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I dieci momenti più difficili per un traduttore

576530_498652033526943_21958116_nDisclaimer: questo post è in gran parte ironico. Non è mia intenzione lagnarmi di un lavoro che amo, anche se a volte la mancanza di uno stipendio fisso si fa sentire.

Fare il traduttore, che sogno! Lavorare da casa, guadagnarsi da vivere picchiettando sui tasti del computer, leggere libri in anteprima, trovarsi sempre di fronte a sfide nuove e interessanti. È un mestiere circondato da una certa aura di romanticismo. Ma è sempre tutto così rose e fiori? Senza arrivare a parlare di vita agra, ecco dieci momenti in cui un traduttore non può fare a meno di sentirsi un filino irritato:

  1. Quando sei a metà di una frase complicatissima, ti è appena venuta un’illuminazione su come risolverla e in quel momento suona il postino, oppure ti ricordi di aver lasciato la pentola sul fuoco o qualche altra situazione da risolvere immediatamente, e allora salti su continuando a ripeterti la soluzione della frase per non dimenticarla. E puntualmente, appena torni davanti al pc, te la sei dimenticata.

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  1. Quando ti chiedono che lavoro fai e la tua risposta incontra sguardi vuoti o, in alternativa, ti chiedono se riesci a viverci, perché andiamo, un lavoro da casa non può essere un vero lavoro. Cioè, stai in pigiama tutto il giorno? Oppure, se rispondono con entusiasmo, danno per scontato che tu sappia come minimo cinque lingue.
  1. Quando fai una prova di traduzione per una casa editrice importante, finalmente, e non la passi. Anche se ti dicono che hai fatto un ottimo lavoro, anche se il collega a cui hanno assegnato il lavoro ha vent’anni d’esperienza in più di te, anche se ti assicurano che ti terranno in considerazione per il futuro, è sempre un colpo al cuore.
  1. Quando confondono traduttori e interpreti. E succede praticamente sempre.

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  1. Quando devi sollecitare un pagamento. Forse il momento più odioso per qualsiasi freelance, quello in cui devi ricordarti che anche se non hai uno stipendio fisso alla fine del mese meriti comunque di essere pagato per il tuo lavoro. Nei tempi stabiliti. Eppure ti ritrovi quasi a chiedere scusa per avere quello che ti spetta.
  1. Quando mandi cv o proposte mirati, ben fatti, che ti sono costati tempo e fatica, e non ti arriva una risposta manco a pagarla.
  1. Quando i clienti ti chiedono “uno sconticino”. Come se lo chiedessero anche al dentista o all’idraulico, e probabilmente lo fanno pure. Tenere duro, sempre: il nostro lavoro vale quello che abbiamo stabilito, e non un euro di meno.
  1. Quando un amico ti chiede di tradurgli al volo una frase che non capisce e tu non conosci il significato di un termine specifico ma non puoi correre a sfogliare il dizionario, devi dire “non lo so” e vorresti sotterrarti.

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  1. Quando vai a un incontro per traduttori o leggi uno scambio sui social e ti senti immensamente ignorante. Perché non si può sapere tutto, ma ogni tanto ti sembra di non sapere davvero nulla.
  1. Quando non sai come tradurre un gioco di parole, chiedi aiuto a un amico o su Facebook e te lo risolvono in tre minuti. Senza aver studiato traduzione.

Ecco, queste mi sono capitate tutte, ma sicuramente ce ne sono altre mille che varrebbe la pena citare. Per voi quali sono – o sono stati – i momenti in cui avete dovuto contare fino a dieci e respirare profondamente per mantenere la calma?

 

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Due anni di blog!

cake_bookOggi questo blog compie due anni. Mi sembravano di più, lo ammetto, eppure il primo post è datato proprio 13 novembre 2012. Forse è perché covavo da molto tempo l’idea di aprirlo, o più probabilmente perché la traduzione editoriale mi accompagna da quando ho finito l’università, anzi, da quando c’ero ancora dentro, da quel corso tenuto da Angelo Morino e Vittoria Martinetto che mi ha fatto capire che cosa volevo diventare “da grande”. In un corso di laurea pieno di esami che mi lasciavano insoddisfatta, se non scoraggiata (“scordatevi di diventare traduttori letterari!”), quelle lezioni sono state per me un faro, una conferma che il mio amore per i libri, per le lingue e per la scrittura poteva trasformarsi in qualcosa di più. Da quel momento in poi ho assorbito come una spugna tutti i consigli che mi sono stati dati, tutte le dritte, le correzioni, le batoste, e ho cercato di condensarle in parte in questo spazio virtuale.

Grazie a questo blog e alla relativa pagina Facebook ho cominciato a collaborare con La Matita Rossa, ho conosciuto altri traduttori e tantissimi aspiranti tali, mi sono resa conto che ciò che do per scontato non è scontato affatto, ho imparato e mi sono chiarita le idee, ho dato e chiesto pareri, mi sono appassionata sempre di più a un mondo affascinante e burrascoso, e soprattutto ho trovato la forza di non arrendermi allo scoramento.

