La traduzione al Salone del Libro 2013

SALONE 2013 NO LOGHIIn colpevole ritardo, eccomi qui a raccontare com’è stato per me il Salone del Libro 2013. Non mi soffermerò sulla quantità di libri presenti, sulla stanchezza per i chilometri percorsi avanti e indietro fra gli stand, sul mal di schiena da troppi cataloghi, volantini e acquisti vari, e mi concentrerò sugli incontri in cui si è parlato di traduzione. O almeno ci proverò, perché è difficile prescindere dall’atmosfera della fiera libraria più importante.

Il bello del Salone, infatti, è poter girare fra centinaia di stand (magari evitando come la peste quelli dei gruppi editoriali più grossi – tanto di certo non ci saranno gli editori in persona, i loro libri li potete trovare ovunque, e non fanno neppure lo sconto) e conoscere piccole e coraggiose realtà indipendenti, fare incetta di libri che difficilmente avreste scoperto in altro modo, raccogliere cataloghi, parlare con gli editori, informarsi e spezzare un po’ la “solitudine del traduttore” sempre chiuso da solo in casa. Ma veniamo ai seminari sulla traduzione, un’occasione per imparare qualcosa oltre che per incontrare i colleghi.

Ovviamente anche quest’anno sono stati gli incontri organizzati da Ilide Carmignani per l’Autore Invisibile a farla da padrone, con un programma serrato che per essere seguito a fondo avrebbe impedito di girare per più di mezz’ora consecutiva fra gli stand.

Ho quindi fatto una selezione dei seminari che mi premeva di più ascoltare. Mi dispiace molto aver dovuto saltare il giovedì, quando Elisa Comito di STradE ha parlato di contratti. Anche l’incontro “Editoria in transizione: capire i cambiamenti per cogliere le opportunità di lavoro” dev’essere stato interessante, e se qualcuno ha potuto partecipare lo invito a condividere l’esperienza nei commenti.

Il venerdì è stato il mio primo giorno di fiera, e subito mi sono fiondata a sentire “Come si fa una proposta editoriale”. Niente che non sapessi già, devo ammettere, anche se è sempre utile ascoltare il parere di editori diversi.
In questo caso, Simona Olivito di e/o ha detto che loro accettano volentieri le proposte interessanti a patto che si tratti di una storia “bella”, che valga la pena diffondere. Chiedono una cartella di presentazione del libro e dell’autore (compresi trama, biografia, eventuali premi vinti, possibili fondi per la traduzione, eventuali opere precedenti, insomma, un gran lavoro) e poi dieci pagine di traduzione. La pecca è che, se la proposta viene ritenuta meritevole ma la traduzione non è all’altezza, possono decidere di acquistare comunque i diritti del testo e di farlo tradurre a qualcun altro: occhio quindi alle traduzioni di prova che mandate, sono il vostro biglietto da visita e dovete dare il meglio. Il consiglio è inoltre di “mirare bene” a chi mandare la proposta, studiando il catalogo recente della casa editrice: una proposta inviata a casaccio non vi fa fare bella figura. Inoltre, e/o preferisce autori giovani di cui si possa poi seguire la produzione futura (anche se non esclude autori più anziani).

Angelo Molica Franco, di Delvecchio, è intervenuto ricordando che per diventare traduttori e per fare una proposta ben mirata è necessario leggere moltissimo, sia in italiano sia in lingua straniera, per conoscere a fondo l’orientamento delle varie case editrici e il mercato editoriale in generale. Siccome non è possibile leggere proprio tutto, ha consigliato di studiare le sinossi sui cataloghi per capire le varie linee editoriali, e poi di seguire i vari premi assegnati agli scrittori e di iscriversi alle newsletter delle case editrici.

Lorenzo Ribaldi, de La Nuova Frontiera, ha ricordato che loro traducono solo dallo spagnolo e dal portoghese, e ha ammesso che la maggior parte dei titoli che escono per loro li sceglie direttamente lui, sotto consiglio degli autori già pubblicati o in base alla sua approfondita conoscenza del mondo latinoamericano. Sono comunque disposti a ricevere proposte, se interessanti e ben studiate.

Il sabato, invece ho seguito “Traduzione e riscrittura nella letteratura per ragazzi”: erano presenti i redattori di Piemme, Mondadori Ragazzi, Gallucci e RCS. Si è scatenato un piccolo dibattito fra chi sosteneva che bisogna rendere i libri accessibili a bambini e ragazzi evitando di utilizzare un lessico troppo elevato e lontano dalla lingua parlata, e chi preferisce diffondere tra i ragazzi un linguaggio più ricercato. In generale, comunque, bisogna sempre considerare qual era l’intenzione dell’autore. Il traduttore deve essere anche autore, ma senza arrivare al limite estremo della riscrittura: è necessario saper stabilire dove fermarsi quando ci si allontana un po’ dal testo di partenza. Un problema particolare e molto interessante è quello dei “nomi parlanti”, ovvero quelli che evocano qualche caratteristica dei personaggi. In questo caso il traduttore diventa un creatore vero e proprio.

