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Giornate della Traduzione Letteraria 2014

10672290_694686303950484_8520506359637067981_nNon avendo potuto partecipare alle Giornate della Traduzione Letteraria di Urbino, ho chiesto sulla pagina facebook del blog se qualcuno che ci era andato avesse avuto voglia di raccontare la sua esperienza. Ha risposto all’appello Alessia Fortunato, che ringrazio moltissimo. Ecco quindi il suo resoconto: buona lettura!

Una piccola premessa: personalmente ho soltanto aggiunto qualche “a capo” e corretto qualche accento. La forma e i contenuti dell’articolo rappresentano unicamente l’opinione dell’autrice.

Le Giornate della Traduzione sono state organizzate e presiedute da Ilide Carmignani e Stefano Arduini, con varie illustri guest star che hanno contribuito a rendere questa esperienza molto completa e accattivante. Siamo partiti nel primo pomeriggio di venerdì 26 Settembre con i consueti saluti e presentazioni, immediatamente seguiti dalla presentazione di “Libro”, ad opera di Gian Arturo Ferrari, e fin qui siamo ancora nell’ambito del vago.

Intanto l’aula magna di Palazzo Battiferri si è riempita sempre di più: studenti del posto e non, traduttori alle prime armi, traduttori meno noti e volti più o meno conosciuti. Interessante la tavola rotonda tenuta sulla crisi dell’editoria, dettata dall’avvento dell’ebook, che se riduce i costi di produzione, riduce anche i guadagni senza per questo ridimensionare i collaboratori che prendono parte al processo di pubblicazione. In quella sede Ilide Carmignani ha chiesto l’intervento di Martina Testa (Minimum Fax), Luca Formenton (Il Saggiatore), Mariagrazia Mazzitelli (Salani) e Paolo Repetti (Einaudi Stile Libero), per sentire il parere di case editrici più o meno grandi. Il risultato è abbastanza ovvio: gli editori più piccoli, in situazioni di difficoltà economica, hanno come ultimo “pensiero” proprio pagare i traduttori.

Da qui l’intervento (personalmente assai poco gradito) di una persona dalla platea, non so chi fosse ma a quanto pare una traduttrice piuttosto affermata, che rivendicava come risoluzione della crisi un ritorno alla “vera qualità” di “loro”, i traduttori dai nomi altisonanti le cui cartelle costano non meno di 18 € l’una, che ovviamente in una contingenza economica come questa, a meno che non si tratti di grandi classici, finiscono per lasciare il posto a noi “giovinastri” che sinonimo di qualità a quanto pare non siamo. L’intervento non è stato condiviso né dalla signora Mazzitelli né dalla signora Testa, ma non c’è stato il tempo per rispondere adeguatamente in quanto si era andati oltre l’orario consentito.

Ammetto di aver saltato la Lectio Magistralis di Giuseppe Antonelli “Hai parlato come un libro stampato!”, perché di lì a poco iniziava il mio seminario e dovevo spostarmi in tempi brevi. Ho seguito “Quando il rosa si tinge di giallo” di Alessandra Roccato (Harlequin Mondadori), un interessantissimo momento di confronto sul romanzo che sta tornando nuovamente di moda, di cui la Roccato ha elencato i punti chiave e le linee guida con grande chiarezza e semplicità. Metà del seminario è stato un confronto su quattro pagine che ci era stato chiesto di tradurre, e che abbiamo affrontato tutti insieme per snodare i punti più ostici e capire anche quando è il caso di sacrificare troppa precisione a beneficio di una buona resa emotiva.

Sabato 27 si è aperto con un’altra bordata di seminari, io ho partecipato a “Il ruolo del traduttore all’interno della macchina editoriale” tenuto da Martina Testa, che oltre a chiarire i meccanismi dell’editoria, ha dato una serie di brillanti consigli per ottenere l’attenzione delle case editrici: per chi ha esperienza, insistere sulle pubblicazioni nel curriculum, per chi non ne ha (in realtà mi approprio anche io di questo consiglio), invece del mero invio del curriculum, che sa di passivo, mandare vere e proprie proposte editoriali con tanto di scheda recensiva, sample e proiezioni di vendita dell’opera inedita in Italia.

A seguire, mi cospargo il capo di cenere, ma non saprei riferirvi niente della lezione di etimologia di Alberto Nocentini (Le Monnier) perché è stata abbastanza… sterile? Noiosissima? Ovviamente è un parere personale. Viceversa l’ora successiva è stata un tuffo nella traduzione ai limiti della filologia assieme a Michele Mari, che ci ha raccontato di come il suo amore per Stevenson e L’isola del tesoro lo abbia portato ad accettare la traduzione di un sequel (ovviamente non scritto da Stevenson) che riportava delle incongruenze con l’originale traduzione degli anni sessanta… problema che la casa editrice ha risolto assegnando una nuova traduzione di Stevenson proprio a Mari, per la sua grande gioia.

