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Due anni di blog!

cake_bookOggi questo blog compie due anni. Mi sembravano di più, lo ammetto, eppure il primo post è datato proprio 13 novembre 2012. Forse è perché covavo da molto tempo l’idea di aprirlo, o più probabilmente perché la traduzione editoriale mi accompagna da quando ho finito l’università, anzi, da quando c’ero ancora dentro, da quel corso tenuto da Angelo Morino e Vittoria Martinetto che mi ha fatto capire che cosa volevo diventare “da grande”. In un corso di laurea pieno di esami che mi lasciavano insoddisfatta, se non scoraggiata (“scordatevi di diventare traduttori letterari!”), quelle lezioni sono state per me un faro, una conferma che il mio amore per i libri, per le lingue e per la scrittura poteva trasformarsi in qualcosa di più. Da quel momento in poi ho assorbito come una spugna tutti i consigli che mi sono stati dati, tutte le dritte, le correzioni, le batoste, e ho cercato di condensarle in parte in questo spazio virtuale.

Grazie a questo blog e alla relativa pagina Facebook ho cominciato a collaborare con La Matita Rossa, ho conosciuto altri traduttori e tantissimi aspiranti tali, mi sono resa conto che ciò che do per scontato non è scontato affatto, ho imparato e mi sono chiarita le idee, ho dato e chiesto pareri, mi sono appassionata sempre di più a un mondo affascinante e burrascoso, e soprattutto ho trovato la forza di non arrendermi allo scoramento.

Oggi il blog ha quasi sessantamila visite, 2060 fan su Facebook e 263 follower via e-mail. Un esercito di persone appassionate con un sogno grandissimo, a dimostrazione del fatto che, per quanto bistrattati, i traduttori non sono affatto invisibili. C’è tutto un mondo di persone in grado di riconoscere una buona traduzione, di scandalizzarsi di fronte alle tariffe da fame, di farsi valere, di lottare per fare quello che vogliono veramente, nonostante tutte le difficoltà.

Forse la mia è una visione un po’ troppo romantica: l’editoria oggi è in crisi, i lettori sono in calo, le case editrici falliscono, non pagano, traducono sempre meno, fanno proposte indecenti. Ma almeno oggi lasciatemi sognare un po’, lasciatemi credere che il lavoro culturale un giorno verrà riconosciuto e apprezzato, in termini sia morali sia economici. Perché sognare è bello, ma potersi permettere di vivere del proprio lavoro lo è ancora di più.

Auguri al mio blog e in bocca al lupo a chiunque voglia intraprendere questo meraviglioso mestiere: alla vostra!

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Salone del libro 2014 – il mio resoconto (seconda parte)

La folla in sala professionale… Ci sono anch’io in un angolino. foto @l’AutoreInvisibile

Ed eccoci alla seconda parte del mio resoconto sul Salone del libro di Torino; se vi siete persi la prima la trovate qui. Siccome venerdì non ho partecipato all’incontro Tradurre Harry Potter (va bene, lo ammetto, non l’ho neppure mai letto: lo so, lo so, non ditemi niente) ma magari a qualcuno interessa sapere com’è andato, aggiungo anche il link all’articolo di Bookblog che ne parla. Passiamo ora ai seminari di sabato.

Un incontro che mi interessava molto e che alla fine ha fatto un po’ discutere è stato Valutare un saggio di traduzione. Le prove di traduzione sono sempre un argomento spinoso, ma se Grazia Giua di Einaudi ed Ena Marchi di Adelphi hanno cercato di spiegare i loro criteri per valutarle, mentre Federica Magro di RCS ha parlato poco delle prove e molto dei service editoriali, argomento non proprio inerente al tema del seminario. Ma andiamo con ordine.

Grazia Giua ha segnalato alcune parole chiave: responsabilità, nel senso che un editore deve assegnare le prove in modo mirato, a fronte di un incarico reale, dato che un traduttore può essere ottimo per un certo libro e inadatto a un altro; mentre la responsabilità del traduttore è principalmente l’autorialità, ossia consegnare una prova svolta interamente da lui/lei, e non imbrogliare solo per ottenere l’incarico. Investimento: la prova è un costo per tutti, in termini di tempo e denaro, ma l’editore la fa per crearsi un network di traduttori a cui attingere anche per altri testi. Remunerazione: il traduttore ha il diritto di ricevere un feedback ragionato, anche nel caso non venisse scelto. Mediazione: fondamentalmente il dilemma della correttezza formale vs. l’espressività di un testo in traduzione.

Anche Ena Marchi crede nel rapporto stretto fra editor e traduttore, e nell’ambito dei corsi di traduzione preferisce quelli che permettono un rapporto tutoriale fra “esperto” e “allievo” (che poi è il principio base del corso Tradurre per l’editoria di La Matita Rossa, non per farmi pubblicità :P ). Sapere perché si sbaglia è fondamentale, ed essere “bocciati” a una prova di traduzione vuol solo dire che non eravamo adatti a quel libro in particolare, non vengono messe in dubbio le nostre capacità traduttive (non sempre, insomma). È possibile inoltre richiedere una seconda prova, perché la traduzione non è una scienza esatta: può darsi che un altro libro si riveli più congeniale alla nostra voce.

