Archivi categoria: blog

Tradurre Kent Haruf: incontro con Fabio Cremonesi

IMG_20160509_105409Su questo blog non ho mai parlato di Kent Haruf, i cui romanzi ho invece recensito su Solo libri belli. Lo faccio ora perché oggi esce Crepuscolo, il terzo volume della sua Trilogia della Pianura, e qualche giorno fa mi è capitata una cosa pazzesca. Sono stata invitata alla presentazione in anteprima, insieme a blogger e giornalisti – a proposito, non mi considero una “blogger” e se mi chiamate così probabilmente mi offenderò – nella sede della casa editrice che pubblica Haruf, la NN.

Il motivo per cui ne sto parlando qui è che all’incontro – essendo Haruf ahimé defunto – è intervenuto il traduttore Fabio Cremonesi, e di conseguenza si è parlato (anche) di traduzione. Non mi metterò quindi a descrivervi esattamente com’è andato l’incontro, i motivi per cui Haruf piace a tutti, le riflessioni che sono nate riguardo alle tematiche dei suoi romanzi, perché c’è già chi l’ha fatto meglio di come potrei fare io: se siete curiosi di conoscere i dettagli vi rimando al post di Elisa, La Lettrice Rampante. Qui vorrei invece soffermarmi sugli aspetti traduttivi.

Innanzitutto, secondo Cremonesi (e io sono perfettamente d’accordo) i due momenti di maggiore felicità per un traduttore sono quello della consegna – nonostante non significhi liberarsi per sempre del libro, ovviamente, dato che bisogna ancora affrontare la revisione e le bozze – e, prima ancora, quello in cui si riesce a trovare la voce del testo, a entrarci davvero.

Quando gli è successo con Benedizione, il primo volume di Haruf da lui tradotto, pensava di essere a cavallo anche per i libri successivi dello stesso autore. E invece Canto della pianura l’ha spiazzato, perché laddove Benedizione ha uno stile asciutto, minimalista, con un lessico di 5-600 parole, Canto della pianura è più ricco di dettagli, di termini anche tecnici, ha un linguaggio più arioso, con più descrizioni, per quanto si parli sempre di Haruf e quindi di una estrema precisione lessicale e di parole cariche di significati, non di sproloqui esagerati. Ci ha quindi raccontato questo aneddoto divertente in cui si è trovato a consegnare Canto della pianura in estremo ritardo, perché pensava di cavarsela più facilmente avendo già tradotto lo stesso autore pochi mesi prima. Crepuscolo invece è più simile a Canto della pianura, per quanto riguarda lo stile.

Un’altra riflessione degna di nota è che in realtà Canto della pianura, sebbene sia stato pubblicato per secondo da NN (qui le motivazioni), è il primo volume scritto da Haruf, ed era già stato tradotto da Fabrizio Ascari nel 2000 per Rizzoli. Cremonesi ha però sottolineato che la sua traduzione – fuor di modestia – è migliore, perché ha avuto il vantaggio di poter considerare la trilogia nel suo insieme (da Canto della pianura a Benedizione, passando per Crepuscolo, l’autore tende a una scrittura sempre più asciutta, passando dalla nascita alla vita alla morte riducendo sempre più all’osso le descrizioni e il lessico). È quindi interessante notare come, nonostante ogni libro sia a sé stante, conoscere tutta la produzione di un autore può aiutarci a tradurre meglio, a entrare nel suo spirito e a comprendere le sue intenzioni.

Un appunto a parte per i dialoghi di tutti i libri di Haruf: secchi, essenziali, secondo Cremonesi si traducono quasi da soli (“C’è quasi da sentirsi in colpa a metterli sul conto dell’editore!”, ha scherzato). Anche perché in questi romanzi la comunicazione è spesso affidata a gesti e sguardi anziché alle parole. Ecco, tradurre la gestualità è un altro discorso, che è già stato affrontato da altri ma che non credo si sia rivelato un problema con un autore attento ed essenziale come Haruf, o se lo è stato Cremonesi ha avuto la capacità di non farlo notare. Fra l’altro ha definito la scrittura di Haruf “affettuosa ma senza smancerie, calda ma non appiccicosa”, e questa definizione mi è piaciuta moltissimo.

Ultima nota a margine, la moglie di Haruf ha raccontato in un’intervista un paio di buffi aneddoti sul modo in cui il marito concepiva la scrittura: per evitare di farsi distrarre da refusi e punteggiatura, batteva a macchina la prima stesura con un berretto calato sugli occhi, per poi riprenderla e correggerla in un secondo momento. Forse è un’immagine bislacca e romantica, ma adoro immaginarlo mentre lascia che la scrittura fluisca dalle sue mani senza interruzioni. Una specie di write drunk, edit sober. Questo per me si ricollega al discorso sul trovare la voce del testo: anche in traduzione, una volta entrati nello spirito del racconto, spesso si va avanti in modo quasi automatico per non perdere il ritmo, senza badare troppo a refusi ed errori che verranno corretti durante l’autorevisione.