Dopo il momento dedicato alle premiazioni (Francesca Sassi per Harlequin Mondadori e Anna Ravano per il premio Zanichelli) e lo stacco, riprendono i seminari. Questa volta tre di fila, ancora una volta se ne potevano scegliere solo tre, e i miei hanno anche avuto la fortuna di essere in due sedi diverse, quindi… ho mantenuto la forma! Il primo, “Traduzioni impossibili. Ambiguità e giochi di lingue nell’Ulisse di James Joyce”, è stato tenuto da Fabio Pedone ed Enrico Terrinoni, che ha ritradotto l’opera nel 2013. Ammetto di aver seguito solo per esigenze legate alla traduzione a cui lavoro al momento, non sono una fan di Joyce né del suo genere, ma ho comunque ascoltato con molto interesse l’approccio dinamico con cui Terrinoni si è avvicinato a Joyce riscoprendone l’aspetto ribelle e tipicamente irlandese con il suo “dublineese”.

Poi è stata la volta di un brillantissimo Daniele Gewurz su “Come comportarsi di fronte agli errori dell’originale”: consigli, suggerimenti e aneddoti più o meno famosi. Gewurz ci suggerisce sempre e ecomunque un contatto o diretto con l’autore o altrimenti con l’editore, a cui va segnalato qualsiasi tipo di intervento, sia che decidiamo di risolvere noi, sia che ci limitiamo a segnalarlo ai revisori. Gli ultimi dieci minuti sono stati un divertente confronto di esperienze per raccontare di strilloni in pieno medioevo, cioccolate calde che diventano tazzoni di latte, terzine con quattro versi, e chi più ne ha più ne metta.

Dulcis in fundo, per me, “Storia di un ruttino. Tradurre ‘versi’ per bambini” di Franco Nasi. Un’ora splendida in cui un fantastico Nasi (adoro la sua pronuncia british) ci ha spiegato come si è approcciato ai giochi di parole e suoni per tradurre le poesie per bambini, e in particolare quelle musicali (nonché illustrate dallo stesso autore) di Roger McGough. Altissima la qualità della lezione, le poesie erano veramente belle e nonostante fosse poesia, Nasi si è concentrato sull’importanza della musicalità e del ritmo che è tanto caro anche alla narrativa in prosa curata dalla maggior parte di noi. Molto, molto piacevole e interessante scoprire i giochi di suoni e parole che anche l’Italiano può offrire, seppur con qualche sforzo in più rispetto alla più semplice base inglese.

Domenica mattina avrei dovuto seguire il seminario di Bartocci in due moduli sulle “Problematiche linguistiche e traduttive trasversali ai generi letterari. Analisi e possibili soluzioni”, ma purtroppo è stato annullato il giorno prima. I seminari in alternativa li avevo già seguiti, così ne ho approfittato per tornare alla stazione di Pesaro senza fare le corse.

Un’esperienza molto appassionante e coinvolgente, soprattutto i seminari con i relativi momenti di confronto, proprio per noi che come punto di riferimento abbiamo spesso e volentieri solo lo schermo di un pc, è stato veramente piacevole. La consiglio a tutti, tanto si ripete con cadenza annuale, ed è anche utile ai fini curricolari (per gli studenti di lingue, l’attestato di partecipazione vale anche 2 CFU).

Alessia Fortunato

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Editori che non.

10215426_f260Il “non” del titolo sta per non pagano, non citano, non revisionano, insomma, non svolgono il loro lavoro come dovrebbero. Ultimamente i traduttori stanno alzando la voce, e considerando che fino a poco tempo fa abbiamo solo sussurrato, se non taciuto, direi che questa è un’ottima notizia.

La notizia più “scandalosa” degli ultimi giorni è l’iniziativa di Federico Di Vita, il quale ha scritto sulla bacheca di un editore che non lo paga da 13 mesi per chiedere pubblicamente di provvedere. È intervenuta la proprietaria della casa editrice in questione, e ne è nato un acceso dibattito (al momento non più integralmente disponibile – lo sapevo che avrei dovuto salvarmi gli screenshot!). In sostanza, l’editore ammette difficoltà finanziarie e proclama la propria buona fede e l’intenzione di pagare. Il problema è che con le buone intenzioni non si pagano le bollette, e ancora una volta i collaboratori esterni del mondo dell’editoria – in questo caso si trattava di revisione e non di traduzione – si rivelano essere l’ultima ruota del carro.