Ha poi preso la parola Federica Magro, che ha voluto spostare il discorso sulla saggistica, ma senza affrontare il tema delle prove di traduzione. Il suo consiglio per gli aspiranti traduttori di proporsi ai service editoriali, di cui molte case editrici fanno largo uso, mi ha lasciata un po’ perplessa. La sensazione è che gli editori siano completamente scollegati dalla vita reale dei traduttori e non sappiano che questi service, che garantiscono traduzioni veloci e a costi contenuti, pagano i traduttori un pezzo di pane e li fanno lavorare con tempistiche disumane. Per fortuna è intervenuta una traduttrice, di cui purtroppo non ho afferrato il nome, che ha sottolineato questo aspetto poco pulito dei service. Federica Magro ha tentato di recuperare assicurando che loro si rivolgono a service molto seri, ma in sala si percepiva un certo scetticismo. Del resto, già i traduttori vengono pagati poco se lavorano direttamente per gli editori, se c’è un passaggio in più (e sicuramente il service qualcosa ci deve guadagnare) quanto potrà convenire a un traduttore lavorare così?

L’incontro si è chiuso con un’ulteriore nota di pessimismo: alla domanda di Ilide Carmignani su come un giovane traduttore possa proporsi per una prova di traduzione, tutte e tre le editor hanno risposto: non cominciate da noi. Insomma, il caro vecchio “dovete avere esperienza, ma noi non ve la facciamo fare”. Un po’ di amaro in bocca, dunque, per un incontro che aveva grandi potenzialità ma che si è rivelato utile solo nella teoria di una situazione ideale, quella di un traduttore già affermato (ebbene sì, anche i traduttori già noti affrontano prove di traduzione, per capire se sono adatti a un libro in particolare). L’unica conclusione da trarre è che è meglio cominciare a proporsi alle case editrici medio-piccole.

L’incontro successivo era Tradurre il ritmo della prosa, con Franco Buffoni e Donata Feroldi. È stato molto interessante, anche se alcuni degli esempi proposti mi sono sembrati un po’ troppo aderenti all’originale, al contrario di quanto veniva detto durante l’incontro. In sostanza, il concetto è che il ritmo delle frasi è importante quanto il loro significato. Non bisogna riprodurre quello dell’originale, ma trovare il respiro del testo che stiamo producendo: il ritmo coincide con la soggettività, e l’incipit è il momento in cui questo respiro si manifesta. Esiste il discorso, non le singole parole, ed è in base a questo che dobbiamo trovare la musicalità del testo, a livello prosodico, di punteggiatura e di ordine delle parole. Anche le assenze, i vuoti, fanno parte del ritmo. Buffoni ha sottolineato che con “ritmo” non si intende il metro poetico: la differenza non è fra poesia e prosa, ma tra buona scrittura, che ha una sua musicalità, e scrittura mediocre.

Passiamo a L’italiano letterario delle redazioni editoriali, incontro che sono riuscita a seguire solo in parte. Giuseppe Antonelli ha sottolineato come il concetto di “giusto” sia diverso da quello di “esatto”: bisogna perseguire la precisione, non l’esattezza, che se portata all’estremo si trasforma in un “esattismo”. Ha anche ricordato come spesso per fare bella figura si tenda ad alzare il registro (effettuare al posto di fare, recarsi invece di andare, e così via), in nome di un perbenismo linguistico non troppo apprezzabile. Negli ultimi dieci-quindici anni, secondo Antonelli, si è andati verso una sorta di grammaticalizzazione della lingua, che viene spesso gonfiata in cerca di effetti speciali, atteggiamento tipico di chi non la conosce bene e cerca di darsi un tono.

È poi intervenuta Mariarosa Bricchi, che ha parlato di permeabilità della lingua: in un ambiente chiuso come una redazione si tende a creare un linguaggio interno condiviso da chi ci lavora. Le revisioni spesso riflettono l’idea di lingua che ha l’editor, ma bisogna esserne consapevoli e saper rispettare il lavoro altrui. È stato poi sottolineato che il congiuntivo non è in via d’estinzione, anzi, spesso viene usato a sproposito. In un testo, le parole non devono essere la veste ma il corpo: inutile abbellire, adornare, arricchire a sproposito se sotto non c’è nulla.

Ho poi seguito anche Tradurre Leonard Cohen, ma la traduzione di poesie non è decisamente il mio forte. L’incontro è stato interessante, ma mi è difficile farne un riassunto. Sono state lette alcune poesie in lingua originale e le loro traduzioni italiane, e Giancarlo De Cataldo e Damiano Abeni hanno raccontato alcuni aneddoti riguardo al loro lavoro di traduzione.

Per finire ho ascoltato Susanna Basso parlare di Tradurre Alice Munro, ma anche qui è impossibile trasmettere in poche parole tutto ciò che è stato detto da questa donna eccezionale. Per fortuna il testo dell’incontro è disponibile online sul sito della rivista Tradurre.

Sabato ho concluso la giornata letteraria andando in centro a Torino, a Il Camaleonte Piola, a sentire la seconda presentazione condotta dalla mia amica Lettrice Rampante. Stavolta toccava a Iddu. Dieci vite per il dio del fuoco, di Andrea Vismara, sempre di Spartaco Edizioni, e nonostante il pubblico non fosse numeroso – o forse proprio per questo – è stato bello, si respirava la voglia di conoscere storie nuove. Spesso i piccoli editori riservano belle sorprese, quindi non sottovalutiamoli, anche se molti non traducono.