Tuttavia, sempre stando alla moglie, pare che Haruf non credesse nell’“ispirazione”: per lui scrivere era un lavoro duro, e si imponeva di farlo ogni giorno, che ne avesse voglia o meno. Ecco, anche qui penso valga lo stesso per la traduzione: malgrado ci siano giorni in cui persino pulire il forno sembra più divertente e appetibile che tradurre l’ennesimo capitolo sull’induismo o sui ghiacci della Groenlandia, è solo con la costanza e la voglia di fare bene il nostro lavoro che riusciremo a dimostrare che meritiamo incarichi più interessanti.

IMG_20160509_150507

Ringrazio quindi la NN per questo bellissimo incontro, sebbene io mi trovi molto in imbarazzo in queste situazioni “sociali”. E li ringrazio anche per averci omaggiato, oltre che di una copia di Crepuscolo, anche del nuovo libro di Jenny Offill (altra scrittrice che adoro) e di una serie di gadget che sto già sfruttando al massimo. La prossima settimana si terrà la Kent Haruf Week, quindi se riuscite partecipate ad almeno uno degli eventi organizzati in giro per l’Italia, perché è un autore davvero imperdibile. E se non avete letto i suoi libri correte a procurarveli: da oggi, con Crepuscolo, la trilogia è completa!

 

Annunci

4 commenti

Archiviato in blog, dialoghi, diario di bordo, diventare traduttori, romanzi

Diario di bordo: translating Joe Brainard – parte 3

12063728_766519310118611_6041450697114329824_n

Foto: Lindau

Ora che è andato in stampa posso finalmente dirlo con certezza: entro fine mese uscirà il libro di Joe Brainard su cui ho scritto gli ultimi due post di questo blog – parte 1 e parte 2 – e si intitolerà Autoritratto. Lo trovo un titolo perfetto per l’opera di un pittore/artista che scrive di sé, dei suoi pensieri, delle sue manie, delle sue riflessioni quotidiane talvolta banali e spesso ironiche, dissacranti, molto introspettive ma che strizzano sempre l’occhio ai suoi amici e ai lettori.

 

Ma veniamo alla traduzione, o meglio, alle sue ultime fasi e alla revisione. Rileggendo il testo dopo aver finito di tradurlo, l’ho toccato davvero pochissimo. Forse perché Joe l’ha scritto di IMAG8622_1getto, ed era così che andava tradotto. Ho modificato qualche parola qua e là, limato un po’ le frasi, ma non ho tolto molte delle sue adorate ripetizioni né ho cercato di “normalizzarlo”. Non dico di aver mandato alla casa editrice una prima bozza, ma non ho voluto guastare la spontaneità del testo ricamandoci troppo sopra. Mi sono concentrata più che altro su come rendere al meglio alcune frasi che in inglese sono perfettamente naturali ma in italiano perdono ogni forza e ritmo, come il terribile passaggio da self-consciousness a self-awareness nell’introduzione di Ron Padgett.

Inoltre, poiché sapevo che avrei lavorato con redattori con cui ero certa di poter dialogare, nella mia traduzione ho lasciato evidenziate alcune frasi che mi avevano lasciata perplessa, che temevo di non aver capito o reso appieno. Il confronto con Alberto Del Bono della Lindau è stato davvero prezioso: in un lungo pomeriggio in redazione abbiamo sviscerato i problemi principali, trovando in praticamente tutti i casi una soluzione che ci convinceva entrambi. Qualcosa, però, è rimasto ancora una volta insoluto. Più che altro didascalie e frasi senza contesto, le più temute da un traduttore, che quando gli chiedono “cosa vuol dire questa cosa?” è abituato a rispondere invariabilmente “dipende dal contesto”. (E non è una scusa, dipende davvero dal contesto, ragazzi, su.)

Foto: Lindau

Foto: Lindau

Tanto per fare un esempio, una di queste frasi è la didascalia di un ritratto di Joe fatto da un suo amico: Joe knits up a careful tennis shoe white thread. Parole comunissime, perfettamente traducibili prese una per volta, ma piazzate lì in un modo che alcuni amici madrelingua mi hanno confermato essere “strano”, niente affatto chiaro; di conseguenza tradurre questa frase così lapidaria risultava veramente arduo. Inoltre – e questa è una cosa terribile per me che sono sempre così insicura –, poiché la didascalia è scritta a mano dall’autore, nell’edizione italiana non verrà cancellata: in questo e altri casi, la traduzione sarà a fondo pagina, ma il lettore potrà vedere anche la frase originale. Capite bene come in questi casi il terrore di sbagliare si moltiplichi.