Poi ho seguito un incontro della serie “Traduttore e revisore a confronto”: non mi ci soffermo perché si parlava di due libri in particolare, ma è comunque sempre interessante osservare come due teste diverse si accordano, si compensano e si aiutano a vicenda per arrivare a ottenere un testo il più “fedele” possibile, arginando gli eccessi in entrambi i sensi (traduzioni troppo foreignizing o troppo domesticating).

La domenica ho seguito solo metà della lectio magistralis di Susanna Basso “Di che cosa parliamo quando parliamo di traduzione”, e non perché non fosse interessante, ma perché mezz’ora dopo iniziava un incontro sui blog letterari che mi premeva seguire. La Basso è comunque sempre una grandissima maestra, oltre che una persona deliziosa. Ho fatto in tempo a sentire le sue riflessioni su come la traduzione sia “quello che non sto facendo quando faccio qualsiasi altra cosa”. Ovvero, mentre fai tutt’altro la traduzione è sempre lì che ti aspetta, è una presenza discreta ma costante, e quando poi ci si rimette sopra si avverte il sollievo del tornare a fare ciò che è giusto.

Ho provato anche a seguire la conferenza con Gianni Celati sulla sua nuova traduzione dell’Ulisse di Joyce, ma ammetto che l’ho trovata di una noia mortale (anziché parlare della traduzione leggevano alcuni lunghissimi brani del libro) e quindi dopo un po’ ho ceduto alla tentazione di andare a girare ancora una volta tra gli stand.

L’ultimo incontro che ho seguito è stato “Scrivere dopo Bolaño”, in cui tre scrittori cileni (Lina Meruane, Alejandro Zambra e Maria José Viera-Gallo) si sono confrontati su una serie di riflessioni riguardo alla letteratura e al loro paese: è stato davvero piacevole!

Ed eccomi al termine di questo lunghissimo post. Il “mio” Salone è stato stancante, ricco, pieno e fruttuoso, con anche qualche piccola soddisfazione come le fascette con i miei commenti esposte sui libri de La Nuova Frontiera, lo stand dove mi hanno accolta con più calore :)

E voi, c’eravate?

5 commenti

Archiviato in diventare traduttori

5 risposte a “La traduzione al Salone del Libro 2013

  1. Sveva

    Ciao, anche io sono stata al Salone e ho scritto qualcosa:”Salone del libro di Torino, dove osano le idee”: ma quali idee?