È un po’ che si parla dell’argomento, e le opinioni sono contrastanti: se tutti ammettono che pagare chi lavora è un sacrosanto dovere, alcuni tuttavia giustificano le case editrici insolventi perché in fondo “c’è crisi per tutti”. Il che è sicuramente vero, in questo momento l’editoria non è certo un settore dalle rosee prospettive. Però, ha senso impegnarsi in un progetto e farci lavorare della gente se si sa che poi questa gente non potrà essere pagata? Ha senso costringere un lavoratore a rivolgersi a un avvocato per ricevere quanto gli spetta, magari spendendo anche più di quel che gli è dovuto? Le risposte sembrano scontate ma non lo sono.

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A volte un post sui social network è più potente di una minaccia di denuncia, e inoltre stimola un dibattito che riesce ad accendere anche gli animi più miti. Negli ultimi mesi questo è avvenuto non soltanto per quanto riguarda i pagamenti, ma anche per un altro diritto del traduttore, quello di essere citato insieme alla propria traduzione.

Un esempio? Tempo fa pubblicai sulla mia pagina Facebook lo screenshot di uno scambio di battute su Twitter tra l’account di Einaudi e la traduttrice Isabella Zani. A mio parere le risposte di Einaudi (del suo portavoce su Twitter, ok, ma se in quel momento pubblichi con l’account Einaudi, tu SEI Einaudi) erano state piuttosto scortesi, per non dire maleducate. Nei commenti al post, molti erano d’accordo con me, ma molti altri hanno colto l’occasione per far notare quanto siano noiosi e rompiscatole i traduttori che chiedono di essere nominati (dimenticando che è un diritto stabilito per legge, non un capriccio). Cito:

Perché non il nome font tipografico. O il nome dell’impaginatore. O dell’editor.

E, parlando della scarsa qualità di alcune traduzioni oggi in commercio:

beh, allora che [i traduttori] abbassino i prezzi. Gli autori rischiano, mettendosi in gioco senza sapere se venderanno mai. Gli editori rischiano, producendo senza essere certi del rientro economico… Iniziassero a lavorare come noi [autori] prendendo piccole percentuali sui libri.

Insomma, secondo alcuni il traduttore dovrebbe assumersi il rischio imprenditoriale, secondo altri il suo lavoro è paragonabile a quello dell’impaginatore (lavoro di tutto rispetto, ovviamente, ma che non presuppone meriti autoriali), e in ogni caso dovrebbe abbassare le pretese. “Pretese” che, lo ripeto, sono stabilite dalla Legge 633 del 22 aprile 1941, art. 70.

Lo stesso screenshot è poi stato pubblicato su Social Media Epic Fails – e qui ringrazio per la segnalazione Luca Pantarotto di Holden&Company, altro paladino della correttezza in campo editoriale – dove ha ricevuto un bel po’ di commenti non esattamente gentili nei confronti di Isabella Zani, che per fortuna è abbastanza consapevole da sapersi difendere benissimo da sola (inoltre alcuni commenti, scusate il gioco di parole, si commentavano da soli per maleducazione e insolenza). La cosa peggiore, però, è che anche diversi traduttori in quell’occasione si sono schierati dalla parte dell’editore. Se i nostri diritti non li difendiamo noi, come possiamo sperare che gli altri li comprendano?

Quando però vengono pubblicate schifezze immonde tutti sono pronti a lamentarsi dei traduttori. L’ho fatto io stessa in un post leggermente irritato che presentava una serie di foto di una traduzione davvero pessima, inguardabile, roba che nemmeno Google Translate avrebbe potuto concepire (o forse sì). Tipo che, all’acquario, una bambina piccola batteva “sul bicchiere” anziché “sul vetro”. Tutti sono stati d’accordo sul fatto che fosse uno scandalo. La casa editrice, interpellata, non mi ha mai risposto. Non so se la traduttrice sia stata pagata, quanto tempo le sia stato concesso, ma sicuramente su quel libro non è stato fatto nessun tipo di editing, e questa è una colpa della casa editrice che ha messo in circolazione il libro, non della traduttrice. Si sa che i traduttori diventano visibili solo quando “sbagliano”, in tutte le altre occasioni devono starsene buoni e zitti nel loro angolino.

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Tornando all’argomento più scottante, nell’ambiente della traduzione editoriale si parla da tempo di fare i nomi degli editori insolventi, di denunciare pubblicamente i singoli casi, ma non se n’è ancora fatto nulla, e nessun giornalista ha ancora fiutato lo scoop, come ha fatto giustamente notare Federica Aceto (fra l’altro, se non conoscete ancora il suo blog, ve lo consiglio caldamente). Per un certo periodo è stato aperto il blog Editori che pagano, ma anche quello è stato subissato di critiche.