Quest’anno non ho fatto il consueto giro per chiedere i contatti agli editori. Non perché credo sia inutile, ma perché al momento per fortuna sto lavorando parecchio, e in ogni caso ho ancora tutti i contatti raccolti l’anno scorso. Non ho neppure fatto molti acquisti, un po’ per via dei pochi sconti che si trovavano agli stand, un po’ perché tra un incontro e l’altro non ho avuto moltissimo tempo per girare. Anche se il bello del salone è proprio questo, perdersi fra pagine e copertine, magari evitando accuratamente gli stand dei grossi editori, che tra luci accecanti, fascette esagerate e copertine tutte uguali assomigliano più a centri commerciali che a poli culturali. Non tutto positivo al 100%, anche considerando che all’interno del Salone i cellulari prendevano a singhiozzo e internet pure, e la sala “professionale” (modificata dal terribile calco “professionali” dell’anno scorso, ma anche “sala professionale” non è che abbia molto senso) era difficile da trovare, piccola e rumorosa come al solito. Ma sono contenta di esserci andata.

Il mio Salone si è concluso domenica, anche se non sono riuscita a seguire l’evento che avevo in programma perché ho dovuto passare mezza giornata in casa editrice… Curiosi? Al prossimo post!

 

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Salone del libro 2014 – il mio resoconto (prima parte)

IMAG3076[1]Quando sono entrata al Salone del libro il primo giorno, giovedì, la cosa che mi ha subito colpita è stata il profumo della carta. Nei giorni successivi non l’ho più sentito, non so se per via della folla o perché mi ero ormai assuefatta, ma giovedì è stato come entrare in un enorme libro, col naso puntato in avanti e le narici che fremevano di piacere.

Avevo elencato gli incontri che mi sarebbe piaciuto seguire, ma per svariati motivi (perlopiù lavorativi, poi vi racconterò) ne ho saltati alcuni e aggiunti altri. Ecco dunque il resoconto del “mio” Salone del libro.

Giovedì ho saltato il primo incontro, Lavorare nell’editoria oggi, ma mi hanno riferito che non mi sono persa granché. Se qualcuno di voi c’era, batta un colpo e mi faccia sapere! Il primo incontro che sono riuscita a seguire è stato Traduttore e revisore a confronto. Matteo Colombo dialogava con Anna Nadotti sulla nuova traduzione del Giovane Holden appena uscita per Einaudi, e Chiara Spallino parlava con Elena Loewenthal di un libro su una famiglia ebrea, di cui purtroppo non ho afferrato il titolo. Tuttavia quest’ultimo intervento ha un po’ perso di vista l’argomento del seminario, concentrandosi sulle difficoltà della lingua ebraica, per poi essere eclissato dalla verve della coppia Colombo-Nadotti. Impossibile riassumere tutto ciò che hanno detto, dimostrandosi davvero appassionati e competenti, ma vi consiglio caldamente di dare un’occhiata al loro frizzante epistolario pubblicato sul sito Einaudi, in cui raccontano le varie fasi del loro lavoro di traduzione e revisione. Il dialogo con un buon editor è una parte meravigliosa del lavoro di traduzione, ho avuto anch’io questa fortuna con il libro su cui sto lavorando al momento, e presto vi racconterò la mia esperienza.

Ma torniamo al Salone: dopo un primo giro fra gli stand, ho seguito La traduzione saggistica e scientifica divulgativa. Ho preso un bel po’ di appunti, ma cercherò di farla breve: Isabella Blum ha ricordato come per tradurre saggistica – ambito troppo spesso sottovalutato dagli aspiranti traduttori – sia necessario saper dominare il tema, che non vuol dire conoscerlo a menadito fin da subito ma saper svolgere ricerche appropriate. Bisogna sempre essere consapevoli delle proprie lacune, e saperle colmare. Ha poi sottolineato che spesso si fraintende la facilità del testo finale: scrivere in modo semplice e comprensibile comporta notevoli difficoltà. Enrico Casadei, di Codice edizioni, ha ribadito che a un buon traduttore di saggistica si richiede soprattutto versatilità, ossia la capacità di dominare testi che spesso riguardano discipline ibride. Non tutti i testi di saggistica sono settoriali al 100%, e del resto un esperto in una certa materia non è necessariamente un bravo traduttore. Occorre dunque essere in grado di sviluppare un metodo, più che specializzarsi in un campo circoscritto. Michele Luzzatto, di Bollati-Boringhieri, ha elencato tre capacità fondamentali per un traduttore di saggistica: prima di tutto saper scrivere bene in italiano, poi conoscere abbastanza bene l’argomento di cui si parla e avere una cultura abbastanza ampia, e solo in ultima posizione conoscere la lingua di partenza. Anche Michele Riva ha parlato di competenze e della capacità di ricercare fatti e informazioni, di sapersi muovere bene nell’argomento e di cogliere il modo in cui viene usata la lingua.