Oggi il blog ha quasi sessantamila visite, 2060 fan su Facebook e 263 follower via e-mail. Un esercito di persone appassionate con un sogno grandissimo, a dimostrazione del fatto che, per quanto bistrattati, i traduttori non sono affatto invisibili. C’è tutto un mondo di persone in grado di riconoscere una buona traduzione, di scandalizzarsi di fronte alle tariffe da fame, di farsi valere, di lottare per fare quello che vogliono veramente, nonostante tutte le difficoltà.

Forse la mia è una visione un po’ troppo romantica: l’editoria oggi è in crisi, i lettori sono in calo, le case editrici falliscono, non pagano, traducono sempre meno, fanno proposte indecenti. Ma almeno oggi lasciatemi sognare un po’, lasciatemi credere che il lavoro culturale un giorno verrà riconosciuto e apprezzato, in termini sia morali sia economici. Perché sognare è bello, ma potersi permettere di vivere del proprio lavoro lo è ancora di più.

Auguri al mio blog e in bocca al lupo a chiunque voglia intraprendere questo meraviglioso mestiere: alla vostra!

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Editori che non.

10215426_f260Il “non” del titolo sta per non pagano, non citano, non revisionano, insomma, non svolgono il loro lavoro come dovrebbero. Ultimamente i traduttori stanno alzando la voce, e considerando che fino a poco tempo fa abbiamo solo sussurrato, se non taciuto, direi che questa è un’ottima notizia.

La notizia più “scandalosa” degli ultimi giorni è l’iniziativa di Federico Di Vita, il quale ha scritto sulla bacheca di un editore che non lo paga da 13 mesi per chiedere pubblicamente di provvedere. È intervenuta la proprietaria della casa editrice in questione, e ne è nato un acceso dibattito (al momento non più integralmente disponibile – lo sapevo che avrei dovuto salvarmi gli screenshot!). In sostanza, l’editore ammette difficoltà finanziarie e proclama la propria buona fede e l’intenzione di pagare. Il problema è che con le buone intenzioni non si pagano le bollette, e ancora una volta i collaboratori esterni del mondo dell’editoria – in questo caso si trattava di revisione e non di traduzione – si rivelano essere l’ultima ruota del carro.

È un po’ che si parla dell’argomento, e le opinioni sono contrastanti: se tutti ammettono che pagare chi lavora è un sacrosanto dovere, alcuni tuttavia giustificano le case editrici insolventi perché in fondo “c’è crisi per tutti”. Il che è sicuramente vero, in questo momento l’editoria non è certo un settore dalle rosee prospettive. Però, ha senso impegnarsi in un progetto e farci lavorare della gente se si sa che poi questa gente non potrà essere pagata? Ha senso costringere un lavoratore a rivolgersi a un avvocato per ricevere quanto gli spetta, magari spendendo anche più di quel che gli è dovuto? Le risposte sembrano scontate ma non lo sono.

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A volte un post sui social network è più potente di una minaccia di denuncia, e inoltre stimola un dibattito che riesce ad accendere anche gli animi più miti. Negli ultimi mesi questo è avvenuto non soltanto per quanto riguarda i pagamenti, ma anche per un altro diritto del traduttore, quello di essere citato insieme alla propria traduzione.

Un esempio? Tempo fa pubblicai sulla mia pagina Facebook lo screenshot di uno scambio di battute su Twitter tra l’account di Einaudi e la traduttrice Isabella Zani. A mio parere le risposte di Einaudi (del suo portavoce su Twitter, ok, ma se in quel momento pubblichi con l’account Einaudi, tu SEI Einaudi) erano state piuttosto scortesi, per non dire maleducate. Nei commenti al post, molti erano d’accordo con me, ma molti altri hanno colto l’occasione per far notare quanto siano noiosi e rompiscatole i traduttori che chiedono di essere nominati (dimenticando che è un diritto stabilito per legge, non un capriccio). Cito:

Perché non il nome font tipografico. O il nome dell’impaginatore. O dell’editor.

E, parlando della scarsa qualità di alcune traduzioni oggi in commercio:

beh, allora che [i traduttori] abbassino i prezzi. Gli autori rischiano, mettendosi in gioco senza sapere se venderanno mai. Gli editori rischiano, producendo senza essere certi del rientro economico… Iniziassero a lavorare come noi [autori] prendendo piccole percentuali sui libri.

Insomma, secondo alcuni il traduttore dovrebbe assumersi il rischio imprenditoriale, secondo altri il suo lavoro è paragonabile a quello dell’impaginatore (lavoro di tutto rispetto, ovviamente, ma che non presuppone meriti autoriali), e in ogni caso dovrebbe abbassare le pretese. “Pretese” che, lo ripeto, sono stabilite dalla Legge 633 del 22 aprile 1941, art. 70.