In sostanza, quando un editore lavora male si vede da tante cose. Una di queste sono i testi poco (o per nulla) curati. Un’altra è il mancato pagamento di coloro che letteralmente “fanno” i libri, li compongono, li sudano parola dopo parola. Secondo molti, evidentemente, i traduttori dovrebbero tornare nell’invisibilità da cui sono sempre stati avvolti, tacendo i mancati pagamenti e quasi quasi ringraziando se vengono retribuiti.

In fondo “è un lavoro talmente bello che si può fare anche gratis”, no?

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La correttezza paga, e se non paghi sei fuori

In questi giorni sta prendendo forma una campagna nata da Luca Pantarotto di Holden & Company, che prevede di non recensire più libri delle case editrici che notoriamente non pagano i propri collaboratori. I nomi delle suddette girano da parecchio fra gli addetti ai lavori, i quali avvisano i colleghi in modo che questi ultimi non accettino lavori già rifiutati da altri professionisti. Dell’iniziativa si parla diffusamente su diversi blog, vi invito a leggere il post riassuntivo scritto su Holden & Company per saperne di più. Vi consiglio anche il post dedicato all’argomento su Giramenti.

Ovviamente la cosa riguarda da vicino anche i traduttori, categoria debole e spesso bistrattata. Mi fa quindi piacere sostenere e pubblicizzare questa iniziativa, sebbene il mio non sia un blog di recensioni (in realtà un blog letterario ce l’ho, e si chiama Solo libri belli, e ovviamente aderirò anche lì – appena capisco come inserire il banner – perché non è detto che i libri belli siano pubblicati da case editrici virtuose).

Perché “la correttezza paga”? Perché senza scrittori, traduttori, editor, correttori di bozze e lettori una casa editrice non può esistere. E non pagare i propri collaboratori è una pessima mossa, che può far innervosire i lettori più consapevoli.

Lavorando da qualche anno nel campo dell’editoria, sia dall’interno sia dall’esterno, come traduttrice, editor, web manager e così via, so bene come purtroppo i ritardi nei pagamenti in questo mondo siano all’ordine del giorno. Lo confermano le mailing list di traduttori, in cui professionisti ben più famosi e ricercati di me lamentano le stesse problematiche. Si sa, c’è crisi per tutti, questo però non deve rappresentare una giustificazione per far lavorare gratis gente che ha sudato per acquisire una certa professionalità.

State bene attenti quando ricevete una proposta, di qualsiasi tipo essa sia: di recensione se siete blogger, di traduzione se siete traduttori. Fate una ricerca, informatevi per scoprire se la casa editrice in questione è seria e affidabile. Questo gioverà a tutti, e chissà che le case editrici non capiscano che è meglio tagliare gli sprechi inutili piuttosto che non pagare chi se lo merita.

Sono felice che si stia creando una certa attenzione intorno ai problemi di chi lavora nel mondo dell’editoria: troppo spesso ci si sente dire che stare tutto il giorno a scrivere davanti a un computer non è un vero lavoro. È ora di ribadire i nostri diritti, con ogni mezzo.

 

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L’invisibilità del traduttore

signinvisibilityQuando si parla di “invisibilità del traduttore” ci si può riferire a molti concetti diversi.

Prima di tutto, è impossibile non citare il libro di Lawrence Venuti intitolato, appunto, “The Translator’s Invisibility” (pubblicato in Italia da Armando Editore, 1999, traduzione di M. Guglielmi). Nel testo, Venuti cita il traduttore americano Norman Shapiro, secondo il quale

“Una buona traduzione è come una lastra di vetro. Si nota che c’è solamente quando ci sono delle imperfezioni: graffi, bolle. L’ideale è che non ce ne siano affatto. Non dovrebbe mai richiamare l’attenzione su di sé.”

Il concetto di invisibilità rimanda dunque a un vetro perfettamente trasparente attraverso il quale il testo risulti “pulito”, perfetto, come se fosse stato scritto direttamente in quella lingua, scorrevole e senza alcun intoppo. Certo, non è esattamente una missione facile, ma bisogna sempre avere un ideale a cui tendere.

Purtroppo, questo concetto di “invisibilità” è stato esteso al traduttore come lavoratore. Sempre più spesso capita di ricevere proposte indecenti, di pochi spiccioli a cartella, che alcuni accettano perché “fa curriculum”. Ne avevo già parlato nell’articolo sulle proposte da non accettare mai. La situazione dei traduttori editoriali in Italia è piuttosto drammatica: sono ben pochi quelli che riescono a vivere di questa professione, e molto spesso le tariffe non sono degne di un lavoro così lungo e impegnativo: basta dare un’occhiata all’inchiesta sulle tariffe indetta da Biblit per rendersi conto del malcontento generale. Per i traduttori alle prime armi (o comunque per qualsiasi dubbio, che può venire anche ai più esperti) è bene fare riferimento al sito di STradE, che dispensa davvero tanti consigli utili per evitare soprusi e sfruttamenti.