Il venerdì ho seguito Lo scrittore e i suoi traduttori – Barbara Ivancic dialoga con Ilide Carmignani, ma sinceramente questi incontri “monografici” non mi dicono un granché. È stato più interessante l’incontro successivo, Editori, lettori, traduttori: nuovi ruoli nell’esperienza digitale. Edoardo Brugnatelli ha dato qualche consiglio utile agli aspiranti traduttori: prima di tutto considerare gli e-book e l’autopubblicazione una risorsa, poiché pare che molti si mettano a scrivere in tarda età, abbiano grosse disponibilità finanziarie e sarebbero felici di vedere tradotte le loro opere. Un punto di partenza per scoprire autori da tradurre senza passare attraverso le case editrici è Babelcube, un sito internazionale che mette in comunicazione autori e traduttori. Ha poi consigliato di leggere questo articolo di Will Self sul Guardian e Is That a Fish in Your Ear? di David Bellos. Secondo Brugnatelli, inoltre, l’e-reader non avrà vita lunga perché è un apparecchio che permette di fare una sola cosa, mentre oggi la tendenza è di accentrare molteplici funzioni su un solo dispositivo. Di conseguenza, per un editore la concorrenza non saranno più gli altri editori, ma tutte le altre funzioni svolte da questi dispositivi: film, musica, giochi e distrazioni varie.

Ha poi parlato dell’acquisizione di aNobii da parte di Mondadori, ed è stato molto interessante sentire alcune delle novità che hanno intenzione di inserire sul sito: per esempio, nella scheda dei libri sarà possibile per il traduttore di una determinata opera inserire una propria nota alla traduzione. A me sembra una bellissima idea! Ci saranno poi dei collegamenti fra il sito e il proprio e-reader per inserire direttamente delle note durante la lettura. Insomma, secondo Brugnatelli, nonostante si sia parlato molto male di questa mossa, a Mondadori interessa aNobii più che altro perché sapere cosa dicono i lettori è una grande risorsa per un editore. Sarà vero? In ogni caso, un traduttore oggi deve essere più che mai in grado di dominare gli strumenti informatici e il web.

Per concludere il venerdì, sono andata a sentire la presentazione del libro Le giocatrici, di Marilena Lucente, pubblicato da Edizioni Spartaco, non tanto perché mi interessasse l’argomento quanto perché a presentare c’era la mia grande amica La Lettrice Rampante, che se l’è cavata alla grande :)

Mi rendo conto che questo post rischia di diventare infinito, quindi per oggi mi fermo qui. A prestissimo con la seconda parte del mio resoconto, riguardo agli incontri di sabato (domenica ero al salone ma non sono riuscita a seguire nulla).

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L’invisibilità del traduttore

signinvisibilityQuando si parla di “invisibilità del traduttore” ci si può riferire a molti concetti diversi.

Prima di tutto, è impossibile non citare il libro di Lawrence Venuti intitolato, appunto, “The Translator’s Invisibility” (pubblicato in Italia da Armando Editore, 1999, traduzione di M. Guglielmi). Nel testo, Venuti cita il traduttore americano Norman Shapiro, secondo il quale

“Una buona traduzione è come una lastra di vetro. Si nota che c’è solamente quando ci sono delle imperfezioni: graffi, bolle. L’ideale è che non ce ne siano affatto. Non dovrebbe mai richiamare l’attenzione su di sé.”

Il concetto di invisibilità rimanda dunque a un vetro perfettamente trasparente attraverso il quale il testo risulti “pulito”, perfetto, come se fosse stato scritto direttamente in quella lingua, scorrevole e senza alcun intoppo. Certo, non è esattamente una missione facile, ma bisogna sempre avere un ideale a cui tendere.

Purtroppo, questo concetto di “invisibilità” è stato esteso al traduttore come lavoratore. Sempre più spesso capita di ricevere proposte indecenti, di pochi spiccioli a cartella, che alcuni accettano perché “fa curriculum”. Ne avevo già parlato nell’articolo sulle proposte da non accettare mai. La situazione dei traduttori editoriali in Italia è piuttosto drammatica: sono ben pochi quelli che riescono a vivere di questa professione, e molto spesso le tariffe non sono degne di un lavoro così lungo e impegnativo: basta dare un’occhiata all’inchiesta sulle tariffe indetta da Biblit per rendersi conto del malcontento generale. Per i traduttori alle prime armi (o comunque per qualsiasi dubbio, che può venire anche ai più esperti) è bene fare riferimento al sito di STradE, che dispensa davvero tanti consigli utili per evitare soprusi e sfruttamenti.

Il concetto di invisibilità è stato ripreso anche da Ilide Carmignani per dare un titolo agli incontri sulla traduzione letteraria che ogni anno si svolgono al Salone internazionale del libro di Torino: ho già parlato in questo post degli interessantissimi seminari organizzati quest’anno da L’Autore Invisibile. Eh già, perché giovedì 16 maggio inizia il Salone! Ovviamente è un appuntamento importantissimo, se potete non mancate: le tavole rotonde e l’opportunità di parlare con gli editori (almeno quelli delle case editrici più piccole, di certo non troverete “il signor Feltrinelli” allo stand) sono davvero imperdibili.