Lo stesso screenshot è poi stato pubblicato su Social Media Epic Fails – e qui ringrazio per la segnalazione Luca Pantarotto di Holden&Company, altro paladino della correttezza in campo editoriale – dove ha ricevuto un bel po’ di commenti non esattamente gentili nei confronti di Isabella Zani, che per fortuna è abbastanza consapevole da sapersi difendere benissimo da sola (inoltre alcuni commenti, scusate il gioco di parole, si commentavano da soli per maleducazione e insolenza). La cosa peggiore, però, è che anche diversi traduttori in quell’occasione si sono schierati dalla parte dell’editore. Se i nostri diritti non li difendiamo noi, come possiamo sperare che gli altri li comprendano?

Quando però vengono pubblicate schifezze immonde tutti sono pronti a lamentarsi dei traduttori. L’ho fatto io stessa in un post leggermente irritato che presentava una serie di foto di una traduzione davvero pessima, inguardabile, roba che nemmeno Google Translate avrebbe potuto concepire (o forse sì). Tipo che, all’acquario, una bambina piccola batteva “sul bicchiere” anziché “sul vetro”. Tutti sono stati d’accordo sul fatto che fosse uno scandalo. La casa editrice, interpellata, non mi ha mai risposto. Non so se la traduttrice sia stata pagata, quanto tempo le sia stato concesso, ma sicuramente su quel libro non è stato fatto nessun tipo di editing, e questa è una colpa della casa editrice che ha messo in circolazione il libro, non della traduttrice. Si sa che i traduttori diventano visibili solo quando “sbagliano”, in tutte le altre occasioni devono starsene buoni e zitti nel loro angolino.

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Tornando all’argomento più scottante, nell’ambiente della traduzione editoriale si parla da tempo di fare i nomi degli editori insolventi, di denunciare pubblicamente i singoli casi, ma non se n’è ancora fatto nulla, e nessun giornalista ha ancora fiutato lo scoop, come ha fatto giustamente notare Federica Aceto (fra l’altro, se non conoscete ancora il suo blog, ve lo consiglio caldamente). Per un certo periodo è stato aperto il blog Editori che pagano, ma anche quello è stato subissato di critiche.

In sostanza, quando un editore lavora male si vede da tante cose. Una di queste sono i testi poco (o per nulla) curati. Un’altra è il mancato pagamento di coloro che letteralmente “fanno” i libri, li compongono, li sudano parola dopo parola. Secondo molti, evidentemente, i traduttori dovrebbero tornare nell’invisibilità da cui sono sempre stati avvolti, tacendo i mancati pagamenti e quasi quasi ringraziando se vengono retribuiti.

In fondo “è un lavoro talmente bello che si può fare anche gratis”, no?

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La correttezza paga, e se non paghi sei fuori

In questi giorni sta prendendo forma una campagna nata da Luca Pantarotto di Holden & Company, che prevede di non recensire più libri delle case editrici che notoriamente non pagano i propri collaboratori. I nomi delle suddette girano da parecchio fra gli addetti ai lavori, i quali avvisano i colleghi in modo che questi ultimi non accettino lavori già rifiutati da altri professionisti. Dell’iniziativa si parla diffusamente su diversi blog, vi invito a leggere il post riassuntivo scritto su Holden & Company per saperne di più. Vi consiglio anche il post dedicato all’argomento su Giramenti.

Ovviamente la cosa riguarda da vicino anche i traduttori, categoria debole e spesso bistrattata. Mi fa quindi piacere sostenere e pubblicizzare questa iniziativa, sebbene il mio non sia un blog di recensioni (in realtà un blog letterario ce l’ho, e si chiama Solo libri belli, e ovviamente aderirò anche lì – appena capisco come inserire il banner – perché non è detto che i libri belli siano pubblicati da case editrici virtuose).

Perché “la correttezza paga”? Perché senza scrittori, traduttori, editor, correttori di bozze e lettori una casa editrice non può esistere. E non pagare i propri collaboratori è una pessima mossa, che può far innervosire i lettori più consapevoli.

Lavorando da qualche anno nel campo dell’editoria, sia dall’interno sia dall’esterno, come traduttrice, editor, web manager e così via, so bene come purtroppo i ritardi nei pagamenti in questo mondo siano all’ordine del giorno. Lo confermano le mailing list di traduttori, in cui professionisti ben più famosi e ricercati di me lamentano le stesse problematiche. Si sa, c’è crisi per tutti, questo però non deve rappresentare una giustificazione per far lavorare gratis gente che ha sudato per acquisire una certa professionalità.

State bene attenti quando ricevete una proposta, di qualsiasi tipo essa sia: di recensione se siete blogger, di traduzione se siete traduttori. Fate una ricerca, informatevi per scoprire se la casa editrice in questione è seria e affidabile. Questo gioverà a tutti, e chissà che le case editrici non capiscano che è meglio tagliare gli sprechi inutili piuttosto che non pagare chi se lo merita.

Sono felice che si stia creando una certa attenzione intorno ai problemi di chi lavora nel mondo dell’editoria: troppo spesso ci si sente dire che stare tutto il giorno a scrivere davanti a un computer non è un vero lavoro. È ora di ribadire i nostri diritti, con ogni mezzo.