Per fortuna avevamo a disposizione il curatore dell’edizione originale, nonché amico intimo di Joe, che ha confermato la stranezza della costruzione inglese ma ci ha spiegato l’immagine: al momento del ritratto Joe stava riparando una scarpa da tennis (careful?) con del filo bianco. Potevamo arrivarci, ma chi si sarebbe arrischiato a un’interpretazione così netta? Ecco, questo è uno dei casi in cui consultare l’autore o chi per esso (ah, poter scrivere a Joe…) si è rivelato fondamentale. Ron Padgett ci ha chiarito questo e un paio di altri dubbi, facendoci dormire sonni più tranquilli (e se qualche lettore o traduttore si sentirà in dovere di contestare le nostre scelte, beh, perlomeno avremo un’opinione autorevole dalla nostra!).

Foto: Lindau

Foto: Lindau

Dopo la revisione con Alberto, il libro è passato nelle mani di Paola Quarantelli, editor di Mi ricordo (i richiami a quel testo erano moltissimi, sarebbe stato impossibile tradurre questo libro senza tenere conto delle scelte fatte allora, e grazie al cielo l’avevo tradotto io), quindi è stata necessaria un’altra sessione di discussioni, riflessioni, cambiamenti dell’ultimo minuto e accordi conciliatori. La traduzione è così: se il libro fosse stato riletto da una quarta persona, saremmo ancora seduti attorno a un tavolo a discutere. Ed è una cosa che mi piace moltissimo di questo lavoro. Se la traduzione perfetta non esiste, è comunque incredibilmente stimolante vedere in che modo teste diverse interpretano e sentono uno stesso testo.peopleIMG_20151001_115043

Sono convinta che alla fine abbiamo fatto davvero un buon lavoro, e sarà emozionante tenere il libro tra le mani. Spero che riesca a emozionare anche voi, che lo leggiate col sorriso sulle labbra, che capiate cosa voleva dire Brainard quando l’ha scritto, che la traduzione abbia reso giustizia al suo linguaggio scarno ed evocativo insieme. Spero che Joe conquisti prima la vostra attenzione e poi, pian piano, una pagina dopo l’altra, il vostro cuore. Se lo merita, ed è stato un vero onore essere la sua traduttrice.

La cosa importante è che sono un pittore e uno scrittore. Finocchio. Insicuro riguardo al mio aspetto. E sento un po’ troppo il bisogno di far contenta la gente. Lavoro molto. Darei il braccio destro per essere follemente innamorato. (Beh, diciamo il sinistro.)

Come si fa a non amarlo?

whatpeoplewant

Lascia un commento

Archiviato in blog, Brainard, diario di bordo, recensioni

Diario di bordo: translating Joe Brainard – parte 2

Senza nomeEccoci alla seconda puntata del diario di traduzione dei Collected Writings di Joe Brainard. Se vi siete persi la prima, la trovate qui.

Una delle tante cose belle di tradurre Joe è che in genere, quando lavoro sui miei soliti saggi, continuo a distrarmi, sono irrequieta, procedo per inerzia, comincio a fare ricerche e poi mi perdo, magari faccio sei o sette pagine senza mai spostare lo sguardo dallo schermo ma poi vado avanti una frase per volta per quello che mi sembra un secolo. Con Joe invece mi metto al pc e a un certo punto mi accorgo che intorno si è fatto tutto buio e non vedo neanche più le mani sulla tastiera, sono le otto e mezza e non ho ancora cenato. È come cadere nella tana del coniglio bianco.

A questo punto ho la sensazione di aver appena cominciato il libro, e così controllo velocemente quanto ho tradotto finora. Il risultato mi stupisce: 50 cartelle senza nemmeno accorgermene. Mi sembrava di averne tradotte una decina. Sono scivolata tra le pagine con una facilità sorprendente. È una cosa stranissima, perché di solito per ottenere un testo scorrevole e un’apparente facilità di scrittura il traduttore fa uno sforzo notevole. E ciò mi fa capire che questo libro ha veramente tutti i numeri per farsi leggere e amare.