Sul versante opposto dell’invisibilità del traduttore, avete letto la storia dei traduttori di Dan Brown rinchiusi in un bunker? Perquisiti all’entrata e all’uscita, sorvegliati da guardie armate, isolati dal mondo e con accesso limitato a Internet: più che un collettivo di traduttori ricorda una squadra costretta ai lavori forzati (con tanto di servizio a tutta pagina su TV Sorrisi e Canzoni, però: che fortunelli!). Non so che dire, spero almeno che li abbiano pagati molto bene, anche se non vedo comunque il motivo di un sequestro del genere, a parte gli ovvi fini pubblicitari: che fine ha fatto la fiducia nell’onestà professionale? Era proprio necessario “rapire” i traduttori e impedire loro persino di dire ai parenti dove si trovassero e per quale motivo? Certo, sicuramente il libro venderà moltissimo (a 25€ a copia poi, i guadagni saranno immensi…), ma a parte non essere un’amante del genere non riesco proprio a evitare che questa storia mi lasci l’amaro in bocca. E non certo per l’invidia!

Mi fanno giustamente notare che non ho citato i nomi dei traduttori di Inferno: per completezza dovrei citare tutti quelli che hanno vissuto l’esperienza nel bunker, ma qui mi limito a nominare Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli, le traduttrici italiane. Gli altri nomi li trovate in questa intervista. Mi assicurano inoltre che le condizioni di lavoro erano professionalmente oneste e non ho alcun motivo di dubitarne. La mia perplessità riguarda soltanto la scelta degli editori, non certo quella dei traduttori, che sono professionisti e il cui lavoro ovviamente ha tutto il mio rispetto.

Come abbiamo visto, la parola “invisibilità” può avere tante sfaccettature per un traduttore: mettersi al servizio del testo senza che la nostra personalità lo influenzi, diventare un vero e proprio “autore invisibile”, ma anche dover combattere ogni giorno per i propri diritti e scoprire che pochissimi, quando leggono un libro tradotto, si rendono conto che le parole che hanno davanti agli occhi sono state accuratamente scelte da un traduttore, pur in accordo con quelle dell’autore.

Insomma, in un certo senso l’invisibilità sarà pure una condizione auspicabile per un traduttore, ma per altri versi è assolutamente necessario uscire dall’ombra e far sentire la nostra voce.

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Entrare nel mondo della traduzione: il parere di Elisa Comito (STradE)

Questo post non è opera mia bensì di Elisa Comito, del Sindacato Traduttori Editoriali STradE, che ringrazio infinitamente per aver accettato di farmelo pubblicare. Si tratta di un suo intervento sulla mailing list di traduttori e interpreti Langit, dove un’iscritta ha chiesto consiglio a propostito di una tariffa “d’ingresso” davvero infima offertale da una casa editrice. Ecco a voi la risposta di Elisa Comito, che io ho trovato utilissima ed esauriente. Non perdetevela, potrebbe togliervi molti dubbi!

 

Mi permetto di offrire un altro punto di vista, nato non solo dalla
mia esperienza personale ma anche dall’esperienza nel sindacato dei
traduttori editoriali STRADE. Nell’ambito del sindacato, faccio parte
del gruppo di lavoro sul diritto d’autore e i contratti editoriali
che, tra le altre cose, fornisce consulenze contrattuali:
http://www.traduttoristrade.it/consulenza-legale

Di contratti ne abbiamo visti a iosa, stipulati con editori grandi e
piccoli, corretti e farabutti (la serietà è indipendente dalla
dimensione). Ci scrivono traduttori che lavorano da diversi anni ma
anche molti esordienti, alla loro prima pubblicazione.
Ti dico quindi che non solo non è impossibile ma è fin troppo facile
(anche “grazie” a una serie di corsi e corsetti che offrono “stage” di
dubbia eticità) “inserirsi” nel settore, se per “inserirsi” si intende
“ottenere una o qualche traduzione a qualsiasi prezzo” lavorando
gratuitamente o per pochi spicci. Dirò di più: “a qualsiasi prezzo”
comprende anche traduttori che pagano, a caro prezzo, per essere
inseriti tra i collaboratori della “casa editrice” nell’illusione che
ciò, consentendogli di mettere nel curriculum quel libro, gli apra la
porta al lavoro “vero”. Il che difficilmente avverrà, perché gli
editori si conoscono tra loro, e quelli seri quando vedono nel CV solo
traduzioni di un certo tipo traggono le loro conclusioni.
Esaminiamo con regolarità contratti nei quali la tariffa ridicola è
solo uno degli aspetti critici, spesso neanche il peggiore. Tutto
questo (mi riferisco soprattutto alle traduzioni dalle lingue più
conosciute) contribuisce ad aumentare il degrado della professione ma
anche del settore editoriale, oggi caratterizzato da un’enorme
precarietà e svalutazione del lavoro di tutti i soggetti coinvolti, al
punto che non solo le associazioni di traduttori, redattori ecc. ma
anche diversi editori si stanno ponendo il problema di porre nuove
regole. Molti editori si rendono conto che, con il mutamento degli
scenari dovuti agli sviluppi del digitale e all’entrata in gioco di
altri soggetti economici nel mondo del libro e della lettura,
continuare per questa strada rischia di portare alla loro stessa
rovina).
Infatti le cose si stanno muovendo, a livello di discussione,
riflessioni e trattative, all’interno del mondo editoriale, come sanno
i colleghi del sindacato o di altre associazioni o comunque attenti al
contesto in cui si inserisce il loro lavoro. Purtroppo restano ancora
troppi colleghi (è difficile anche quantificarli) che lavorano
nell’inconsapevolezza.