Il concetto di invisibilità è stato ripreso anche da Ilide Carmignani per dare un titolo agli incontri sulla traduzione letteraria che ogni anno si svolgono al Salone internazionale del libro di Torino: ho già parlato in questo post degli interessantissimi seminari organizzati quest’anno da L’Autore Invisibile. Eh già, perché giovedì 16 maggio inizia il Salone! Ovviamente è un appuntamento importantissimo, se potete non mancate: le tavole rotonde e l’opportunità di parlare con gli editori (almeno quelli delle case editrici più piccole, di certo non troverete “il signor Feltrinelli” allo stand) sono davvero imperdibili.

Sul versante opposto dell’invisibilità del traduttore, avete letto la storia dei traduttori di Dan Brown rinchiusi in un bunker? Perquisiti all’entrata e all’uscita, sorvegliati da guardie armate, isolati dal mondo e con accesso limitato a Internet: più che un collettivo di traduttori ricorda una squadra costretta ai lavori forzati (con tanto di servizio a tutta pagina su TV Sorrisi e Canzoni, però: che fortunelli!). Non so che dire, spero almeno che li abbiano pagati molto bene, anche se non vedo comunque il motivo di un sequestro del genere, a parte gli ovvi fini pubblicitari: che fine ha fatto la fiducia nell’onestà professionale? Era proprio necessario “rapire” i traduttori e impedire loro persino di dire ai parenti dove si trovassero e per quale motivo? Certo, sicuramente il libro venderà moltissimo (a 25€ a copia poi, i guadagni saranno immensi…), ma a parte non essere un’amante del genere non riesco proprio a evitare che questa storia mi lasci l’amaro in bocca. E non certo per l’invidia!

Mi fanno giustamente notare che non ho citato i nomi dei traduttori di Inferno: per completezza dovrei citare tutti quelli che hanno vissuto l’esperienza nel bunker, ma qui mi limito a nominare Nicoletta Lamberti, Annamaria Raffo e Roberta Scarabelli, le traduttrici italiane. Gli altri nomi li trovate in questa intervista. Mi assicurano inoltre che le condizioni di lavoro erano professionalmente oneste e non ho alcun motivo di dubitarne. La mia perplessità riguarda soltanto la scelta degli editori, non certo quella dei traduttori, che sono professionisti e il cui lavoro ovviamente ha tutto il mio rispetto.

Come abbiamo visto, la parola “invisibilità” può avere tante sfaccettature per un traduttore: mettersi al servizio del testo senza che la nostra personalità lo influenzi, diventare un vero e proprio “autore invisibile”, ma anche dover combattere ogni giorno per i propri diritti e scoprire che pochissimi, quando leggono un libro tradotto, si rendono conto che le parole che hanno davanti agli occhi sono state accuratamente scelte da un traduttore, pur in accordo con quelle dell’autore.

Insomma, in un certo senso l’invisibilità sarà pure una condizione auspicabile per un traduttore, ma per altri versi è assolutamente necessario uscire dall’ombra e far sentire la nostra voce.

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Le traduzioni invecchiano

bampw-black-and-white-book-dust-old-Favim.com-286638È un argomento piuttosto noto: i testi scritti in lingua originale non invecchiano mai. A parte le versioni adattate per un certo tipo di pubblico o per qualche altro motivo non filologico, a  nessuno verrebbe mai in mente di riscrivere la Commedia di Dante o  le opere di Shakespeare per avvicinarli alla lingua contemporanea. Le traduzioni, invece, invecchiano. Anche se raramente (diciamo mai, così ci togliamo il pensiero) agli esordi capita di trovarsi a ritradurre un classico, può essere comunque interessante fermarsi a riflettere sull’argomento.

Vediamo allora quali sono le implicazioni – sia letterarie sia contrattuali – dell’invecchiamento delle traduzioni.