 

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L’invisibilità del traduttore

signinvisibilityQuando si parla di “invisibilità del traduttore” ci si può riferire a molti concetti diversi.

Prima di tutto, è impossibile non citare il libro di Lawrence Venuti intitolato, appunto, “The Translator’s Invisibility” (pubblicato in Italia da Armando Editore, 1999, traduzione di M. Guglielmi). Nel testo, Venuti cita il traduttore americano Norman Shapiro, secondo il quale

“Una buona traduzione è come una lastra di vetro. Si nota che c’è solamente quando ci sono delle imperfezioni: graffi, bolle. L’ideale è che non ce ne siano affatto. Non dovrebbe mai richiamare l’attenzione su di sé.”

Il concetto di invisibilità rimanda dunque a un vetro perfettamente trasparente attraverso il quale il testo risulti “pulito”, perfetto, come se fosse stato scritto direttamente in quella lingua, scorrevole e senza alcun intoppo. Certo, non è esattamente una missione facile, ma bisogna sempre avere un ideale a cui tendere.

Purtroppo, questo concetto di “invisibilità” è stato esteso al traduttore come lavoratore. Sempre più spesso capita di ricevere proposte indecenti, di pochi spiccioli a cartella, che alcuni accettano perché “fa curriculum”. Ne avevo già parlato nell’articolo sulle proposte da non accettare mai. La situazione dei traduttori editoriali in Italia è piuttosto drammatica: sono ben pochi quelli che riescono a vivere di questa professione, e molto spesso le tariffe non sono degne di un lavoro così lungo e impegnativo: basta dare un’occhiata all’inchiesta sulle tariffe indetta da Biblit per rendersi conto del malcontento generale. Per i traduttori alle prime armi (o comunque per qualsiasi dubbio, che può venire anche ai più esperti) è bene fare riferimento al sito di STradE, che dispensa davvero tanti consigli utili per evitare soprusi e sfruttamenti.

Il concetto di invisibilità è stato ripreso anche da Ilide Carmignani per dare un titolo agli incontri sulla traduzione letteraria che ogni anno si svolgono al Salone internazionale del libro di Torino: ho già parlato in questo post degli interessantissimi seminari organizzati quest’anno da L’Autore Invisibile. Eh già, perché giovedì 16 maggio inizia il Salone! Ovviamente è un appuntamento importantissimo, se potete non mancate: le tavole rotonde e l’opportunità di parlare con gli editori (almeno quelli delle case editrici più piccole, di certo non troverete “il signor Feltrinelli” allo stand) sono davvero imperdibili.

Sul versante opposto dell’invisibilità del traduttore, avete letto la storia dei traduttori di Dan Brown rinchiusi in un bunker? Perquisiti all’entrata e all’uscita, sorvegliati da guardie armate, isolati dal mondo e con accesso limitato a Internet: più che un collettivo di traduttori ricorda una squadra costretta ai lavori forzati (con tanto di servizio a tutta pagina su TV Sorrisi e Canzoni, però: che fortunelli!). Non so che dire, spero almeno che li abbiano pagati molto bene, anche se non vedo comunque il motivo di un sequestro del genere, a parte gli ovvi fini pubblicitari: che fine ha fatto la fiducia nell’onestà professionale? Era proprio necessario “rapire” i traduttori e impedire loro persino di dire ai parenti dove si trovassero e per quale motivo? Certo, sicuramente il libro venderà moltissimo (a 25€ a copia poi, i guadagni saranno immensi…), ma a parte non essere un’amante del genere non riesco proprio a evitare che questa storia mi lasci l’amaro in bocca. E non certo per l’invidia!

Mi fanno giustamente notare che non ho citato i nomi dei traduttori di Inferno: per completezza dovrei citare tutti quelli che hanno vissuto l’esperienza nel bunker, ma qui mi limito a nominare Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli, le traduttrici italiane. Gli altri nomi li trovate in questa intervista. Mi assicurano inoltre che le condizioni di lavoro erano professionalmente oneste e non ho alcun motivo di dubitarne. La mia perplessità riguarda soltanto la scelta degli editori, non certo quella dei traduttori, che sono professionisti e il cui lavoro ovviamente ha tutto il mio rispetto.

Come abbiamo visto, la parola “invisibilità” può avere tante sfaccettature per un traduttore: mettersi al servizio del testo senza che la nostra personalità lo influenzi, diventare un vero e proprio “autore invisibile”, ma anche dover combattere ogni giorno per i propri diritti e scoprire che pochissimi, quando leggono un libro tradotto, si rendono conto che le parole che hanno davanti agli occhi sono state accuratamente scelte da un traduttore, pur in accordo con quelle dell’autore.

Insomma, in un certo senso l’invisibilità sarà pure una condizione auspicabile per un traduttore, ma per altri versi è assolutamente necessario uscire dall’ombra e far sentire la nostra voce.