Poi non bisogna mervigliarsi quando si accorgono che di traduzioni
editoriali è difficile vivere perché, volenti o nolenti,
contribuiscono a renderlo sempre più difficile.
Riguardo al fatto che “gli editori, soprattutto i maggiori, hanno
oramai i loro traduttori”, neanche questa è una reale barriera (o una
sicurezza, a seconda del punto di vista) perché in realtà diversi
editori, col tempo, man mano che riescono a trovare traduttori più
economici li cambiano (ovviamente contribuendo al degrado
dell’editoria di cui ho già parlato, anche perché non sono solo le
tariffe che peggiorano ma i tempi e le condizioni di lavoro in
generale, non solo per i traduttori ma per tutti i collaboratori
editoriali).
Ripeto: “inserirsi” nell’editoria per tradurre qualche libro non è
difficile, è inserirsi in modo da ricavarci un mestiere di cui vivere
e possibilmente delle soddisfazioni che è estremamente difficile, e
non penso si possa ottenere accettando tariffe da fame. Anche perché
l’esperienza ci dimostra che in genere chi fa così resta poi legato a
queste tariffe.
Se uno cerca un hobby perché ha altre risorse o è ancora mantenuto
dalla famiglia, ha un partner che guadagna bene o comunque non ha
preoccupazioni economiche, ok, ma poi non si meravigli se non riesce a
farne un vero lavoro. La situazione è tale che già oggi (in cui la
tariffa di 3 euro resta al di sotto di qualsiasi standard anche per i
piccoli editori) chi lavora professionalmente diffficilmente riesce a
fare solo traduzioni editoriali ma deve combinarle con traduzioni
tecniche o altre attività (insegnamento, formazione o attività
completamente diverse), figuriamoci se questa tendenza continuna e
viene incoraggiata…

Io incoraggio piuttosto i traduttori esordienti a guardarsi intorno e
se non riescono a trovare abbastanza traduzioni editoriali a
condizioni decenti, DIVERSIFICARE  i loro settori di lavoro o cercare
altre strade.
Personalmente faccio traduzioni editoriali e tecniche (soprattutto in
due settori) per non dover subire troppi ricatti né dagli editori né
dalle agenzie di traduzioni o da altri clienti. Se un editore mi
propone una tariffa che ritengo troppo bassa non mi sento costretta ad
accettare per timore di rimanere senza lavoro. Dimunuisce la quota di
traduzioni editoriali? Pazienza, aumenterò le altre. E viceversa.
Anche così non è facile lavorare tranquillamente perché anche nel
campo delle traduzioni tecniche ci sono tanti colleghi che giocano
al ribasso (coltivando, anche qui, molte illusioni…) ma finora sono
riuscita a vivere del mio lavoro e, in ogni caso, quando le traduzioni
non mi basteranno, passerò a un’altra attività piuttosto che abbassare
le tariffe nella speranza di avere più lavoro (a che fine? Lavorare di
più per guardagnare lo stesso?)

In conclusione non posso che consigliare di
ascoltare in podcast, appena sarà disponibile, la puntata di ieri di
Fahrenheit dedicata ai traduttori editoriali: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/archivio/ContentSet-bc3665d6-7113-49d3-9814-a57857f3542c.html
Traduttrici di lunga esperienza parlano del lavoro, delle tariffe, dei
problemi del settore.

Buon ascolto e buon lavoro (decentemente pagato) a tutti!

Elisa Comito

 

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Corsi, seminari, workshop e chi più ne ha più ne metta

https://diariodiunatraduttrice.files.wordpress.com/2012/12/f64b8-a4.jpg?w=150&h=118I corsi per traduttori letterari sono utili? E in che modo, concretamente?

Questo post nasce dalla mia segnalazione, sulla pagina facebook del blog, di un corso per traduttori letterari organizzato dalla Herzog. Una lettrice ha segnalato che l’agenzia letteraria in questione, per esperienze personali e per averlo sentito riferire da altri, non l’ha convinta. Su facebook io segnalo alcuni dei corsi per traduttori disponibili in Italia, ma vi invito calorosamente a controllare sempre e a documentarvi su Internet riguardo alla serietà degli stessi. E, se ne avete esperienza diretta, siete invitati a commentare: questo blog nasce soprattutto come aiuto per i traduttori, quindi diamoci una mano tra di noi, che là fuori è un brutto mondo.

Detto questo, la lettrice di cui sopra ha anche consigliato, in alternativa, il validissimo corso di specializzazione per traduttori editoriali organizzato dall’agenzia TuttoEuropa di Torino: mi sento di condividere appieno il suo consiglio, avendolo frequentato anch’io. Si tratta di un corso gratuito e molto ben organizzato. Ve ne parlo in breve, prima di trattare l’argomento dei corsi in generale.

