La vendetta del traduttore

Come accennavo nell’ultimo post, da questa settimana un venerdì sì e uno no uscirà un mio articolo sul blog del sito La matita rossa, gestito da Rossella Monaco. Si parlerà di traduzione da un punto di vista specialistico e un po’ più tecnico rispetto a questo blog. La rubrica sarà rivolta non solo agli esordienti che vogliono saperne di più su questo mestiere, ma a tutti gli addetti al settore e agli appassionati di traduzione letteraria. A questo link potete trovare il primo articolo, che incollo qui sotto come primo appuntamento con la rubrica “recensioni” di questo blog, visto che si parla appunto di un romanzo. Buona lettura!

Difficile spiegare il mestiere del traduttore letterario. Inizio quindi a parlarvi di traduzione attraverso le parole di un altro traduttore, Brice Matthieussent, il cui romanzo La vendetta del traduttore è stato a sua volta tradotto in italiano da un’altra traduttrice, Elena Loewenthal. E già così, tutto diventa intricato. Ma non finisce qui, perché il romanzo su cui il traduttore, narratore principale, sta lavorando, manco a dirlo parla del rapporto fra un traduttore americano, David Grey, e il “suo” autore francese, Abel Prote, il cui ultimo romanzo è intitolato (N.d.T.) ed è composto interamente da note a piè di pagina, esattamente come il libro di Matthieussent stesso. Vi siete persi? Pure io, all’inizio.

Si tratta di un interminabile gioco di specchi tra autore, testo e traduttore che lascia disorientati e confusi: chi ha scritto cosa? Di chi è la responsabilità degli eventi narrati? Fino a che punto il traduttore può intervenire sul testo e modificarlo a sua discrezione? Il romanzo che il narratore sta traducendo si intitola, per l’appunto, La vendetta del traduttore. E a mano a mano che traduce, il nostro eroe inizia a modificare, tagliare, aggiungere interi paragrafi, insomma ci mette del suo, fino a sostituirsi quasi completamente all’autore. Cosa che un professionista non dovrebbe mai fare, ovvio, ma ammettiamolo, la tentazione è venuta almeno una volta a chiunque abbia provato a fare questo mestiere: quando un romanzo è mediocre, oppure ha del potenziale ma non lo sfrutta, sarebbe tanto bello poterlo purgare, arricchire, migliorare secondo il nostro personalissimo giudizio. Ed è proprio ciò che fa Matthieussent con questo libro: si toglie lo sfizio.

E alla fine il traduttore entra letteralmente nel testo su cui sta lavorando, con grande sconcerto dei protagonisti, e diventa lui stesso un personaggio: si ritrova così traduttore di se stesso, onnisciente perché ha già tradotto le pagine che ora sta vivendo, le conosce a memoria. Un traduttore, infatti, conosce il testo a menadito, perché deve stare attento a ogni sfumatura, scegliere con cautela ogni parola e descrivere ogni oggetto in scena, cose a cui i personaggi non sempre fanno attenzione.

La vendetta del traduttore pone un quesito interessante: fino a che punto è lecito, per un traduttore, intervenire sul testo di partenza? Com’è noto, ogni traduzione presuppone necessariamente uno scarto, una perdita, magari compensata da un arricchimento in un altro punto. Ma non è l’unico problema, né si tratta solo dell’eterna questione delle belle infedeli: il traduttore ha in mano un grande potere, quello di trasmettere il linguaggio e con esso la cultura. L’umiltà è una caratteristica imprescindibile per un traduttore: metterci al servizio del testo fino a diventare invisibili è il nostro mestiere.

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