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Entrare nel mondo della traduzione: il parere di Elisa Comito (STradE)

Questo post non è opera mia bensì di Elisa Comito, del Sindacato Traduttori Editoriali STradE, che ringrazio infinitamente per aver accettato di farmelo pubblicare. Si tratta di un suo intervento sulla mailing list di traduttori e interpreti Langit, dove un’iscritta ha chiesto consiglio a propostito di una tariffa “d’ingresso” davvero infima offertale da una casa editrice. Ecco a voi la risposta di Elisa Comito, che io ho trovato utilissima ed esauriente. Non perdetevela, potrebbe togliervi molti dubbi!

 

Mi permetto di offrire un altro punto di vista, nato non solo dalla
mia esperienza personale ma anche dall’esperienza nel sindacato dei
traduttori editoriali STRADE. Nell’ambito del sindacato, faccio parte
del gruppo di lavoro sul diritto d’autore e i contratti editoriali
che, tra le altre cose, fornisce consulenze contrattuali:
http://www.traduttoristrade.it/consulenza-legale

Di contratti ne abbiamo visti a iosa, stipulati con editori grandi e
piccoli, corretti e farabutti (la serietà è indipendente dalla
dimensione). Ci scrivono traduttori che lavorano da diversi anni ma
anche molti esordienti, alla loro prima pubblicazione.
Ti dico quindi che non solo non è impossibile ma è fin troppo facile
(anche “grazie” a una serie di corsi e corsetti che offrono “stage” di
dubbia eticità) “inserirsi” nel settore, se per “inserirsi” si intende
“ottenere una o qualche traduzione a qualsiasi prezzo” lavorando
gratuitamente o per pochi spicci. Dirò di più: “a qualsiasi prezzo”
comprende anche traduttori che pagano, a caro prezzo, per essere
inseriti tra i collaboratori della “casa editrice” nell’illusione che
ciò, consentendogli di mettere nel curriculum quel libro, gli apra la
porta al lavoro “vero”. Il che difficilmente avverrà, perché gli
editori si conoscono tra loro, e quelli seri quando vedono nel CV solo
traduzioni di un certo tipo traggono le loro conclusioni.
Esaminiamo con regolarità contratti nei quali la tariffa ridicola è
solo uno degli aspetti critici, spesso neanche il peggiore. Tutto
questo (mi riferisco soprattutto alle traduzioni dalle lingue più
conosciute) contribuisce ad aumentare il degrado della professione ma
anche del settore editoriale, oggi caratterizzato da un’enorme
precarietà e svalutazione del lavoro di tutti i soggetti coinvolti, al
punto che non solo le associazioni di traduttori, redattori ecc. ma
anche diversi editori si stanno ponendo il problema di porre nuove
regole. Molti editori si rendono conto che, con il mutamento degli
scenari dovuti agli sviluppi del digitale e all’entrata in gioco di
altri soggetti economici nel mondo del libro e della lettura,
continuare per questa strada rischia di portare alla loro stessa
rovina).
Infatti le cose si stanno muovendo, a livello di discussione,
riflessioni e trattative, all’interno del mondo editoriale, come sanno
i colleghi del sindacato o di altre associazioni o comunque attenti al
contesto in cui si inserisce il loro lavoro. Purtroppo restano ancora
troppi colleghi (è difficile anche quantificarli) che lavorano
nell’inconsapevolezza.

Poi non bisogna mervigliarsi quando si accorgono che di traduzioni
editoriali è difficile vivere perché, volenti o nolenti,
contribuiscono a renderlo sempre più difficile.
Riguardo al fatto che “gli editori, soprattutto i maggiori, hanno
oramai i loro traduttori”, neanche questa è una reale barriera (o una
sicurezza, a seconda del punto di vista) perché in realtà diversi
editori, col tempo, man mano che riescono a trovare traduttori più
economici li cambiano (ovviamente contribuendo al degrado
dell’editoria di cui ho già parlato, anche perché non sono solo le
tariffe che peggiorano ma i tempi e le condizioni di lavoro in
generale, non solo per i traduttori ma per tutti i collaboratori
editoriali).
Ripeto: “inserirsi” nell’editoria per tradurre qualche libro non è
difficile, è inserirsi in modo da ricavarci un mestiere di cui vivere
e possibilmente delle soddisfazioni che è estremamente difficile, e
non penso si possa ottenere accettando tariffe da fame. Anche perché
l’esperienza ci dimostra che in genere chi fa così resta poi legato a
queste tariffe.
Se uno cerca un hobby perché ha altre risorse o è ancora mantenuto
dalla famiglia, ha un partner che guadagna bene o comunque non ha
preoccupazioni economiche, ok, ma poi non si meravigli se non riesce a
farne un vero lavoro. La situazione è tale che già oggi (in cui la
tariffa di 3 euro resta al di sotto di qualsiasi standard anche per i
piccoli editori) chi lavora professionalmente diffficilmente riesce a
fare solo traduzioni editoriali ma deve combinarle con traduzioni
tecniche o altre attività (insegnamento, formazione o attività
completamente diverse), figuriamoci se questa tendenza continuna e
viene incoraggiata…