Il corso è diviso in due parti: la prima di lezioni vere e proprie, e la seconda di “stage”. Lo metto tra virgolette perché non è un vero e proprio stage in agenzia/casa editrice: si tratta di tradurre un libro insieme agli altri partecipanti. Le case editrici che pubblicano questi testi sono piuttosto importanti: Salani, Marcos Y Marcos, minimum fax, Sellerio e così via. Per questa seconda parte è previsto un impegno full time, anche se, trattandosi di traduzione, gran parte del lavoro va svolto a casa, mandando poi un’autocertificazione con il numero di ore in cui si è lavorato. La gentilissima segretaria vi spiegherà comunque tutto con estrema chiarezza.
Per quanto riguarda la prima parte del corso, invece, ovvero quella dedicata alle lezioni frontali, sono previste quattro ore giornaliere (pomeridiane). Le lezioni sono tenute da traduttori tra i più affermati in Italia, come Paola Mazzarelli, Maurizia Balmelli, Maria Nicola, Norman Gobetti, Susanna Basso, Matteo Colombo e molti altri, oltre a esponenti di case editrici importanti come Einaudi, Adelphi, Feltrinelli, Mondadori. È quindi un’ottima occasione per mettersi alla prova e per farsi valutare e consigliare da professionisti del settore. Il corso è organizzato alla perfezione, in modo molto serio, io ne sono stata completamente soddisfatta. Ogni anno vengono avviati due corsi paralleli, uno per la traduzione dall’inglese e l’altro per una lingua a turno tra francese, tedesco e spagnolo. Quest’anno tocca al tedesco, il prossimo allo spagnolo. Ormai per quest’anno i corsi sono già iniziati, ma il prossimo anno vi avviserò qui sul blog dell’apertura delle selezioni. Questa scuola ha l’enorme vantaggio di essere gratuita, e conosco diverse persone che sono venute a Torino apposta per frequentarla: a quanto mi risulta non ne sono rimaste affatto deluse. E, se ve lo state chiedendo, no, nessuno mi paga per fare pubblicità! Se avete domande, sarò lieta di rispondervi.

Ma a cosa servono, concretamente, i corsi di traduzione editoriale?

Per la mia personale esperienza, quelli all’interno dei vari corsi di laurea specialistica servono a ben poco. Le facoltà più prestigiose in questo campo sembrano essere quelle di Forlì e di Trieste, ma non avendole frequentate posso solo dirvi di informarvi sul web.

Diverso è invece il caso dei corsi post-laurea, come quello dell’agenzia TuttoEuropa di cui sopra: si tratta di veri e propri laboratori in cui tutto gira attorno alla traduzione di testi editoriali. Sono certamente più utili dei corsi universitari per quanto riguarda la conoscenza dell’ambiente. E le opportunità lavorative? Beh, quelle non ve le regala nessuno, ovvio. Diciamo che i corsi servono a entrare nel giro, a vedere un po’ come funzionano le dinamiche editoriali, e perché no, a farsi conoscere un pochino: per me è stata un’enorme soddisfazione quando Susanna Basso, alle Giornate della traduzione letteraria di Urbino, mi ha riconosciuta e salutata calorosamente. A proposito dell’università di Urbino, anche a Misano Adriatico si tiene ogni anno un master in traduzione letteraria. A Pisa, invece, c’è un master di II livello in traduzione di testi post coloniali in lingua inglese. Giusto per nominarne alcuni tra i più conosciuti, ma ce ne sono molti altri. Ricordate che insegnare la traduzione letteraria è possibile solo fino a un certo punto: c’è chi è più portato e riesce a far fruttare i preziosi consigli degli insegnanti e chi, per quanto si impegni, non possiede il famoso orecchio del traduttore: frequentare un corso o un master può aiutarvi a scoprirlo e a capire se la traduzione è davvero la vostra strada oppure no.

Il mio consiglio è di valutare attentamente i corsi che potreste seguire cercando su internet le opinioni di chi li ha frequentati, e poi (tempo e denaro permettendo) di buttarvi: ogni esperienza porta con sé qualcosa di positivo, anche se magari non immediatamente spendibile in termini lavorativi. Per esempio, io sto per frequentare un breve workshop di editing organizzato dalla minimum fax: sono sicura che sarà interessante e proficuo, quando tornerò ve ne parlerò!

Ultima informazione, che spero vi sia utile: sul sito di Biblit è presente, sotto il menu risorse – corsi&residenze, un elenco di gran parte dei corsi di traduzione letteraria esistenti in Italia: dateci un’occhiata e informatevi su internet, uno di questi potrebbe essere il vostro trampolino di lancio! Un occhio di riguardo per i corsi che prevedono uno stage finale, anche se il traduttore lavora quasi sempre come collaboratore esterno, quindi non ha molto senso fare uno stage in casa editrice: ma chissà, potreste trovare altri lavori redazionali che fanno per voi. Tenete presente però che, a quanto mi risulta – e aspetto smentite – l’unico corso completamente gratuito è quello organizzato a Torino dall’agenzia TuttoEuropa.

In bocca al lupo, e se avete esperienze o ulteriori informazioni fatemelo sapere!

PS: Ebbene sì, dopo anni di studio e soprattutto di lavoro sul campo sono diventata anche io tutor di un corso di traduzione editoriale: si chiama Tradurre per l’editoria, e sul sito troverete tutte le informazioni necessarie. È improntato sugli esercizi pratici, e insieme a Rossella Monaco di La matita rossa cercherò di trasmettervi un bel po’ di trucchetti del mestiere, oltre a gettare le basi per conoscere il mondo editoriale dall’interno.

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Come fare una proposta editoriale

Uno dei modi per far notare il proprio cv tra le centinaia di e-mail che le case editrici ricevono ogni giorno è allegarvi una proposta editoriale ben studiata. Oggi, infatti, sempre più case editrici ricercano traduttori che non si limitino a tradurre ma che si trasformino in veri e propri scout letterari.

