Editori che non.

10215426_f260Il “non” del titolo sta per non pagano, non citano, non revisionano, insomma, non svolgono il loro lavoro come dovrebbero. Ultimamente i traduttori stanno alzando la voce, e considerando che fino a poco tempo fa abbiamo solo sussurrato, se non taciuto, direi che questa è un’ottima notizia.

La notizia più “scandalosa” degli ultimi giorni è l’iniziativa di Federico Di Vita, il quale ha scritto sulla bacheca di un editore che non lo paga da 13 mesi per chiedere pubblicamente di provvedere. È intervenuta la proprietaria della casa editrice in questione, e ne è nato un acceso dibattito (al momento non più integralmente disponibile – lo sapevo che avrei dovuto salvarmi gli screenshot!). In sostanza, l’editore ammette difficoltà finanziarie e proclama la propria buona fede e l’intenzione di pagare. Il problema è che con le buone intenzioni non si pagano le bollette, e ancora una volta i collaboratori esterni del mondo dell’editoria – in questo caso si trattava di revisione e non di traduzione – si rivelano essere l’ultima ruota del carro.

È un po’ che si parla dell’argomento, e le opinioni sono contrastanti: se tutti ammettono che pagare chi lavora è un sacrosanto dovere, alcuni tuttavia giustificano le case editrici insolventi perché in fondo “c’è crisi per tutti”. Il che è sicuramente vero, in questo momento l’editoria non è certo un settore dalle rosee prospettive. Però, ha senso impegnarsi in un progetto e farci lavorare della gente se si sa che poi questa gente non potrà essere pagata? Ha senso costringere un lavoratore a rivolgersi a un avvocato per ricevere quanto gli spetta, magari spendendo anche più di quel che gli è dovuto? Le risposte sembrano scontate ma non lo sono.

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A volte un post sui social network è più potente di una minaccia di denuncia, e inoltre stimola un dibattito che riesce ad accendere anche gli animi più miti. Negli ultimi mesi questo è avvenuto non soltanto per quanto riguarda i pagamenti, ma anche per un altro diritto del traduttore, quello di essere citato insieme alla propria traduzione.

Un esempio? Tempo fa pubblicai sulla mia pagina Facebook lo screenshot di uno scambio di battute su Twitter tra l’account di Einaudi e la traduttrice Isabella Zani. A mio parere le risposte di Einaudi (del suo portavoce su Twitter, ok, ma se in quel momento pubblichi con l’account Einaudi, tu SEI Einaudi) erano state piuttosto scortesi, per non dire maleducate. Nei commenti al post, molti erano d’accordo con me, ma molti altri hanno colto l’occasione per far notare quanto siano noiosi e rompiscatole i traduttori che chiedono di essere nominati (dimenticando che è un diritto stabilito per legge, non un capriccio). Cito:

Perché non il nome font tipografico. O il nome dell’impaginatore. O dell’editor.

E, parlando della scarsa qualità di alcune traduzioni oggi in commercio:

beh, allora che [i traduttori] abbassino i prezzi. Gli autori rischiano, mettendosi in gioco senza sapere se venderanno mai. Gli editori rischiano, producendo senza essere certi del rientro economico… Iniziassero a lavorare come noi [autori] prendendo piccole percentuali sui libri.

Insomma, secondo alcuni il traduttore dovrebbe assumersi il rischio imprenditoriale, secondo altri il suo lavoro è paragonabile a quello dell’impaginatore (lavoro di tutto rispetto, ovviamente, ma che non presuppone meriti autoriali), e in ogni caso dovrebbe abbassare le pretese. “Pretese” che, lo ripeto, sono stabilite dalla Legge 633 del 22 aprile 1941, art. 70.

Lo stesso screenshot è poi stato pubblicato su Social Media Epic Fails – e qui ringrazio per la segnalazione Luca Pantarotto di Holden&Company, altro paladino della correttezza in campo editoriale – dove ha ricevuto un bel po’ di commenti non esattamente gentili nei confronti di Isabella Zani, che per fortuna è abbastanza consapevole da sapersi difendere benissimo da sola (inoltre alcuni commenti, scusate il gioco di parole, si commentavano da soli per maleducazione e insolenza). La cosa peggiore, però, è che anche diversi traduttori in quell’occasione si sono schierati dalla parte dell’editore. Se i nostri diritti non li difendiamo noi, come possiamo sperare che gli altri li comprendano?