Io incoraggio piuttosto i traduttori esordienti a guardarsi intorno e
se non riescono a trovare abbastanza traduzioni editoriali a
condizioni decenti, DIVERSIFICARE  i loro settori di lavoro o cercare
altre strade.
Personalmente faccio traduzioni editoriali e tecniche (soprattutto in
due settori) per non dover subire troppi ricatti né dagli editori né
dalle agenzie di traduzioni o da altri clienti. Se un editore mi
propone una tariffa che ritengo troppo bassa non mi sento costretta ad
accettare per timore di rimanere senza lavoro. Dimunuisce la quota di
traduzioni editoriali? Pazienza, aumenterò le altre. E viceversa.
Anche così non è facile lavorare tranquillamente perché anche nel
campo delle traduzioni tecniche ci sono tanti colleghi che giocano
al ribasso (coltivando, anche qui, molte illusioni…) ma finora sono
riuscita a vivere del mio lavoro e, in ogni caso, quando le traduzioni
non mi basteranno, passerò a un’altra attività piuttosto che abbassare
le tariffe nella speranza di avere più lavoro (a che fine? Lavorare di
più per guardagnare lo stesso?)

In conclusione non posso che consigliare di
ascoltare in podcast, appena sarà disponibile, la puntata di ieri di
Fahrenheit dedicata ai traduttori editoriali: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/archivio/ContentSet-bc3665d6-7113-49d3-9814-a57857f3542c.html
Traduttrici di lunga esperienza parlano del lavoro, delle tariffe, dei
problemi del settore.

Buon ascolto e buon lavoro (decentemente pagato) a tutti!

Elisa Comito

 

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Dieci motivi per NON fare il traduttore

417441_436277709793359_851167668_nNon mi metterò a fare bilanci dell’anno appena trascorso perché, come forse tutti i traduttori, ho avuto un anno di alti e bassi: qualcosa di finalmente pubblicato, qualche nuovo lavoro – ma mai abbastanza –, un paio di soddisfazioni e altrettante delusioni. Per il 2013 ho diversi progetti in cantiere, e spero che almeno alcuni vedano la luce.

Nel frattempo, per concludere l’anno con una nota di estrema positività, ecco a voi dieci motivi per NON fare il traduttore:

1. i soldi: batto sempre su questo tasto perché è la vera nota dolente del nostro mestiere. I soldi non sono mai abbastanza, neanche quando si riesce a farsi pagare nei tempi giusti una tariffa decente a cartella, perché è molto, molto raro ricevere un libro dopo l’altro senza soluzione di continuità. Parlo di traduttori emergenti, ovviamente.

2. l’alienazione: un traduttore lavora solo, vive solo, e non può sperare che i suoi compagni di vita capiscano per quale razza di motivo lui/lei attribuisca così tanta importanza alle parole, alla struttura delle frasi, persino alle virgole. È un lavoro da emarginati, diciamocelo. Per fortuna esistono le comunità di traduttori come Biblit, e poi le fiere, i blog, le giornate della traduzione e così via, ma ciò non toglie che nella propria vita quotidiana il traduttore sia fondamentalmente un incompreso.

3. ci vuole un fortissimo spirito di iniziativa: non è che uno se ne sta bello tranquillo nella sua casetta ad aspettare le telefonate degli editori. Non funziona così. Sempre più spesso il traduttore deve diventare uno scout letterario, andarsi a cercare libri che valga la pena tradurre, proporli, sperare, farsi venire delle idee, anche armarsi di faccia tosta. È difficilissimo non abbattersi e trovare sempre modi nuovi per cercare di entrare in questo mondo.

4. non si viene mai assunti: nessuna casa editrice “assume” i propri traduttori, ma li chiama per un libro alla volta: in questo modo, il lavoro non è mai assicurato, neppure dopo aver iniziato a tradurre per qualcuno, neppure con una serie di libri già pubblicati. Certo, se siete bravi, la casa editrice che vi ha dato un libro da tradurre sarà più propensa a darvene altri in seguito, ma non è mica detto.

5. è estremamente difficile entrare nel giro, le case editrici hanno i loro traduttori di fiducia e spesso non hanno nessuna intenzione di provare qualcuno di nuovo, cosa che per quanto ne sanno loro potrebbe richiedere un intervento di editing infinito. Rendiamocene conto, siamo tantissimi, e di bravi traduttori già affermati ce ne sono un bel po’.

6. i committenti della domenica: “tu che fai la traduttrice…”, frase che spesso è preludio della seguente richiesta: non è che mi puoi tradurre questo? Dall’italiano all’inglese, ovviamente. Sono trenta pagine, ce la fai per domani, no? Che vi paghino (poco) o non vi paghino, state alla larga da chi vi chiede un “piccolo favore” che rischia di impegnarvi giorno e notte per ricevere in cambio, nella migliore delle ipotesi, un bel grazie. Ovviamente dare una mano a un amico è lecito e cortese, e tradurre una mail o cose simili è un atto di cortesia poco impegnativo, ma attenti alle esagerazioni.