Partiamo dall’ultimo aspetto: quanto “dura” una traduzione? In termini legali, al massimo vent’anni. Questo è infatti il periodo di tempo, riportato su gran parte dei contratti di traduzione, durante il quale un editore può utilizzare la nostra traduzione e pubblicarla quante volte ritiene opportuno. Non dimentichiamo che si può sempre cercare di negoziare per far ridurre questo periodo di tempo, alcune case editrici accettano anche di far durare i diritti dieci o dodici anni. Trascorso questo lasso di tempo, i diritti tornano al traduttore, che può accettare di rinnovarli (ovviamente dietro compenso, anche se non vedrà mai l’intera cifra pagata originariamente per il suo lavoro) oppure tenerseli per rivendere la traduzione al miglior offerente. Inutile specificare che il primo caso è molto più frequente del secondo, ma non sempre dopo vent’anni un editore è ancora intenzionato a ripubblicare un’opera.

In Italia escono davvero troppi libri, e la maggior parte cade nel dimenticatoio pochi mesi dopo l’uscita. Alcuni, però, sopravvivono e continuano a essere ristampati. È soprattutto il caso dei classici, ovviamente. A questo proposito, Andrea Landolfi stilò un piccolo breviario sulla revisione delle vecchie traduzioni che mi sembra interessante sottoporvi:

1) Rivedere le grandi traduzioni del passato fa bene, perché stimola la riflessione e solletica l’emulazione.

2) Non esiste traduzione che non sia emendabile e/o migliorabile.

3) Per rivedere una versione d’autore si richiede: coraggio nel fare le proprie scelte, rispetto per ciò che il traduttore ha comunque fatto; prudenza nel cassare: spesso l’espressione “brutta” è comunque il meno peggio.

4) Poiché lo Zeitgeist influenza pesantemente il traduttore, imponendogli, a volte, scelte che alle generazioni seguenti potranno apparire incomprensibili o, peggio, esecrabili, è bene usare una certa indulgenza, augurandosi che i posteri faranno lo stesso con noi.

5) È necessario depurare l’originale dalle incrostazioni delle versioni d’autore, ma è necessario non prendersela a male se nella propria traduzione di un poeta si avvertirà l’eco, il profumo, di una versione d’autore che ci ha formato (a patto che non si esageri).

6) Mettersi alla prova traducendo e ritraducendo per sé i grandi e i grandissimi aiuta a liberarsi di qualche timidezza traduttoria e insieme dà la misura dei propri limiti.

7) La traduzione letteraria non fa diventare ricchi; sicuramente, però, più intelligenti.

 

Che dire? Quest’ultima è sicuramente una delle mie frasi preferite, la trovo incoraggiante e lusinghiera. Per il resto, direi che queste affermazioni si spiegano da sole, senza che io stia a commentarle.

Aggiungo solo che, com’è ovvio, in passato non esistevano tutti i mezzi e gli strumenti che abbiamo oggi, e quindi trovo stupefacente e ammirevole il lavoro di traduttori le cui opere sono oggi considerate “superate”: senza Internet, le mappe di Google, tutti i dizionari che abbiamo a portata di mouse, i programmi di videoscrittura che consentono di trovare un certo termine in tutto il testo (e di modificarlo quanto vogliamo senza impazzire con le cancellature), il mestiere di traduttore doveva essere un vero incubo. Quello che oggi richiede pochi minuti di ricerca su Internet, allora costava ore e ore di duro lavoro bibliografico. Siano dunque lodati i traduttori che ci hanno permesso di godere dei classici della letteratura!

Detto questo, però, spesso le ritraduzioni si rendono assolutamente necessarie, sia per svecchiare il testo sia per correggere veri e propri errori di interpretazione. C’è anche da dire che in passato si diventava traduttori perlopiù “per caso”, perché si conosceva la lingua e magari si insegnava all’università, oppure si era conosciuti come letterati, mentre oggi esistono innumerevoli corsi di studio professionalizzanti. Questo significa, però, che noi abbiamo meno scuse per i nostri errori! Bisogna sempre verificare ogni dettaglio, non mi stancherò mai di ripeterlo.

Ma non divaghiamo. Ogni traduttore che si trovi a ritradurre un’opera può scegliere se confrontarsi con la versione precedente oppure metterla da parte e cominciare da zero. Ovviamente si tratta di una decisione personalissima, su cui non mi soffermerò. Rimando a un prossimo post alcune riflessioni sulla revisione di una traduzione, che quest’ultima sia già stata pubblicata o meno.

Abbiamo visto che cosa significhi in termini editoriali e letterari ritradurre un classico: aggiungiamo che, malgrado certe traduzioni siano ormai diventate dei classici a loro volta, non sarebbe male se gli editori si decidessero finalmente a svecchiare alcuni titoli che hanno in catalogo da decenni e che continuano a vendere nonostante un linguaggio spesso farraginoso e magari infarcito di errori radicatisi nel tempo.

