Il film della sua vita

Questa mia recensione è apparsa originariamente sul blog Un buon libro, un ottimo amico, che vi consiglio caldamente di visitare.

La riporto qui perché l’autore è stato un grandissimo traduttore, e perché data la sua padronanza della lingua italiana è sempre un piacere leggere i suoi scritti. Tutti i traduttori dovrebbero conoscere questo finissimo cesellatore del linguaggio. Se volete approfondire, leggete questa sua riflessione sulla necessità di “sporcarsi le mani”.

 

Angelo Morino – Il film della sua vita

A volte succede, con i libri profondi, quelli che ti scavano un solco dentro e toccano corde sensibili, scoperte, fragili: non sai cosa dire, come commentare. Quando un libro è così perfetto, così compiuto pur nella sua conclusione mancata, aggiungere anche solo una parola sembra un delitto. Perché la prosa di Morino è limpida, asciutta, essenziale. Perfettamente limata e ritmica, con un lessico scelto con cura e mai un aggettivo di troppo.

Impossibile descrivere Il film della sua vita in poche parole: certo, si potrebbe semplicemente dire che è un libro sul rapporto dell’autore con la madre, ma è molto di più. Si parte dall’infanzia e si arriva alla morte di lei, scorrendo i momenti importanti della sua vita come in una serie di fotogrammi e soffermandosi sulla storia della relazione con il figlio, intensa, quasi ossessiva. Morino appare completamente soggiogato da una madre dal carattere dispotico ma inaspettatamente fragile non appena la sofferenza le fa perdere il contegno a cui tiene tanto.

In questo libro, che lascia pietrificati e sgomenti, compaiono tutte le declinazioni del dolore: è doloroso, dolente, addolorato. Dolorante. Dolorifico. Un dolore che pervade ogni angolo della coscienza e contagia il lettore con un terrore assoluto nei confronti dell’evento più inevitabile di tutti. Ma la morte non è vista come un’assenza eterna quanto come un processo faticoso, osceno, che turba e disgusta, sfinisce e lascia un senso di vuoto il cui inizio risale già all’arrivo della vecchiaia, con la scomparsa di un corpo tanto amato sotto un guscio di pelle cascante e avvizzita.

Morino narra tutto da un punto di vista strettamente fisico, quotidiano, umano: nessuna pretesa di filosofeggiare sulla vita e sulla morte, solo il grido d’angoscia di un figlio che si ritrova a fare i conti con qualcosa di inesorabile a cui non ha mai voluto pensare. E la figura della madre, così altezzosa, così forte, così dura con lui che cerca in tutti i modi di dimostrarle che non è un buono a nulla, provoca nel lettore una sorta di ammirazione risentita, di rimprovero offuscato dallo stupore per un senso di dignità portato all’estremo.

Ci sono scene dolcissime di contatto fisico tra la madre malata e il figlio, alternate alle sfuriate di lei che si lagna senza posa per il dolore che la consuma. C’è la guerra, il passato di una donna coraggiosa e forte fin da giovane, determinata a seguire l’amore anche se i tempi sono difficili. C’è un’infanzia relativamente felice, vissuta in simbiosi, madre e figlio sempre attaccati, il padre escluso dal loro rapporto privilegiato. Morino non ci risparmia nulla, e non risparmia neppure se stesso, mettendosi a nudo e confidando alla carta anche i pensieri più scomodi e sgradevoli, con un’onestà intellettuale umile e umanissima. La tematica fondamentale della memoria si intreccia con la trascrizione sincera e spassionata di pensieri che, forse, ognuno di noi si troverà a dover affrontare prima o poi.

La morte di un genitore è qualcosa a cui si preferisce non pensare, che implica un cambiamento radicale, una decisa svolta nella vita di chiunque, e particolarmente in quella di un uomo così legato alla propria madre, unica donna che abbia mai amato, essendo omosessuale.

Il romanzo è rimasto incompiuto a causa della precoce morte di Morino, grandissimo ispanista e traduttore, che tuttavia ha fatto in tempo ad affidare al computer la storia di un amore smisurato, incrollabile, possessivo ed estremo in ogni senso. Come ci ricorda Vittoria Martinetto nella commovente nota finale, solo dopo il momento cruciale della morte della madre Morino ha cominciato a scrivere di sé, quasi fosse riuscito soltanto allora a trasformarsi in una persona compiuta, finalmente scissa da un cordone ombelicale mai completamente cicatrizzato, neanche dopo anni di lontananza fisica dalla madre.

L’ho finito con un groppo in gola e il terrore di trovarmi un giorno ad affrontare lo stesso dramma, la stessa angoscia, la stessa solitudine. Morino è stato mio docente all’università e a lui è dedicata la mia tesi di laurea specialistica. Ma anche per chi non l’ha mai conosciuto, questo libro può rivelarsi una di quelle gemme preziose, inaspettate, che toccano l’animo umano in profondità, perché tratta di un tema universale con una delicatezza, una franchezza, un’ingenuità disarmante che rappresentano una vera e propria oasi nel panorama letterario nazionale. Abbiamo perso un grande traduttore, un grande scrittore, un grande uomo. Di quelli che passano sotto silenzio, che lavorano di notte, che non amano apparire e forse proprio per questo si fanno riconoscere quando ti capitano tra le mani, perché brillano più di tutti.

4 commenti

Archiviato in diventare traduttori, insegnamento, letteratura italiana, morino, recensioni, romanzi

4 risposte a “Il film della sua vita

  1. Simona Bernini

    Ho avuto la fortuna di avere Morino come insegnante di Letteratura Ispano – Americana e con lui ho imparato moltissimo, anche dal punto di vista umano. Lo ricorderò sempre.

  2. Mi sono venuti i brividi a leggerti. Grazie per il consiglio.

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