7. amici e parenti si trasformano in recensori e ti fanno notare refusi e incongruenze con aria soddisfatta: è il rovescio della medaglia. Hai finalmente una tua traduzione pubblicata, scoppi dalla gioia, non hai la minima intenzione di rileggerla perché sai che una virgola scappa sempre, ed ecco che chi ti circonda legge il libro con la precisa intenzione di segnalarti il minimo refuso. Credendo pure di farti un favore.

8. non ci sono orari, né ferie, malattie, maternità e così via. Ovvero, se vai in vacanza oppure ti ammali sono affari tuoi, se non puoi accettare un lavoro in un determinato momento lo perdi e basta.

9. passi mesi a far nulla e mesi in cui non sai più da che parte girarti: ovviamente, tutti i lavori arrivano contemporaneamente (legge di Murphy) e hanno all’incirca la stessa data di consegna: dopodiché, il nulla.

10. se lavori da casa tutti pensano che non lavori: “ah ma quindi lavori da casa? Ma allora non è un vero lavoro, bella la vita così!”. Questa non la commento nemmeno, che è meglio.

 

Eppure, potreste dirmi, tu questo lavoro lo fai, e vuoi continuare a farlo. E se quanto sopra è vero, allora perché mai uno dovrebbe scegliere di fare il traduttore?
Risposta: perché non se ne può fare a meno.

 

Buon fine anno a tutti, ci si sente nel 2013, spero con buone notizie!

 

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Cosa non accettare mai

Questo post è in parte ispirato all’intervento di Sandra Biondo (STradE) alle Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino. La ringrazio per la sua interessantissima lezione e vi invito a visitare il sito del sindacato traduttori editoriali STradE e a procurarvi il Vademecum legale e fiscale da loro stilato.

 

Il mestiere del traduttore, si sa, è spesso sottovalutato. Può quindi capitare di ricevere “proposte indecenti” fra le quali è bene sapersi destreggiare. Non fatevi prendere dall’emozione di aver avuto finalmente il contatto tanto sperato con una casa editrice: per il bene di tutta la categoria, ci sono alcune condizioni da non accettare mai. Vediamo quali.

 

  • Pagamento alla pubblicazione (o, peggio ancora, al raggiungimento di un certo numero di copie vendute): il mercato editoriale cambia di continuo, e non è detto che un libro acquistato oggi venga poi effettivamente pubblicato domani. Il pagamento alla pubblicazione è dunque molto pericoloso: il compenso che vi spetta potrebbe non arrivare mai, oppure arrivare dopo anni e anni. Non è certo una situazione desiderabile. Nel contratto dovrebbe essere specificato il termine entro il quale il libro dovrà uscire in libreria, ma non fidatevi di questa clausola e pretendete il pagamento alla consegna del vostro lavoro.

 

  • Pagamento a royalties: è una pratica propria soprattutto dei piccoli editori, che non hanno grandi speranze di vendita. In pratica, offrono al traduttore una percentuale sulle copie vendute anziché pagare il lavoro a cartella. A meno che non traduciate un best-seller, è molto difficile ottenere in questo modo un guadagno anche solo decente. Supponiamo un prezzo di vendita di 15€ per un libro di media lunghezza, diciamo duecento cartelle, per comodità di calcolo. In questo caso, anche se la percentuale offerta fosse un generosissimo 10% (cosa che non avviene praticamente mai, in genere si ferma al 5%), ovvero 1,50€ a volume, l’editore dovrebbe riuscire a vendere come minimo duemila copie per consentirvi un guadagno soddisfacente. Facile per un grosso editore, più improbabile per gli editori più piccoli, e infatti sono proprio questi ultimi a proporre questo genere di contratti: investono poco e pretendono di condividere con voi il rischio della pubblicazione. Ovviamente non tutti i piccoli editori si comportano così, ma state bene attenti a queste proposte: state offrendo un lavoro completo e professionale, non spetta a voi assumervi i rischi editoriali.
    Se le royalties fossero in aggiunta a un compenso di per sé dignitoso, ovviamente, il discorso cambierebbe, anzi, è auspicabile che ciò avvenga: spesso a decretare il successo di un libro o di un autore è anche la traduzione, e sarebbe sacrosanto riconoscere il merito del traduttore. Il sindacato STradE si sta impegnando anche in questo senso.

 

  • Corsi a pagamento “propedeutici” a un possibile contratto: sulle mailing list di traduttori, come quella di Biblit, ogni tanto qualche aspirante traduttore chiede consiglio riguardo a offerte di questo tipo. In rete si trova una vera e propria inondazione di annunci di una casa editrice che propone un contratto di traduzione letteraria legato alla partecipazione a un corso, ovviamente a pagamento, organizzato dalla casa editrice stessa.
    Dell’ormai famoso caso Faligi si è parlato approfonditamente su No Peanuts for Translators (qui  e qui), ma se siete di fretta potete trovare un riassunto su questo blog). Mi limito ad aggiungere che purtroppo molti ci cascano sperando che questa offerta possa essere un trampolino di lancio, ma le occasioni sono ben altre: dover pagare per lavorare è assurdo e non porta a nulla. Inoltre, a parte il fatto che non è detto che il contratto arrivi, questo prevede un pagamento a sole royalties: vedi sopra.