Quando però vengono pubblicate schifezze immonde tutti sono pronti a lamentarsi dei traduttori. L’ho fatto io stessa in un post leggermente irritato che presentava una serie di foto di una traduzione davvero pessima, inguardabile, roba che nemmeno Google Translate avrebbe potuto concepire (o forse sì). Tipo che, all’acquario, una bambina piccola batteva “sul bicchiere” anziché “sul vetro”. Tutti sono stati d’accordo sul fatto che fosse uno scandalo. La casa editrice, interpellata, non mi ha mai risposto. Non so se la traduttrice sia stata pagata, quanto tempo le sia stato concesso, ma sicuramente su quel libro non è stato fatto nessun tipo di editing, e questa è una colpa della casa editrice che ha messo in circolazione il libro, non della traduttrice. Si sa che i traduttori diventano visibili solo quando “sbagliano”, in tutte le altre occasioni devono starsene buoni e zitti nel loro angolino.

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Tornando all’argomento più scottante, nell’ambiente della traduzione editoriale si parla da tempo di fare i nomi degli editori insolventi, di denunciare pubblicamente i singoli casi, ma non se n’è ancora fatto nulla, e nessun giornalista ha ancora fiutato lo scoop, come ha fatto giustamente notare Federica Aceto (fra l’altro, se non conoscete ancora il suo blog, ve lo consiglio caldamente). Per un certo periodo è stato aperto il blog Editori che pagano, ma anche quello è stato subissato di critiche.

In sostanza, quando un editore lavora male si vede da tante cose. Una di queste sono i testi poco (o per nulla) curati. Un’altra è il mancato pagamento di coloro che letteralmente “fanno” i libri, li compongono, li sudano parola dopo parola. Secondo molti, evidentemente, i traduttori dovrebbero tornare nell’invisibilità da cui sono sempre stati avvolti, tacendo i mancati pagamenti e quasi quasi ringraziando se vengono retribuiti.

In fondo “è un lavoro talmente bello che si può fare anche gratis”, no?

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18 commenti

Archiviato in blog, contratti, diventare traduttori, pagamenti, tariffe

18 risposte a “Editori che non.

  1. “Perché non il nome font tipografico. O il nome dell’impaginatore. O dell’editor.” – Ecco, nessuno ha detto a questo genio che è proprio così che si fa (escluso il carattere)? Ho impaginato e revisionato dei libri: ho sempre trovato il mio nome sul colophon. Non vedo perché non ci debba essere quello di un traduttore.

    Perfettamente d’accordo su tutto.

  2. I migliori da questo punto di vista sono ancora una volta quelli di minimum fax, che nei “titoli di coda” dei libri mettono i nomi di TUTTI quelli che hanno partecipato a quel volume, ma proprio tutti.

  3. “Insomma, secondo alcuni il traduttore dovrebbe assumersi il rischio imprenditoriale,[…]”

    In linea di principio, non sarebbe strano se il pagamento dei diritti avvenisse a percentuale sul prezzo di copertina, come accade per gli autori. Anche sotto forma di “anticipo”, che già non è qualcosa che gli scrittori vedono tutti i giorni.

    Detto questo, non ho ancora capito – o forse non ne ho sentito parlare – perché gli editori inadempienti non vengano messi di fronte alle loro responsabilità. Voglio dire, ci sono dei contratti. Capisco che l’avvocato sia un costo, ma i lavoratori possono rivolgersi alle associazioni sindacali per questo tipo di supporto. Esistono anche per questo. Non capisco ragionamenti del tipo: “spenderei più di quello che mi devono pagare”. Significa che i datori di lavoro hanno di fatto una franchigia su ciò che possono permettersi di corrispondere? E’ un ragionamento pericoloso.