Ma veniamo al dunque. Certi brani fanno davvero girare la testa (May read, she knew how to read, that a bird’s feather was the strongest thing in nature for its size and weight and we tried it out and we decided that tho this might be true it wasn’t saying much because we found breaking bird feathers quite easy and extremely enyojable and we enjoyed enjoyable things in the most enjoyable way you can imagine enjoyable things as being enjoyed) ma se ci si lascia trascinare, quando si arriva alla fine del singolo testo si scopre di aver capito esattamente cosa voleva dire. E di solito lo si capisce col sorriso sulle labbra. Ciò non vuol dire che si sappia bene come riprodurlo in italiano, ma il bello è anche questo. yellowfaces

Uno dei miei problemi principali nel corso della traduzione: le frasi brevissime; in certi brani ogni pensiero è interrotto da un punto, cosa molto americana e molto da Joe. Ma il problema non è solo lo stile. È anche che a volte sono buttate lì senza ulteriori riferimenti, magari con un pizzico di slang che le rende estremamente ambigue. Avevo già affrontato questo problema in Mi ricordo, ma generalmente con qualche ricerca (ok, un bel po’ di ricerche) riuscivo a capire di cosa stesse parlando. Qui più che riferimenti oscuri si tratta di pensieri sconnessi e tutti suoi, magari inseriti in una riga isolata da tutto il resto.

Per esempio, cos’avrà voluto dire con “I don’t want you in my pocket.”? E a chi si rivolge, così all’improvviso, se questo è il suo diario e sta parlando di tutt’altro? In realtà usa moltissimo “you”, e non solo come impersonale tipico della lingua inglese (tanto per fare un esempio, dice anche “I love you”, quindi ha in mente uno o più ipotetici lettori). Ho optato quasi sempre per un pubblico collettivo, un “voi” al posto di un “tu” che in certi pezzi proprio non ci stava. Ma a volte Joe mi spiazza, anzi, più spesso di quanto sarebbe sano ammettere. Sarà sicuramente un aspetto su cui riflettere una volta finito il libro, ma per adesso procediamo.

Mikko Kuorinki, Joe Brainard: Poem

Mikko Kuorinki, Joe Brainard: Poem

Ora sta parlando di certi “allspice trees”, non so cosa siano, vediamo un po’… Ah, ecco, alberi di pimento, o pepe della Giamaica. Benissimo, perfetto. Ecco, però subito dopo dice che credeva che “allspice” indicasse un miscuglio di tutte le spezie esistenti e invece si tratta di una sola. Accidenti, bisognerà trovare un modo per non perdere questo fraintendimento. Visto che la parola Giamaica compare più volte poco prima, per ora metto alberi di pimento ed evidenzio in giallo. Vediamo che dice dopo… “Also there are pimento trees”. Ma porc… Faccio ulteriori ricerche, niente: sembra proprio che pimento e allspice siano la stessa cosa. Che faccio, nel primo caso mi invento una traduzione letterale per allspice? No, mi sembra troppo forzato, forse potrei lasciarlo in inglese, tanto spiega subito di cosa si tratta, e in questo modo non si perderebbe il gioco di parole. Per ora farò così. Evidenziato anche questo.

Proseguo nella traduzione incontrando alcune parti che mi fanno disperare: ripetizioni infinite, che in inglese stanno bene e danno il senso del flusso dei pensieri, ma in italiano sono terribili. Però a eliminarle mi sembra di tradire la scansione del discorso, la litania rassicurante, il labirinto di pensieri ripiegati su se stessi in cui spesso Joe si rifugia per poi uscirne con una meravigliosa frase a effetto. In ogni caso è impossibile annoiarsi, è molto vario, a ogni pagina è come tradurre qualcosa di completamente nuovo, una nuova sfida.

Alcuni pezzi filano lisci come l’olio. Su altri devo rompermi la testa, e non solo per alcune frasi isolate che risultato un po’ oscure o particolarmente incomprensibili, ma proprio per la qualità di certi brani, che forse solo entrando nella testa dell’autore sarebbe possibile comprendere davvero. Ecco una frase che non capisco proprio. Non ha alcun senso. Leggo quella successiva: “I told you I was stoned”. Ah beh, grazie Joe. È vero, me l’avevi detto all’inizio del brano, e una risata me l’hai strappata.

matches

Ora una battuta: Joe è sul treno e sta fumando, una signora stizzita gli dice: “This is a No Smoking car.” E lui risponde: “Oh, and where are the cars that smoke?”. Ecco, solo che in italiano si parla comunemente di carrozza, che è femminile e di solito singolare, se intendiamo quella in cui ci troviamo: mi sembrerebbe strano rimproverare qualcuno dicendogli “queste sono (le) carrozze (per i) non fumatori”. Inoltre, sia “fumatori” che “non fumatori” sono maschili (e plurali). Ci penso un po’, rifletto su “fumanti” che ovviamente è improponibile, poi rinuncio a “per i” e scelgo “vagoni non fumatori” (risposta: “e dove sono i vagoni che fumano?”), anche se “vagoni” mi sa molto di old-fashioned e non sono del tutto soddisfatta né del termine né tantomeno del plurale. Ma in questo caso il gioco di parole vale una piccola forzatura. Sarà eccessiva? Speriamo di no.