 

  • Tariffe indecenti: vi rimando al mio post sulle tariffe, che probabilmente approfondirò in seguito. Per ora aggiungo solo che accettare tariffe infime fa male alla professione: finché ci sarà qualcuno che si presenta come professionista e lavora a poco, perché gli editori dovrebbero voler pagare di più? Mi rendo perfettamente conto che se una proposta non la accettiamo noi ci sarà sempre qualcun altro disposto ad accettarla, e che, almeno all’inizio, l’idea di accumulare un po’ di traduzioni sia piuttosto allettante. Parlo di un mondo ideale, in cui è possibile rimanere fedeli ai propri princìpi: so che non sempre è possibile, purtroppo.

 

  • Contratti in cui non vengono specificati i nostri diritti: in un contratto deve sempre essere indicato il termine entro cui si verrà pagati (solitamente 60 giorni dalla consegna), la tariffa a cartella, più il dettaglio di quali diritti stiamo cedendo con la nostra traduzione (formato cartaceo, elettronico, diritti cinematografici, eventuali adattamenti per edizioni ridotte…), e per quanto tempo (in genere vent’anni, anche se talvolta è possibile negoziare). Queste informazioni ci devono essere, e se non le vedete chiedete che vengano inserite.

 

Spesso, la “scusa” per accettare questo tipo di contratti è che in questo modo si fa curriculum: niente di più sbagliato! In un curriculum non è importante solo la quantità, ma anche e soprattutto la qualità. Nell’ambiente si sa quali editori sono seri e quali no, e aver pubblicato una o più traduzioni con una casa editrice a pagamento non è certo un segno di professionalità. State bene attenti a cosa vi propongono, non lasciatevi trascinare dall’entusiasmo e ricordate che un contratto di traduzione in perfetta regola non è un favore che gli editori ci fanno, è un nostro diritto.

 

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E adesso parliamo di soldi

Scrivo questo post sull’onda della rabbia e dell’amarezza per un pagamento che tarda ad arrivare, quindi perdonate il tono astioso, ma qui si racconta della vita vera di una traduttrice esordiente, quindi non avrò peli sulla lingua.

Una piccola introduzione che forse vi interesserà più delle mie beghe personali: quanto guadagna un traduttore letterario?
Dipende da molti fattori. Innanzitutto, dalla casa editrice che ci dà il lavoro. Le più grandi e serie non scendono sotto i 15 euro a cartella (per cartella editoriale si intendono 2000 battute spazi inclusi), per arrivare anche a 20 o addirittura 25 euro nel rarissimo caso dei traduttori più quotati.
La maggior parte delle case editrici, però, non può permettersi certe cifre, e quindi la media è sui 12 euro a cartella. Diciamo che se si traduce direttamente per una casa editrice si arriva a prendere tra i 10 (pochissimo) e i 16 (piuttosto buono) euro a cartella. Dipende però anche dalla lingua da cui si traduce (fondamentale: si traduce sempre e solo verso la propria lingua madre): se traducete dal cinese o dal danese guadagnerete probabilmente più di chi traduce dall’inglese. D’altra parte, si traducono molti più libri dall’inglese che dal danese, quindi fate voi i conti.

Se invece di ricevere il lavoro direttamente da una casa editrice lo ricevete attraverso un’agenzia letteraria o simili, le tariffe si abbassano drasticamente, fino a scendere sotto i 6 euro a cartella o anche meno. L’ideale sarebbe non accettare certe proposte, però mi rendo conto che sia difficile resistere alla tentazione di vedere una nostra traduzione pubblicata. Parleremo anche di questo.

Ma ora veniamo a uno sfogo personale che però non è così raro come si potrebbe pensare: i pagamenti in ritardo. Quando si firma un contratto di traduzione, deve esservi riportata la data entro la quale si verrà pagati per il proprio lavoro: solitamente sono 60 giorni dalla consegna, ma possono anche essere 30, 90, 120… l’importante è che sia specificato chiaramente. Peccato che questo termine non venga sempre rispettato: che fare allora? Per quanto mi riguarda, ho mandato a intervalli regolari delle e-mail sempre più irritate, ricevendo mezze rassicurazioni, e oggi finalmente mi hanno confermato che mi pagheranno entro fine mese (per un romanzo consegnato a fine luglio). Ed è pure una casa editrice tra le più importanti d’Italia! Va bene la crisi, va bene che hanno tante cose da gestire, ma essere pagati per il proprio lavoro è sacrosanto: non lavorate mai per un tozzo di pane ed esigete sempre quello che vi spetta.
Fare il traduttore non è un mestiere di serie B.

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