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Tradurre pessimi libri

Ammettiamolo, le librerie sono piene di romanzi-spazzatura, dati in pasto al grande pubblico con il preciso intento di risultare scorrevoli e intriganti. Non capita molto spesso di vedersi assegnata la traduzione di un romanzo degno, è più facile ritrovarsi alle prese con un autore che fino a ieri faceva il giornalaio (nulla contro i giornalai, per carità, è solo un esempio) o che cavalca l’onda del successo di un genere in particolare: giallo, erotico, libri maledetti, profumi in cucina e così via.

Come avevo già accennato tempo fa, oggi parleremo di un argomento piuttosto delicato: gli “autori per caso”. Nei loro libri si ritrova spesso uno stile ingenuo e piuttosto povero, tipico di chi non padroneggia l’arte di scrivere. Magari il lettore non se ne accorge neppure e li trova scorrevoli e appassionanti, ma la vera scorrevolezza non è facile da raggiungere né tantomeno da riprodurre, perché solitamente ci si accorge che la presunta fluidità nasconde un fraseggiare impacciato e ridondante. Un traduttore si accorge se un libro è scritto male molto più facilmente di un semplice lettore. Del resto lo diceva già Gesualdo Bufalino nel suo Il malpensante (1987):

“Il traduttore è con evidenza l’unico autentico lettore di un testo. Certo più d’ogni critico, forse più dello stesso autore. Poiché d’un testo il critico è solamente il corteggiatore volante, l’autore il padre e marito, mentre il traduttore è l’amante.”

Non ho certo le competenze né l’arroganza necessarie per mettermi a criticare lo stile di chicchessia, ma traducendo – e leggendo molto – ci si accorge subito se la scrittura di un certo autore è raffazzonata, poco elegante, goffa. Che fare quando ci si trova di fronte a un testo scritto male nella lingua di partenza?

Ovviamente, non sta al traduttore abbellire e migliorare un libro. Che ci piaccia o no, l’autore è un altro, e noi siamo al suo servizio. Non possiamo dunque aggiustare le frasi a nostro piacimento, anche se talvolta un intervento, anche minimo, si rende proprio necessario. A me è capitato di tradurre un autore che non era esattamente un fine cesellatore del linguaggio: il suo periodare era banale, ripetitivo, con immagini poco efficaci buttate lì come grandi colpi di scena (per non parlare di incongruenze e inesattezze). Ho cercato allora di rendere il testo in un italiano corretto, ma ovviamente il risultato finale rispecchiava il testo di partenza, che non era un granché. A quel punto la palla passa alla redazione, che può permettersi interventi un po’ più sostanziali: il traduttore, invece, deve rimanere fedele all’originale. Certo, la tentazione di limare qua e là viene sempre, e certi autori fanno proprio scappare la pazienza. Più volte sono stata lì lì per eliminare l’ennesima frase orribile, ma non sempre ci si può prendere delle libertà così grosse.

Inoltre, un testo scritto male è molto più difficile da affrontare rispetto a uno dallo stile impeccabile: se l’autore sa quel che fa, è facile farsi prendere per mano e seguirlo con cieca fiducia. Invece, se ci troviamo di fronte a un testo zoppicante, dobbiamo stare sempre all’erta, attenti a ogni errore e ripetizione, a ogni frase labirintica o priva di senso. Quanto spesso i personaggi di un libro si alzano dalla sedia due volte nella stessa pagina, senza essersi mai riseduti, e quanto è facile che gli oggetti in scena si spostino senza motivo apparente…

Tradurre un autore mediocre può rivelarsi frustrante, e il timore che la scarsa qualità del testo in italiano sia imputata al traduttore è sempre in agguato, ma un buon editor si renderà conto che vi siete limitati a rispettare l’originale, soprattutto se allegate alla traduzione una breve nota esplicativa. Ogni cambiamento va comunicato alla redazione della casa editrice, anche per segnalare incongruenze ed errori evidenti.

Non possiamo dunque permetterci di migliorare il testo (e chi siamo per farlo?), possiamo però tentare almeno di renderlo in un italiano corretto e fluido – a meno che l’intenzione dell’autore non fosse tutt’altra, ma qui si parla di scrittori che non si rendono conto di scrivere male. Solo in letteratura possiamo sognare di mettere mano, anzi, di manomettere il testo originale: ne è un esempio il meta-romanzo di Brice Matthieussent La vendetta del traduttore, tradotto da Elena Loewenthal.

In sostanza, non c’è un modo univoco di affrontare un testo mediocre: possiamo solo negoziare di caso in caso, di frase in frase, come ogni traduttore è sempre condannato a fare.

