova sfida.

Alcuni pezzi filano lisci come l’olio. Su altri devo rompermi la testa, e non solo per alcune frasi isolate che risultato un po’ oscure o particolarmente incomprensibili, ma proprio per la qualità di certi brani, che forse solo entrando nella testa dell’autore sarebbe possibile comprendere davvero. Ecco una frase che non capisco proprio. Non ha alcun senso. Leggo quella successiva: “I told you I was stoned”. Ah beh, grazie Joe. È vero, me l’avevi detto all’inizio del brano, e una risata me l’hai strappata.

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Ora una battuta: Joe è sul treno e sta fumando, una signora stizzita gli dice: “This is a No Smoking car.” E lui risponde: “Oh, and where are the cars that smoke?”. Ecco, solo che in italiano si parla comunemente di carrozza, che è femminile e di solito singolare, se intendiamo quella in cui ci troviamo: mi sembrerebbe strano rimproverare qualcuno dicendogli “queste sono (le) carrozze (per i) non fumatori”. Inoltre, sia “fumatori” che “non fumatori” sono maschili (e plurali). Ci penso un po’, rifletto su “fumanti” che ovviamente è improponibile, poi rinuncio a “per i” e scelgo “vagoni non fumatori” (risposta: “e dove sono i vagoni che fumano?”), anche se “vagoni” mi sa molto di old-fashioned e non sono del tutto soddisfatta né del termine né tantomeno del plurale. Ma in questo caso il gioco di parole vale una piccola forzatura. Sarà eccessiva? Speriamo di no.

Forse in questo post ho messo troppa carne al fuoco, ma Brainard è così: accumula, costruisce, aggiunge, dettaglia, divaga, straparla, e quando pensi di averlo ormai capito (o di aver perso totalmente il filo) riesce sempre a stupirti con qualcosa di nuovo. La fase di revisione, in cui mi toccherà sciogliere tutti i problemi rimasti in sospeso, sarà una bellissima tortura.

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Diario di bordo: translating Joe Brainard – parte 1

Brainard
Nonostante agosto non sia il mese più indicato per tornare ad aggiornare il blog, ho deciso di pubblicare una sorta di diario di traduzione del testo che sto traducendo al momento, una raccolta di scritti vari di Joe Brainard. Scriverò sicuramente altri post sull’argomento, ma a cadenza del tutto casuale, ogni volta che si presenteranno problemi o riflessioni che mi sembrano interessanti.

 

Quando dalla casa editrice mi arriva una mail con oggetto “Brainard”, entro già in fibrillazione: so che oltre a Mi ricordo, pubblicato un anno fa, esiste una raccolta di altri scritti di Joe. Non li ho ancora letti approfonditamente, ma mentre traducevo il primo ho raccolto abbastanza informazioni da poter essere certa che ritroverò anche qui lo spirito dell’autore che finora mi è piaciuto di più tradurre. È fatta: parte di quella raccolta verrà pubblicata in italiano.

Non so ancora come si intitoleranno da noi questi Collected Writings, anzi, questa “selezione di”, e già mi scervello per immaginare un titolo che possa richiamare l’attenzione di lettori poco avvezzi a scegliere libri che non siano romanzi né saggi né raccolte di racconti. Perché questo volume è un po’ tutte e tre le cose, più una specie di diario intimo che raccoglie pensieri sparsi, disegni e riflessioni, incredibilmente significativi e toccanti.

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Il file originale consta di 576 pagine (Mi ricordo compreso): decisamente troppe per i lettori di cui sopra. Dalla casa editrice mi mandano una cernita di brani, li scorro, rido e piango per ciascuno di essi, sono già emozionata. Non posso fare a meno di leggere anche i testi scartati, propongo qualche piccola modifica alla selezione, una telefonata e via, ecco la raccolta ufficiale, si comincia a tradurre.

Scorro il corposo file fino al primo brano scelto. In realtà nell’originale si trova subito dopo Mi ricordo, quindi idealmente riprendo il lavoro da dove l’avevo lasciato. Fin dalle prime parole, scritte da un Brainard appena diciannovenne, ritrovo un amico. Scivolo con lui nei meandri della sua mente, trovando una freschezza e un senso di riconoscimento che mi rendono il compito molto piacevole. Faccio molta attenzione, perché voglio rendergli giustizia.

(Frasi brevissime, oddio, funzioneranno anche in italiano o sarà meglio unirne qualcuna qua e là?) Mi ricordo (sic) di quando ero io, ragazzina, a tenere un diario per sfogarmi, e cerco di entrare nel personaggio. Non mi è molto difficile, in realtà, e anche questo mi spaventa: starò inserendo qualcosa di mio, qualcosa che nell’originale non c’è?

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Controllo ogni nome, ogni data, ogni riferimento. Ora sta scrivendo durante la notte di Natale, lo dice esplicitamente, poi però afferma di aver passato il Capodanno con un’amica. Ma il Capodanno viene dopo il Natale. Sarà un errore? Si riferirà al capodanno precedente o avrà sbagliato tempo verbale? Oppure “Anne and I were together New Year’s Eve” ha qualche altro significato recondito? Non mi faccio prendere dal panico, segno e vado avanti, per avere di fronte il quadro completo. Joe, non mettermi i bastoni tra le ruote, che voglio riprodurti al meglio.

Guarda un po’ che effetto mi fai: leggo due pagine del tuo diario e già ne sto scrivendo uno mio.

 

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