Forse in questo post ho messo troppa carne al fuoco, ma Brainard è così: accumula, costruisce, aggiunge, dettaglia, divaga, straparla, e quando pensi di averlo ormai capito (o di aver perso totalmente il filo) riesce sempre a stupirti con qualcosa di nuovo. La fase di revisione, in cui mi toccherà sciogliere tutti i problemi rimasti in sospeso, sarà una bellissima tortura.

9 commenti

Archiviato in blog, Brainard, diario di bordo

Diario di bordo: translating Joe Brainard – parte 1

Brainard
Nonostante agosto non sia il mese più indicato per tornare ad aggiornare il blog, ho deciso di pubblicare una sorta di diario di traduzione del testo che sto traducendo al momento, una raccolta di scritti vari di Joe Brainard. Scriverò sicuramente altri post sull’argomento, ma a cadenza del tutto casuale, ogni volta che si presenteranno problemi o riflessioni che mi sembrano interessanti.

 

Quando dalla casa editrice mi arriva una mail con oggetto “Brainard”, entro già in fibrillazione: so che oltre a Mi ricordo, pubblicato un anno fa, esiste una raccolta di altri scritti di Joe. Non li ho ancora letti approfonditamente, ma mentre traducevo il primo ho raccolto abbastanza informazioni da poter essere certa che ritroverò anche qui lo spirito dell’autore che finora mi è piaciuto di più tradurre. È fatta: parte di quella raccolta verrà pubblicata in italiano.

Non so ancora come si intitoleranno da noi questi Collected Writings, anzi, questa “selezione di”, e già mi scervello per immaginare un titolo che possa richiamare l’attenzione di lettori poco avvezzi a scegliere libri che non siano romanzi né saggi né raccolte di racconti. Perché questo volume è un po’ tutte e tre le cose, più una specie di diario intimo che raccoglie pensieri sparsi, disegni e riflessioni, incredibilmente significativi e toccanti.

relax

Il file originale consta di 576 pagine (Mi ricordo compreso): decisamente troppe per i lettori di cui sopra. Dalla casa editrice mi mandano una cernita di brani, li scorro, rido e piango per ciascuno di essi, sono già emozionata. Non posso fare a meno di leggere anche i testi scartati, propongo qualche piccola modifica alla selezione, una telefonata e via, ecco la raccolta ufficiale, si comincia a tradurre.

Scorro il corposo file fino al primo brano scelto. In realtà nell’originale si trova subito dopo Mi ricordo, quindi idealmente riprendo il lavoro da dove l’avevo lasciato. Fin dalle prime parole, scritte da un Brainard appena diciannovenne, ritrovo un amico. Scivolo con lui nei meandri della sua mente, trovando una freschezza e un senso di riconoscimento che mi rendono il compito molto piacevole. Faccio molta attenzione, perché voglio rendergli giustizia.

(Frasi brevissime, oddio, funzioneranno anche in italiano o sarà meglio unirne qualcuna qua e là?) Mi ricordo (sic) di quando ero io, ragazzina, a tenere un diario per sfogarmi, e cerco di entrare nel personaggio. Non mi è molto difficile, in realtà, e anche questo mi spaventa: starò inserendo qualcosa di mio, qualcosa che nell’originale non c’è?

tumblr_le4f1vuKiR1qz6f4bo1_1280

Controllo ogni nome, ogni data, ogni riferimento. Ora sta scrivendo durante la notte di Natale, lo dice esplicitamente, poi però afferma di aver passato il Capodanno con un’amica. Ma il Capodanno viene dopo il Natale. Sarà un errore? Si riferirà al capodanno precedente o avrà sbagliato tempo verbale? Oppure “Anne and I were together New Year’s Eve” ha qualche altro significato recondito? Non mi faccio prendere dal panico, segno e vado avanti, per avere di fronte il quadro completo. Joe, non mettermi i bastoni tra le ruote, che voglio riprodurti al meglio.

Guarda un po’ che effetto mi fai: leggo due pagine del tuo diario e già ne sto scrivendo uno mio.