    • Non mi è mai capitato di dover ricorrere a un avvocato e quindi non sono molto esperta sull’argomento, ma so che diversi hanno dovuto farlo, anche con il supporto del sindacato traduttori editoriali (STradE). Purtroppo credo che chi si è trovato in questa situazione abbia percorso tutte le vie possibili prima di chiamare un avvocato, ma se non hanno avuto scelta un motivo ci sarà…

      Per quanto riguarda la percentuale, a volte si può concordare con l’editore un prezzo a cartella leggermente (e sottolineo leggermente) più basso e poi percepire delle royalties, ma un traduttore non sceglie e non è responsabile del contenuto del libro su cui lavora (è responsabile della sua traduzione, certo, ma se il libro è orribile, orribile resterà) e così via, quindi non vedo perché dovrebbe assumersi un rischio imprenditoriale, semplicemente svolge un lavoro che va retribuito.

      • Lo stesso dicasi dell’impaginatore, ma più sopra mi sembra si rimarcasse una distinzione fra i due mestieri. Il lavoro del traduttore è anche autoriale, quindi il principio (“In linea di principio…”) rimane valido.

        • Beh, ma se un libro non vende (e quindi non rende in termini di royalties) potrebbe essere colpa dell’autore che non ha fatto un buon lavoro, non ha saputo creare un buon prodotto e così via. Non è invece (quasi mai) colpa del traduttore: può anche fare un lavoro perfetto, ma se il libro era una ciofeca invendibile, resterà una ciofeca invendibile. Sono l’autore e l’editore a scegliere di pubblicare quella roba, non il traduttore, che sarà pure co-autore ma svolge pur sempre un servizio richiesto (a differenza dell’autore). Io ho tradotto libri terribili che per me non avrebbero dovuto vendere manco una copia, eppure sono stata pagata. Se quei libri fossero stati scritti direttamente in italiano, probabilmente l’autore avrebbe preso ben poco come percentuale, ma del resto è stata una scelta sua scrivere di quell’argomento in quel modo.

          • Mi sa che non ci siamo intesi. Io non sto sostenendo che sia auspicabile o che sia giusto assoggettare i traduttori al rischio d’impresa. Il mio era un discorso sul principio, come ho sottolineato due volte. Dal momento che il lavoro di traduzione è più autoriale che tecnico, riflettevo su quale modalità di retribuzione sia più “naturale”, se a cartella, a percentuale sui diritti, a ore, etc. Non sono neanche sicuro sul tipo di contratto utilizzato, ma mi sembra di capire che siano perlopiù collaborazioni… o c’è anche una realtà di traduttori dipendenti, magari per i grossi editori?

            • Ho capito, scusami :)
              In genere si lavora con ritenuta d’acconto, di traduttori dipendenti non ne conosco nemmeno uno! Men che meno per i grossi editori, che anzi talvolta (alcuni spessissimo) si rivolgono ai service editoriali per fare più in fretta…

          • Concordo su quasi tutta la linea, fatto salvo che , in alcuni (rari) casi, è proprio il traduttore a rendere un libro un’opera illegibile e spesso (ma non sempre) un flop colossale, parola di traduttrice. Non sono typo, non sono refusi, sono materialmente brutture, sviste, cattive traduzioni. Ma, a meno che il libro non sia una pubblicazione indie, normalmente a questo dovrebbe pensare l’indispensabilissimo revisore!

            • in questo caso il fallmento dell’impresa è colpa del traduttore. Io sono d’accordo ceh il traduttore deve partecipare al rischio d’impresa e non accettare di tradurre libri ceh non le piacciono.

  4. Nessun lavoro è così bello da poterlo fare gratis, a meno che tu non sia un “divo” strapagato nel tuo campo e vuoi fare “opere per interesse personale”. Direi che sapere quali case editrici non pagano (dai traduttori agli impaginatori) da agio ai lettori di fare un sano boicottaggio (certo aggravando la crisi economica della suddetta casa editrice). Sul citare i traduttori forse chi è contrario non ha mai scelto un’edizione di un libro sulla base del suo traduttore e allora si merita la bambina che batte sul bicchiere

  5. Condivido ogni cosa, cito sempre il traduttore quando parlo di libri nel mio piccolo blog, conosco del resto alcuni traduttori importanti e so quanto sia difficile il loro compito e quanto a loro si debba la bellezza di un libro che, per mancata conoscenza linguistica, possiamo gustarci solo una volta tradotto. Oltre ai traduttori ci sono altre categorie che forniscono servizi a editori notoriamente cattivi pagatori: lavoro come dipendente per cui non ci perdo niente, se non un bel po’ di fegato marcio a vedere le scuse che accampano e il modo osceno che hanno di trattarmi.

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