    Ciao a tutti, oggi vorrei raccontarvi la mia esperienza al Salone del libro di Torino di quest’anno.
    Premetto che il Salone ha una durata di 5 giorni e che io sono andata solo venerdì.
    Come sempre il Salone si divide in 3 padiglioni: uno per i piccoli editori, uno per i grandi editori e uno per altre realtà editoriali come la Rai, La stampa, e per conferenze e per l’editoria “culinaria” con diverse postazioni per cucinare e presentare libri che riguardano questo, ormai, vero e proprio genere letterario.
    Dopo aver pagato un biglietto ridotto da 8 euro, comincio la mia visita dal padiglione dei piccoli editori: essi sono per lo più specializzati in ambiti particolari, come medicina orientale e cose che io ritengo inutili, tipo i libri più piccoli del mondo. Giro per le diverse bancarelle e vengo indotta al primo acquisto: Madame est servie, dell’editore Liber Faber, un libro sull’arte del ricevimento che intendo regalare a mia zia. Dopo un minuto sono già pentita: primi 25 euro buttati!
    Continuo la mia visita nel primo padiglione e mi fermo alla bancarella di Ibis, che mi sembra una casa editrice un po’ più seria: vedo libri di poesia e piccole chicche letterarie. Me ne vado con Regole di civiltà e di comportamento decoroso di George Washington e con Gli habituès del caffè di Huysmans, entrambi fuori edizione e pagati 2 euro ciascuno: penso di aver fatto un affare.
    La mia visita prosegue nel padiglione 2, quello dei grandi editori, il più deludente. Non ci sono più bancarelle con i loro addetti simpatici e impegnati a far conoscere i propri cataloghi, ma solo grossissimi stand con veri e propri muri e vetrine che arrivano a 3 metri di altezza: immaginate come dei grossi cubi al cui interno vi troverete come in qualsiasi libreria di catena, con commessi, senza librai o professionisti dell’editoria, pieni di pile degli ultimi libri di enorme successo editoriale e di pochissima qualità. Così per Mondadori, Feltrinelli, Einaudi, Newton & Compton, Rizzoli e compagnia bella. Scappo a gambe levate!
    Il terzo padiglione mi ha riportato a una ambientazione più letteraria (per fortuna!): c’erano diverse conferenze in corso tra lo stand del Cile (paese ospite), della Rai e molte presentazioni nella zona show cooking. Riesco a scoprire una casa editrice fantastica: Edizioni del Baldo, che pubblica quaderni e libri di cucina in stile inglese, con illustrazioni di papere e torte, meravigliosa! Lì ho preso diverse cose. Scopro anche La spiga edizioni, che vende letteratura per ragazzi a 1 euro: faccio il pieno!
    Stanca morta, con i pesi di tutti i libri, volantini, cartoline, cataloghi che avevo raccattato, e con un fidanzato ingegnere stanco anche lui e in percorso di santificazione, decidiamo di andarcene. Non prima però di aver assistito alla conferenza di Valerio Massimo Manfredi delle 5. Alle 4 ci mettiamo in coda e davanti a noi ci sono già circa 7 metri di fila: bene. Aspettiamo, aspettiamo e aspettiamo. Finalmente entriamo e Manfredi viene accolto con un televisivissimo “Ladies and gentlemen, Valerio Massimo Manfredi!”: già capisco che è meglio andarcene, ma voglio dargli un’altra possibilità. L’autore comincia a leggere passi del suo ultimo libro, Il mio nome è nessuno (Mondadori), sulla storia di Ulisse: è in questi momenti che penso di trovarvi in una presentazione di libri per ragazzi. Ascoltando i passi, la scrittura mi sembra banale, e ancora più banali sono i suoi discorsi. Nel frattempo il mio ragazzo si è addormentato e non lo sveglio neanche, perché credo abbia le sue ragioni per reagire così. Manfredi, pensi di essere un divo, ma non dici nulla di nuovo. Dopo un’ora di conferenza, dopo un’ora di argomentazioni ovvie, finalmente ce ne possiamo andare e ci dirigiamo stremati verso la metro del Lingotto.
    Le mie conclusioni su questa edizione del Salone non sono poi tanto diverse da quelle che ho tratto nel 2010: come al solito, è solo una grande fiera, è inutile che lo chiamino Salone. Le conferenze sono poche e mal gestite, è tutto troppo rumoroso, i microfoni si sovrappongono. Da un lato c’è una presentazione in spagnolo e accanto il tizio che suona la chitarra e canta! File interminabili per qualsiasi cosa: biglietti, cibo, presentazioni, casse per pagare i libri. Vero è che ho avuto la possibilità di conoscere tante piccole realtà di valore, ma non so se lo rifarei.
    Vi saluto tutti e vi ringrazio per avermi letto fino a questo punto :)

    • Ho letto con piacere il tuo resoconto :) hai ragione, c’è sempre un gran caos e spesso i vari incontri ne escono penalizzati. È sempre meglio, prima di partire, farsi una sorta di piano d’azione e segnarsi le cose più interessanti da vedere e da ascoltare, per evitare di girare ore e ore a vuoto. Di editori “piccoli” interessanti ce ne sono moltissimi, è un peccato perderseli tra la folla!

  2. alissa

    Ciao,

    anch’io ero al Salone sabato, ma purtroppo tra treno e pausa in ostello, mi sono persa sia l’incontro sulla traduzione per ragazzi che quello su “Traduttore e revisore a confronto” (però poi mi sono comprata “Versioni di me”, che sembra bello ;)), ho provato a seguire l’incontro di N.d.T. verso le 19 ma a quel punto ero già stremata dal tour de force tra gli stand e in più si parlava di traduzione da lingue che non conosco, quindi a un certo punto sono andata via. Alla fine l’unico incontro che ho seguito (per la gioia del mio paziente findanzato ingegnere – sì, Sveva, andrebbero fatti santi XD) è stato l’omaggio a Dalla nella Sala gialla, carino (e Vecchioni è molto simpatico). Il resto del tempo è stato dedicato ad acquisti e a un giro tra gli stand con cv a portata di mano: l’ha accettato solo ISBN, mentre gli altri da cui mi sono fermata erano equamente divisi tra “ti prego, abbiamo già un sacco di carta, mandalo a questo indirizzo e-mail!” e “lascia stare, tanto non prendiamo nessuno”. Poteva andare meglio, ma mi ritengo soddisfatta, adesso ho da parte un mucchio di cataloghi da studiare e un po’ di biglietti da visita di case editrici a cui scrivere, speriamo che portino a qualcosa in futuro ;)

    ps: ehm… leggendo del seminario della Olivito forse ho capito perchè e/o non ha ancora risposto alla mia proposta: troppe poche le pagine di traduzione di prova e troppo stringata la scheda del libro. O forse non gli interessava il romanzo… Comunque buono a sapersi!

  3. Pingback: La traduzione al Salone del Libro 2014 | Diario di una traduttrice editoriale

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...