 

6 commenti

Archiviato in blog, Brainard, diario di bordo

Due anni di blog!

cake_bookOggi questo blog compie due anni. Mi sembravano di più, lo ammetto, eppure il primo post è datato proprio 13 novembre 2012. Forse è perché covavo da molto tempo l’idea di aprirlo, o più probabilmente perché la traduzione editoriale mi accompagna da quando ho finito l’università, anzi, da quando c’ero ancora dentro, da quel corso tenuto da Angelo Morino e Vittoria Martinetto che mi ha fatto capire che cosa volevo diventare “da grande”. In un corso di laurea pieno di esami che mi lasciavano insoddisfatta, se non scoraggiata (“scordatevi di diventare traduttori letterari!”), quelle lezioni sono state per me un faro, una conferma che il mio amore per i libri, per le lingue e per la scrittura poteva trasformarsi in qualcosa di più. Da quel momento in poi ho assorbito come una spugna tutti i consigli che mi sono stati dati, tutte le dritte, le correzioni, le batoste, e ho cercato di condensarle in parte in questo spazio virtuale.

Grazie a questo blog e alla relativa pagina Facebook ho cominciato a collaborare con La Matita Rossa, ho conosciuto altri traduttori e tantissimi aspiranti tali, mi sono resa conto che ciò che do per scontato non è scontato affatto, ho imparato e mi sono chiarita le idee, ho dato e chiesto pareri, mi sono appassionata sempre di più a un mondo affascinante e burrascoso, e soprattutto ho trovato la forza di non arrendermi allo scoramento.

Oggi il blog ha quasi sessantamila visite, 2060 fan su Facebook e 263 follower via e-mail. Un esercito di persone appassionate con un sogno grandissimo, a dimostrazione del fatto che, per quanto bistrattati, i traduttori non sono affatto invisibili. C’è tutto un mondo di persone in grado di riconoscere una buona traduzione, di scandalizzarsi di fronte alle tariffe da fame, di farsi valere, di lottare per fare quello che vogliono veramente, nonostante tutte le difficoltà.

Forse la mia è una visione un po’ troppo romantica: l’editoria oggi è in crisi, i lettori sono in calo, le case editrici falliscono, non pagano, traducono sempre meno, fanno proposte indecenti. Ma almeno oggi lasciatemi sognare un po’, lasciatemi credere che il lavoro culturale un giorno verrà riconosciuto e apprezzato, in termini sia morali sia economici. Perché sognare è bello, ma potersi permettere di vivere del proprio lavoro lo è ancora di più.

Auguri al mio blog e in bocca al lupo a chiunque voglia intraprendere questo meraviglioso mestiere: alla vostra!

19967 - 29x41

 

 

9 commenti

Archiviato in blog, collaborazioni, contatti, diventare traduttori, morino, tariffe

Il giovane Holden di Matteo Colombo

holdenAnche stavolta una premessa: avevo intenzione di scrivere un post confrontando attentamente alcuni passaggi delle due traduzioni principali del giovane Holden, quella di Adriana Motti del 1961 e quella di Matteo Colombo del 2014. Poi però, mentre leggevo, sono stata completamente rapita e quindi buonanotte, ho scritto soltanto un post sul libro in generale, che ho pubblicato sull’altro mio blog, Solo libri belli. Lo incollo qui perché si parla anche di traduzione.

Il fatto che un capolavoro come Il giovane Holden, con tutto l’immaginario che rappresenta, sia stato quest’anno ritradotto da Matteo Colombo è una notizia tutt’altro che trascurabile.

Ritradurre i classici è sempre una sfida e un pericolo, ma tanto di cappello a Colombo: ha centrato in pieno l’obiettivo. Lo dico senza mezzi termini: la sua traduzione è limpida e necessaria.

Avevo letto Il giovane Holden nella traduzione di Adriana Motti intorno ai 13-14 anni, rubandolo a mio fratello e rimettendolo esattamente nello stesso posto sul suo scaffale prima che tornasse a casa, la sera. A tappe forzate quindi, senza potermici abbandonare quando ne avevo voglia, ma forse con un valore aggiunto dato dal sotterfugio (ma non glielo potevi chiedere? mi direte voi, e no, rispondo io, avevo 13 anni, chi li capisce gli adolescenti).

Ecco, chi li capisce? Holden, ovviamente, perché con i suoi sedici anni è ancora un adolescente, un ragazzone alto, già con i capelli bianchi su un lato, stufo di tutto, ma con i timori e le frustrazioni tipiche della sua età. La trama penso la conosciate tutti: Holden Caulfield viene cacciato dalla sua prestigiosissima scuola perché è stato bocciato in quasi tutte le materie (tranne che in inglese, perché gli piace un sacco leggere e via dicendo), ma non può ancora tornare a casa perché i suoi genitori non lo sanno. E così si trova a vagare in una gelida New York, sotto Natale, tra bar squallidi, alberghi, telefonate a vecchie conoscenze – che immancabilmente lo deludono – e solitudine estrema. Solo la sua sorellina Phoebe è all’altezza delle sue aspettative: arguta, intelligente, sicuramente bambina ma anche un po’ mamma, affezionata al fratello quanto lui lo è a lei. Holden non sa cosa vuole, non sa cosa gli piace, ma guai a farglielo notare, perché si deprime facilmente. Un adolescente fatto e finito, insomma. La sua avventura è tragicomica, amara ma divertente, vivace ma serissima.