Come procedere?

Innanzitutto dobbiamo trovare un testo da tradurre: un libro che abbiamo letto in lingua straniera e che non sia ancora stato tradotto in italiano.  Ovviamente, dev’essere un testo che ci è piaciuto molto: è difficile convincere qualcuno a comprare qualcosa che non apprezziamo noi per primi.

Per sapere se un libro è già stato tradotto, si può cercare la bibliografia dell’autore nel catalogo nazionale delle biblioteche italiane. Se il libro è già stato pubblicato, verosimilmente lì lo troveremo. Tuttavia, se un libro non è presente, soprattutto se è uscito da poco, non è detto che qualche casa editrice non l’abbia già comprato e dato in traduzione.
Se il libro non è presente sul catalogo, l’unico modo per essere sicuri che i diritti del libro siano ancora liberi è scrivere o telefonare alla casa editrice del testo in lingua originale. Cercate la sezione “foreign rights” sul loro sito e contattate chi si occupa dei diritti. Può capitare che la casa editrice vi rimandi a un’agenzia letteraria che amministra i diritti di quel libro o dell’intera produzione dell’autore: vi basterà mandare una e-mail per informarvi. Presentatevi, elogiate il libro scelto e chiedete se i diritti sono ancora liberi per l’Italia: se non lo sono, potete provare a chiedere a chi li hanno venduti e proporvi alla casa editrice italiana per sapere se hanno già scelto un traduttore, ma è quasi certo che la risposta sia sì.

Se i diritti sono liberi, potete portare avanti il vostro progetto. A volte è la stessa casa editrice straniera a suggerirvi come procedere, per esempio nel caso in cui si “agganci” a una agenzia letteraria o a una particolare casa editrice italiana (anche se, in quest’ultimo caso, è probabile che abbiano già provato loro a proporre il testo per la traduzione, con scarsi risultati).
Se la casa editrice straniera vi comunica semplicemente che i diritti sono liberi, tocca a voi rimboccarvi le maniche e proporre il libro agli editori italiani. Prima di tutto dovete stabilire che tipo di testo è: un giallo? Un fantasy? Un romanzo rosa? Un saggio sull’architettura? Un noir?
Occorre conoscere molto bene le linee editoriali delle varie case editrici italiane, per proporre il libro a quella giusta: se suggerite un testo che sarebbe perfetto in una determinata collana è più facile che vi prendano in considerazione. Non proponete un thriller a chi pubblica prevalentemente libri di cucina: sarebbe tutta fatica sprecata.

Quando avete deciso a chi volete proporre il libro, preparate la proposta. Occorre stilare una scheda di lettura approfondita in cui indicare l’autore, la casa editrice, il numero di pagine, la trama del libro e soprattutto le vostre opinioni personali, mettendo bene in evidenza il motivo per cui secondo voi quel testo merita di essere pubblicato. Non siate troppo prolissi, ma non buttate giù solo tre righe: una pagina e mezza-due potrebbero andare bene.

Oltre alla scheda, allegate la traduzione di un paio di capitoli (meglio se i primi) del libro, insieme al testo originale: in questo modo l’editor si farà un’idea concreta dello stile dell’autore e della pubblicabilità del testo. Ovviamente, dovete fare del vostro meglio con la traduzione: è la “vetrina” del libro che state presentando, e dovete dimostrare di essere in grado di rendere il testo straniero alla perfezione. Attenti a refusi, sviste ed errori veri e propri: non si fa certo bella impressione presentando un testo magari anche ben tradotto, ma che appare poco curato.

Tra parentesi, occhio agli errori anche nella e-mail a cui allegherete scheda e traduzione. Penso che qualunque editore, se riceve una proposta di traduzione contenente un po’ scritto con l’accento invece che con l’apostrofo, la cancelli immediatamente: e – perdonate lo snobismo – fa bene! Si narra addirittura di gente che ha ripetutamente sbagliato il nome dell’autore nella propria e-mail di presentazione: state molto attenti.

A questo punto, a chi mandare il nostro malloppo? L’ideale sarebbe procurarsi il recapito dell’editor che gestisce quella particolare collana, oppure, nel caso di editori più piccoli, di chi si occupa di acquisire i testi stranieri. Provate a telefonare alle case editrici e a chiedere un indirizzo mail a cui inviare la proposta, avrete sicuramente più possibilità che la legga qualcuno che possa valutarla correttamente, rispetto a quelle che avreste scrivendo ai soliti info@….it. Non è affatto vietato mandare la proposta a più editori contemporaneamente, basta che siano scelti con attenzione.

Ricapitolando, dopo essersi accertati che i diritti del libro siano liberi in Italia, traducete qualche capitolo a titolo esemplificativo (non più di una ventina di pagine) e allegate gli stessi capitoli in lingua originale, poi aggiungete una scheda di traduzione e inviate il tutto con una e-mail di presentazione in cui spiegate in breve chi siete e perché vorreste che quel testo fosse pubblicato. Non dimenticate di specificare che vi siete già informati riguardo ai diritti: questo dimostra perlomeno una minima conoscenza delle dinamiche editoriali.

Una volta inviata la proposta, non vi resta che aspettare: in bocca al lupo!

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