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Dieci motivi per NON fare il traduttore

417441_436277709793359_851167668_nNon mi metterò a fare bilanci dell’anno appena trascorso perché, come forse tutti i traduttori, ho avuto un anno di alti e bassi: qualcosa di finalmente pubblicato, qualche nuovo lavoro – ma mai abbastanza –, un paio di soddisfazioni e altrettante delusioni. Per il 2013 ho diversi progetti in cantiere, e spero che almeno alcuni vedano la luce.

Nel frattempo, per concludere l’anno con una nota di estrema positività, ecco a voi dieci motivi per NON fare il traduttore:

1. i soldi: batto sempre su questo tasto perché è la vera nota dolente del nostro mestiere. I soldi non sono mai abbastanza, neanche quando si riesce a farsi pagare nei tempi giusti una tariffa decente a cartella, perché è molto, molto raro ricevere un libro dopo l’altro senza soluzione di continuità. Parlo di traduttori emergenti, ovviamente.

2. l’alienazione: un traduttore lavora solo, vive solo, e non può sperare che i suoi compagni di vita capiscano per quale razza di motivo lui/lei attribuisca così tanta importanza alle parole, alla struttura delle frasi, persino alle virgole. È un lavoro da emarginati, diciamocelo. Per fortuna esistono le comunità di traduttori come Biblit, e poi le fiere, i blog, le giornate della traduzione e così via, ma ciò non toglie che nella propria vita quotidiana il traduttore sia fondamentalmente un incompreso.

3. ci vuole un fortissimo spirito di iniziativa: non è che uno se ne sta bello tranquillo nella sua casetta ad aspettare le telefonate degli editori. Non funziona così. Sempre più spesso il traduttore deve diventare uno scout letterario, andarsi a cercare libri che valga la pena tradurre, proporli, sperare, farsi venire delle idee, anche armarsi di faccia tosta. È difficilissimo non abbattersi e trovare sempre modi nuovi per cercare di entrare in questo mondo.

4. non si viene mai assunti: nessuna casa editrice “assume” i propri traduttori, ma li chiama per un libro alla volta: in questo modo, il lavoro non è mai assicurato, neppure dopo aver iniziato a tradurre per qualcuno, neppure con una serie di libri già pubblicati. Certo, se siete bravi, la casa editrice che vi ha dato un libro da tradurre sarà più propensa a darvene altri in seguito, ma non è mica detto.

5. è estremamente difficile entrare nel giro, le case editrici hanno i loro traduttori di fiducia e spesso non hanno nessuna intenzione di provare qualcuno di nuovo, cosa che per quanto ne sanno loro potrebbe richiedere un intervento di editing infinito. Rendiamocene conto, siamo tantissimi, e di bravi traduttori già affermati ce ne sono un bel po’.

6. i committenti della domenica: “tu che fai la traduttrice…”, frase che spesso è preludio della seguente richiesta: non è che mi puoi tradurre questo? Dall’italiano all’inglese, ovviamente. Sono trenta pagine, ce la fai per domani, no? Che vi paghino (poco) o non vi paghino, state alla larga da chi vi chiede un “piccolo favore” che rischia di impegnarvi giorno e notte per ricevere in cambio, nella migliore delle ipotesi, un bel grazie. Ovviamente dare una mano a un amico è lecito e cortese, e tradurre una mail o cose simili è un atto di cortesia poco impegnativo, ma attenti alle esagerazioni.

7. amici e parenti si trasformano in recensori e ti fanno notare refusi e incongruenze con aria soddisfatta: è il rovescio della medaglia. Hai finalmente una tua traduzione pubblicata, scoppi dalla gioia, non hai la minima intenzione di rileggerla perché sai che una virgola scappa sempre, ed ecco che chi ti circonda legge il libro con la precisa intenzione di segnalarti il minimo refuso. Credendo pure di farti un favore.

8. non ci sono orari, né ferie, malattie, maternità e così via. Ovvero, se vai in vacanza oppure ti ammali sono affari tuoi, se non puoi accettare un lavoro in un determinato momento lo perdi e basta.

9. passi mesi a far nulla e mesi in cui non sai più da che parte girarti: ovviamente, tutti i lavori arrivano contemporaneamente (legge di Murphy) e hanno all’incirca la stessa data di consegna: dopodiché, il nulla.

10. se lavori da casa tutti pensano che non lavori: “ah ma quindi lavori da casa? Ma allora non è un vero lavoro, bella la vita così!”. Questa non la commento nemmeno, che è meglio.

 

Eppure, potreste dirmi, tu questo lavoro lo fai, e vuoi continuare a farlo. E se quanto sopra è vero, allora perché mai uno dovrebbe scegliere di fare il traduttore?
Risposta: perché non se ne può fare a meno.

 

Buon fine anno a tutti, ci si sente nel 2013, spero con buone notizie!

 

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