E il bello è che Matteo Colombo l’ha reso davvero un ragazzo di oggi, anzi, senza tempo, senza tutte le espressioni datate della prima traduzione, come il celebre “e vattelapesca”, anche perché – mentre leggevo ho sbirciato sia la traduzione di Motti sia l’originale – Holden non parla affatto in modo ricercato. I vari “e via discorrendo”, “e vattelapesca” erano espressioni semplici come “and all”. Semplicemente ha le sue manie linguistiche, come tutti gli adolescenti usa spessissimo certe espressioni cui è affezionato (prontamente riprese dalla sorellina, che, è il caso di dirlo, mi fa morire).

E quindi questo “nuovo” Holden è davvero giovane, davvero fragile, davvero unico e allo stesso tempo universale, fresco e vivido come se fosse vissuto l’altroieri anziché nel 1951. A tratti è commovente, dolcissimo, altre volte è scontroso e incomprensibile, ammette di comportarsi come un dodicenne ma non riesce a farne a meno. L’Holden che avevo letto quand’ero io stessa adolescente mi aveva affascinata, ma non era così vicino, così immediato, così vero. Era un ragazzetto snob e ricco di famiglia, che si lamentava di tutto e parlava in modo artificioso.

Unico appunto: anziché spendere soldi in fascette, io avrei messo il nome del traduttore in copertina. A parte questo, come dicevo avrei voluto analizzare la nuova traduzione, ma non ce n’è bisogno: molte parole sono già state spese su questa riuscitissima operazione, e mi limito a segnalarvi gli interventi più interessanti:

Divertente carteggio tra Matteo Colombo e l’editor Anna Nadotti
Intervista a Colombo su Il Mucchio
Intervista a Colombo su rivista Studio
Confronto fra le due traduzioni su Linkiesta

Spero davvero che gli adolescenti di oggi abbiano voglia di mettersi nei panni di Holden, almeno per un pochino, perché non sono poi così diversi dai loro.

[…] Ogni tanto mi rompo di sentirmi dire che devo comportarmi come uno della mia età. Certe volte mi comporto come se fossi molto più grande, giuro, solo che a quello la gente non fa caso. La gente non fa caso mai a niente.

 

8 commenti

Archiviato in blog, orecchio del traduttore, recensioni, romanzi

Editori che non.

10215426_f260Il “non” del titolo sta per non pagano, non citano, non revisionano, insomma, non svolgono il loro lavoro come dovrebbero. Ultimamente i traduttori stanno alzando la voce, e considerando che fino a poco tempo fa abbiamo solo sussurrato, se non taciuto, direi che questa è un’ottima notizia.

La notizia più “scandalosa” degli ultimi giorni è l’iniziativa di Federico Di Vita, il quale ha scritto sulla bacheca di un editore che non lo paga da 13 mesi per chiedere pubblicamente di provvedere. È intervenuta la proprietaria della casa editrice in questione, e ne è nato un acceso dibattito (al momento non più integralmente disponibile – lo sapevo che avrei dovuto salvarmi gli screenshot!). In sostanza, l’editore ammette difficoltà finanziarie e proclama la propria buona fede e l’intenzione di pagare. Il problema è che con le buone intenzioni non si pagano le bollette, e ancora una volta i collaboratori esterni del mondo dell’editoria – in questo caso si trattava di revisione e non di traduzione – si rivelano essere l’ultima ruota del carro.

È un po’ che si parla dell’argomento, e le opinioni sono contrastanti: se tutti ammettono che pagare chi lavora è un sacrosanto dovere, alcuni tuttavia giustificano le case editrici insolventi perché in fondo “c’è crisi per tutti”. Il che è sicuramente vero, in questo momento l’editoria non è certo un settore dalle rosee prospettive. Però, ha senso impegnarsi in un progetto e farci lavorare della gente se si sa che poi questa gente non potrà essere pagata? Ha senso costringere un lavoratore a rivolgersi a un avvocato per ricevere quanto gli spetta, magari spendendo anche più di quel che gli è dovuto? Le risposte sembrano scontate ma non lo sono.

stop-playing-games-flirting-ecard-someecards

A volte un post sui social network è più potente di una minaccia di denuncia, e inoltre stimola un dibattito che riesce ad accendere anche gli animi più miti. Negli ultimi mesi questo è avvenuto non soltanto per quanto riguarda i pagamenti, ma anche per un altro diritto del traduttore, quello di essere citato insieme alla propria traduzione.

