Della carta e di altre storie

Se al giorno d’oggi qualcuno vi dicesse che traduce scrivendo a mano su carta, gli dareste del pazzo. I computer sono entrati con tale prepotenza nelle nostre vite che lo sforzo di impugnare una penna (per poi riportare il testo sul computer, ovvio, non si possono mandare testi manoscritti a una casa editrice) appare inutile se non sovrumano. Persino io, che ho sempre amato lo scorrere della penna sul foglio e sono sempre stata convinta di riuscire a dare il mio meglio nella scrittura solo in questo modo, non mi metterei mai a tradurre su carta. Non è quindi mia intenzione consigliarvi una mossa tanto masochista, tranquilli.

Vorrei però sottolineare un paio di cose. Prima di tutto, traducendo al computer si perde completamente la traccia delle versioni precedenti. Certo, esiste la modalità Revisione su Word, ma a meno che non salviate un documento diverso per ogni minima modifica (mossa suicida quasi quanto scrivere a mano), tutte le idee nate e poi abbandonate, e che magari più avanti vi verrà voglia di ripescare, vanno perdute. La traduzione è un processo lungo ed elaborato, fatto di incastri e di armonia generale. Cambiando una parola in un dato punto, spesso una frase a qualche riga di distanza non funziona più (rime interne, ripetizioni, giochi di parole, coerenza e chi più ne ha più ne metta). È necessario quindi pensare bene alle proprie scelte, spesso tornando sui propri passi. Su un foglio manoscritto è facile ricostruire la genesi dei propri pensieri, al computer spesso è più complicato ricordarsi le scelte fatte in precedenza, magari anche mesi prima.

Inoltre, forse qualcuno non ci crederà, in fase di rilettura è assolutamente necessario stampare una copia per poterla leggere su carta. Leggendo sullo schermo si perde sempre, invariabilmente qualcosa, credetemi, e non solo perché dopo centinaia di pagine lette su Word si incrociano gli occhi. Sulla carta, i refusi saltano subito all’occhio in un modo che il computer non riuscirà mai a restituire. Sono anch’io una sostenitrice dell’ambiente e quindi cerco di sprecare meno carta possibile, ma a volte è proprio necessario stampare. Rileggete pure una prima volta al pc, per fare qualche miglioria qua e là, ma prima di inviare la traduzione controllatela bene su carta, scoprirete errori insospettabili.

Concludo con un aneddoto, che rendo pubblico solo perché so che la protagonista non se la prenderà a male, avendolo dichiarato a un corso di traduzione. Pare che Susanna Basso (traduttrice di Ian McEwan, Alice Munro, Julian Barnes, Martin Amis… insomma, una delle più importanti traduttrici italiane) traduca a mano su un quadernetto, prima di riportare il testo sul computer. Ho avuto la fortuna di poter tenere tra le mani uno di questi meravigliosi documenti che attestano riscritture, indecisioni, ripensamenti, inevitabili errori e così via. L’ho trovata una testimonianza affascinante, che emanava tutta la poesia di un mestiere antico.

Nell’era della velocità e dell’eliminazione di ogni fronzolo superfluo, un computer non riuscirà mai a riprodurre tale raffinata artigianalità. Certo, i vantaggi che offre sono impagabili e la foresta amazzonica ringrazia, ma anche se tutti ormai traducono al computer, per ora il fedele alleato di una buona revisione è ancora la carta.

2 commenti

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2 risposte a “Della carta e di altre storie

  1. Stampare è indispensabile, ma a volte a me non basta neanche quello. Solitamente perché so le frasi pressoché a memoria: è il fattore ‘aspettativa’ che mi frega. Per ovviare, cerco sempre di terminare la traduzione qualche giorno prima della consegna (se umanamente possibile) e, una volta stampato il testo, attendo qualche giorno per la rilettura. Il meglio è se nel frattempo ho pure iniziato a lavorare a qualche altro progetto ;)

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