Un esempio? Tempo fa pubblicai sulla mia pagina Facebook lo screenshot di uno scambio di battute su Twitter tra l’account di Einaudi e la traduttrice Isabella Zani. A mio parere le risposte di Einaudi (del suo portavoce su Twitter, ok, ma se in quel momento pubblichi con l’account Einaudi, tu SEI Einaudi) erano state piuttosto scortesi, per non dire maleducate. Nei commenti al post, molti erano d’accordo con me, ma molti altri hanno colto l’occasione per far notare quanto siano noiosi e rompiscatole i traduttori che chiedono di essere nominati (dimenticando che è un diritto stabilito per legge, non un capriccio). Cito:

Perché non il nome font tipografico. O il nome dell’impaginatore. O dell’editor.

E, parlando della scarsa qualità di alcune traduzioni oggi in commercio:

beh, allora che [i traduttori] abbassino i prezzi. Gli autori rischiano, mettendosi in gioco senza sapere se venderanno mai. Gli editori rischiano, producendo senza essere certi del rientro economico… Iniziassero a lavorare come noi [autori] prendendo piccole percentuali sui libri.

Insomma, secondo alcuni il traduttore dovrebbe assumersi il rischio imprenditoriale, secondo altri il suo lavoro è paragonabile a quello dell’impaginatore (lavoro di tutto rispetto, ovviamente, ma che non presuppone meriti autoriali), e in ogni caso dovrebbe abbassare le pretese. “Pretese” che, lo ripeto, sono stabilite dalla Legge 633 del 22 aprile 1941, art. 70.

Lo stesso screenshot è poi stato pubblicato su Social Media Epic Fails – e qui ringrazio per la segnalazione Luca Pantarotto di Holden&Company, altro paladino della correttezza in campo editoriale – dove ha ricevuto un bel po’ di commenti non esattamente gentili nei confronti di Isabella Zani, che per fortuna è abbastanza consapevole da sapersi difendere benissimo da sola (inoltre alcuni commenti, scusate il gioco di parole, si commentavano da soli per maleducazione e insolenza). La cosa peggiore, però, è che anche diversi traduttori in quell’occasione si sono schierati dalla parte dell’editore. Se i nostri diritti non li difendiamo noi, come possiamo sperare che gli altri li comprendano?

Quando però vengono pubblicate schifezze immonde tutti sono pronti a lamentarsi dei traduttori. L’ho fatto io stessa in un post leggermente irritato che presentava una serie di foto di una traduzione davvero pessima, inguardabile, roba che nemmeno Google Translate avrebbe potuto concepire (o forse sì). Tipo che, all’acquario, una bambina piccola batteva “sul bicchiere” anziché “sul vetro”. Tutti sono stati d’accordo sul fatto che fosse uno scandalo. La casa editrice, interpellata, non mi ha mai risposto. Non so se la traduttrice sia stata pagata, quanto tempo le sia stato concesso, ma sicuramente su quel libro non è stato fatto nessun tipo di editing, e questa è una colpa della casa editrice che ha messo in circolazione il libro, non della traduttrice. Si sa che i traduttori diventano visibili solo quando “sbagliano”, in tutte le altre occasioni devono starsene buoni e zitti nel loro angolino.

5-words-lyrics-art-comes-Favim.com-495848

Tornando all’argomento più scottante, nell’ambiente della traduzione editoriale si parla da tempo di fare i nomi degli editori insolventi, di denunciare pubblicamente i singoli casi, ma non se n’è ancora fatto nulla, e nessun giornalista ha ancora fiutato lo scoop, come ha fatto giustamente notare Federica Aceto (fra l’altro, se non conoscete ancora il suo blog, ve lo consiglio caldamente). Per un certo periodo è stato aperto il blog Editori che pagano, ma anche quello è stato subissato di critiche.

In sostanza, quando un editore lavora male si vede da tante cose. Una di queste sono i testi poco (o per nulla) curati. Un’altra è il mancato pagamento di coloro che letteralmente “fanno” i libri, li compongono, li sudano parola dopo parola. Secondo molti, evidentemente, i traduttori dovrebbero tornare nell’invisibilità da cui sono sempre stati avvolti, tacendo i mancati pagamenti e quasi quasi ringraziando se vengono retribuiti.

In fondo “è un lavoro talmente bello che si può fare anche gratis”, no?

no-thanks

21 commenti

Archiviato in blog, contratti, diventare traduttori, pagamenti, tariffe